Marguerite, Artemisia, Franca: storie di donne che parlano

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La forza delle parole

In occasione dell’uscita della pellicola “The last duel” diretta da Ridley Scott e de “La scuola cattolica” di Stefano Mordini (che presenta uno spaccato del panorama sociale attorno al caso del massacro del Circeo), si offre una possibilità di dialogo su un argomento ancora ad oggi particolarmente sofferto: lo stupro.

Marguerite de Thibouville, Artemisia Gentileschi e Franca Viola sono donne disprezzate, che parlano sopportandone le conseguenze. Tre donne di estrazioni sociali differenti, vissute in contesti socio-culturali variegati ma accomunate dall’essersi affidate ad un sistema giudiziario fallimentare. Dal Medioevo fino agli anni ’50 il tratto tipico di molte accuse di violenza sessuale o domestica era la loro risoluzione per vie infra giudiziarie: l’elargizione di una dote o un’offerta di matrimonio volte a ristabilire in primis l’onore della famiglia, e non della donna in sé. Le accuse di queste donne rivolte ai loro carnefici hanno portato non solo ad un loro riscatto, ma le hanno fatte divenire cardine di un cambiamento che ha portato al riconoscimento della donna come figura giuridica e dello stupro come reato contro la persona. Le testimonianze di questi processi raccontano di un cambiamento lento e sofferto, coltivato tra l’umiliazione della gogna pubblica e l’insensibilità di una comunità mutevole ma impregnata di victim shaming.

Il caso di Marguerite

Il duello di Dio, Lieven van Lathem, 1464, The J. Paul Getty Museum, Los Angeles.

Marguerite de Thibouville era figlia di un lord normanno (due volte schieratosi contro il re di Francia( che nel 1380 la promise in sposa al cavaliere Jean de Carrouges in un fortuito tentativo di ristabilire lo status famigliare. A circa sei anni dalle nozze, alla vigilia del 1386, Carrouges dovette recarsi a Parigi per ritirare il compenso di una precedente campagna militare. In sua assenza, Jaques Les Gris, rivale di Carrouges, tramite la complicità del soldato semplice Adam Louvenl, irruppe nell’abitazione e violentò Marguerite. Benché minacciata di morte se avesse parlato, la donna tacque solo per pochi giorni, fino al ritorno del marito e con lui decise di intervenire per via legali (riscuotendo ben poco successo visto il favoritismo che il conte Pierre, giudice del caso, aveva per l’imputato). Si ottenne un’equa possibilità di processo solo per concessione regale: il caso Carrouges-Les Gris aveva catturato la Francia ottenendo un ampio successo popolare.

Il processo

L’accusa era però ritenuta debole poiché basata unicamente sulla testimonianza di Marguerite, screditata dall’opinione pubblica. Nonostante fosse incinta, la giuria non considerò minimamente questo dettaglio a processo: la medicina medievale non riteneva biologicamente possibile una concezione avvenuta tramite lo stupro. La difesa tentò di costruire un’immagine distorta dei coniugi, concentrandosi nello specifico sulle dinamiche poche amicali tra Carrouges e l’imputato. D’altra parte, l’accusa dimostrò la falsità dell’alibi di Le Gris. Il 15 dicembre 1386 il Parlamento francese, incapace di arrivare ad un verdetto, concesse la risoluzione tramite il duello di Dio, un escamotages della legge germanica. L’esito vide vittorioso Carrouges, il quale tentò anche di strappare una confessione a Les Gris: piuttosto che confessare, l’uomo incontrò la morte. Sostenuta dal marito, il popolo francese accolse finalmente la verità di Marguerite.

Il caso di Artemisia

Artemisia Gentileschi, Autoritratto, 1638-39, Collezione Reale Britannica, Kensington Palace, Londra

Pittrice di scuola caravaggesca, era figlia di Orazio Gentileschi, pittore pisano di fama riconosciuta. Colpito dal suo talento, il padre scelse di affidarla alla guida di Agostino Tassi, pittore tardo manierista dal carattere sanguigno. Stima poco meritata poiché nella stessa abitazione dei Gentileschi l’uomo violentò Artemisia con la compiacenza di due camerieri. Tassi non tardò ad appellarsi al codice penale, che nel Seicento considerava la violenza carnale una generica lesione della moralità pubblica piuttosto che della persona in sé; per questo, un’offerta di matrimonio riparatore agli occhi della legge era una valida estinzione del reato. Provata dalla vicenda ma conscia della propria condizione sociale, Artemisia continuò ad intrattenere rapporti con Tassi sperando in un matrimonio che mai arrivò, dato che l’uomo era già impegnato. Scoperto questo ebbe, inizio la vicenda processuale.

Il processo

Benché traumatizzata dallo stupro e addolorata per l’umiliazione che stava vivendo, Artemisia affrontò il lungo iter legale e il linciaggio sociale con coraggio. Obbligata a lunghe e sfiancanti visite ginecologiche, torturata per ottenere una testimonianza sincera (tramite una specifica tecnica che avrebbe potuto lederle le giunture delle mani impedendole così di dipingere), calunniata e disprezzata. Ma la Gentileschi sopportò ogni supplizio. Il 27 novembre 1621 giunse finalmente il verdetto di condanna per Tassi. Il processo venne vinto solo de iure: Tassi non scontò mai realmente la pena. D’altro canto, la reputazione di Artemisia era oramai logorata: venne definita “una puttana bugiarda”, divenendo anche protagonista di molti sonetti volgari.
La Gentileschi convolò a nozze poco dopo nel tentativo di ricostruirsi una migliore reputazione: trasferitasi a Firenze ed introdotta alla corte dei Medici sperimentò un periodo artistico particolarmente florido.

Il caso di Franca

Franca Viola

Di estrazione sociale umile, Franca Viola divenne un simbolo dell’emancipazione femminile nell’Italia del dopoguerra. Fidanzata per diverso tempo col Filippo Melodia, affiliato al mafioso Vincenzo Rimi, interruppe con questo il rapporto a seguito di un suo arresto. L’uomo furioso minacciò più volte la famiglia, fino ad arrivare nel dicembre del 1965 a rapire Franca, allora diciassettenne. La ragazza venne violentata e picchiata, venendo poi rinchiusa in casa della sorella di Melodia. Contattati i parenti, il giovane offrì l’ipotesi di un matrimonio riparatore che la famiglia finse di accettare. Così facendo, la polizia il giorno successivo riuscì ad irrompere in casa Melodia liberando Franca.

Il processo

Avvalendosi dell’articolo 544 del codice penale, Melodia avrebbe potuto evitare ogni azione legale tramite matrimonio riparatore, estinguendo così il reato di violenza e deflorazione. Franca rifiutò con forza affermando «Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce».
Portato a processo, Melodia assieme alla difesa tentò di screditare l’accaduto definendolo una “fuitina”, regionalismo siciliano che indicherebbe una consenziente fuga d’amore. Venne condannato nel dicembre del 1988 ad 11 anni di reclusione, ridotti poi a dieci. Fu assassinato due anni dopo il suo rilascio.

Si dovrà attendere il 1981 per l’abrogazione dell’articolo 544 ed il 1996 per il riconoscimento dello stupro come reato contro la persona.

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About Author

Sofia Paolinelli

Classe 1997. Sono iscritta alla magistrale in Lettere classiche dell'università Carlo Bo di Urbino. Classicista con ambizioni interdisciplinari. Incanalo i miei sogni ad occhi aperti nella scrittura. Ho un amore sconfinato per la mitologia, i musical, il cinema hollywoodiano degli anni '50 e l'Irlanda.

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