Panoramica sui tagli alla ricerca: una scelta politica al ribasso

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Il calo dell’investimento in ricerca e sviluppo sarà difficilmente irreversibile perché sta sacrificando una generazione di giovani. Specialmente nei paesi dell’Europa meridionale, i quali, al contrario, avrebbero dovuto incrementare in misura sempre più consistente il loro investimento. Seguendo invece la direttiva europea per la riduzione del personale nel settore pubblico, sono stati imposti agli istituti di ricerca e alle università pubbliche drastici tagli nel reclutamento. Questi, insieme alla mancanza di opportunità nel settore privato, hanno innescato una “fuga di cervelli” dal Sud al Nord dell’Europa e al di fuori del continente stesso. Questa che segue è una panoramica dei tagli alla ricerca e delle politiche intraprese in Europa, e più in particolare della direzione presa dall’Italia.

Effetti devastanti

Questa politica, perpetrata con determinazione dal 2008 in poi, spesso, come vedremo di seguito, in combinazione con analoghe politiche a livello nazionale, ha causato un indebolimento della potenzialità stessa di ripresa dei paesi meno competitivi da un punto di vista industriale e tecnologico, tra i quali spicca il nostro.

Le politiche anticicliche d’investimento in Ricerca e sviluppo sono state adottate con l’unico obiettivo di abbassare il deficit annuo a un valore artificiosamente imposto dalle istituzioni europee e finanziarie, ignorando completamente i devastanti effetti che queste politiche stanno avendo sulla scienza e sul potenziale d’innovazione dei singoli Stati membri e di tutta l’Europa.

Il bilancio europeo per il 2021-2027 prevede tagli ai programmi di ricerca condotti dalle università. I fondi da destinare alla ricerca per il periodo 2021-2027 si riducono di 13,5 miliardi di euro rispetto alla cifra proposta inizialmente dalla Commissione Europea. Un grande passo indietro rispetto alle aspettative.

Il caso Italiano

Per quanto riguarda il nostro paese solo nel 2016 sono aumentati i laureati italiani che hanno lasciato il Paese (quasi 25mila nel 2016, +9% sul 2015). I ricercatori italiani sono ancora capaci di vincere i più ambiti e ricchi progetti europei, ma sempre più spesso scelgono di svolgere la loro attività di ricerca all’estero. Ad esempio i ricercatori italiani sono il secondo gruppo (dietro la Germania) per nazionalità ad aggiudicarsi i ricchi progetti ERC. Purtroppo, più della metà sceglie l’istituzione in cui lavorare in un altro paese; allo stesso tempo, però, nessun ricercatore straniero sceglie l’Italia come paese di destinazione.

Per Horizon 2020 l’Italia verserà in totale 10 miliardi di euro, ma con l’attuale scarso numero di ricercatori è destinata a perderne almeno 5. Senza contare che il blocco del turn over — cioè il blocco delle assunzioni di ricercatori e professori per l’università pubblica — ridurrà ulteriormente il numero negli anni a venire. Esattamente l’opposto di quello che servirebbe per evitare di perdere quei 5 miliardi. Questo accade nonostante i ricercatori italiani siano tra i più competitivi in Europa.

Giorgio Parisi, Nobel per la fisica 2021

Qualche numero

In Italia, da dieci anni a questa parte, c’è stata una diminuzione del 20% degli immatricolati nelle università, del 18% dei docenti universitari e del personale tecnico amministrativo, del 18% dei corsi di studio e del 20% delle risorse complessive.

In dieci anni si è ridotto del 40% il numero di posti di dottorato, con il risultato che in Italia vi sono 0,5 dottorati ogni 1000 abitanti contro l’1,7 del Regno Unito e i 2,5 della Germania. Nel 2015 siamo diventati penultimi in Europa e solo Malta riesce a fare peggio. Le prospettive dei ricercatori che hanno un contratto a tempo determinato sono anche drammatiche: si calcola che su circa 13500 assegnisti di ricerca, date le attuali condizioni, solo il 7% ha la possibilità di essere strutturato nell’accademia, mentre il 93% verrà espulso dal sistema.
In totale, il finanziamento statale al sistema universitario è diminuito del 21% in dieci anni. Per avere un termine di paragone, questo ammonta a 6,6 miliardi di euro (0,42% del PIL), contro i 20 miliardi di euro della Francia (1% del PIL) e i 27 miliardi della Germania (1% del PIL).

Una scelta politica precisa

Nel nostro paese, questa situazione è stata determinata da una combinazione tra le politiche europee, che come accennato sopra hanno imposto vincoli di bilancio, e le scelte a livello di politica nazionale. Per quanto riguarda quest’ultime, tutti sono d’accordo sul fatto che la ricerca sia alla base dell’innovazione, che favorisce a sua volta lo sviluppo economico; dall’altra parte, che essa sia il frutto di un sistema d’istruzione, inferiore e superiore, che fornisce competenze che sono la precondizione del processo che collega ricerca a sviluppo economico.
E se lo sviluppo economico non avviene, se il paese si trova immerso in una crisi ormai decennale?

La risposta che la politica ha trovato e che ha motivato le scelte che hanno portato alla contrazione d’investimenti descritta sopra è stato quello di modellare il sistema formativo, a tutti i livelli, per renderlo più adatto al mondo del lavoro, cioè per forgiare quelle competenze di cui si avrebbe realmente bisogno.

La riforma Gelmini con tutte le successive integrazioni, la riforma della Buona Scuola, con l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, sono dunque il maldestro tentativo di cambiare il sistema formativo ai differenti livelli.
Quest’ultimo dovrebbe creare (anche) delle conoscenze e delle capacità che rappresentino il potenziale indispensabile per poi riuscire a innovare e a dare così impulso al sistema economico. Tuttavia, queste capacità, se non sono inserite in un sistema imprenditoriale e industriale adeguato, non possono di per sé generare sviluppo economico. Il problema del nostro paese è, infatti, un altro. Siamo il fanalino di coda nella quota di occupati nei settori ad alta conoscenza, cioè quei settori ad alta intensità tecnologica che rendono possibile lo sviluppo di beni che più difficilmente sono prodotti anche da altri paesi.

Un circolo vizioso al ribasso

Dunque, la motivazione degli stravolgimenti in atto nelle politiche dell’istruzione è di formare personale che si possa rapidamente adeguare a un sistema produttivo a bassa intensità tecnologica. Questo a sua volta richiede dal sistema formativo scarse competenze qualificate, generando in tal mondo un circolo vizioso al ribasso.
In questa maniera si è preferito puntare su un’economia basata sulla competitività del costo del lavoro (e di qui il Jobs Act e tutte le misure volte ad abbassare i salari e le tutele dei lavoratori), piuttosto che puntare a una economia che guardi alla competitività tecnologica.

Solo con un coordinamento tra politiche della formazione, di ricerca e sviluppo e politiche industriali volte a potenziare la presenza di settori tecnologicamente innovativi potrà evitare all’Italia di andare incontro ad una emarginazione dal contesto competitivo internazionale e dunque a una regressione economica ancora più marcata di quella a cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

La ricerca non è un qualcosa di avulso dalla realtà. È la base e il motore dell’innovazione e quindi della competitività industriale. Ma se non c’è una visione industriale a lungo termine, come può essercene una per la ricerca? Una nazione che non investe più in ricerca è una nazione senza testa, incapace perfino di vedere in che direzione vorrebbe andare.

Giorgio Parisi
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About Author

Claudio Mariani

23 anni, studente di Storia all'università di Bologna. Appassionato di filosofia e cinema. Adoro i film sugli zombie e la musica funky. Ho tanti capelli.

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