Kid A/Amnesiac: la profezia che si autoavvera dei Radiohead

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Kid A/Amnesiac; Kid A e Amnesiac: un binomio che nel tempo è passato dall’essere due entità distinte a una creatura nata dalla stessa gestazione. Pensati come gemelli (col rischio per Amnesiac di essere un vanishing twin) fino alla recente riproposizione in triplo LP che dalla e di congiunzione passa a una crasi che elimina lo slash del binomio: Kid A Mnesia.

Il quarto e il quinto album dei Radiohead, usciti a otto mesi di distanza tra il 2000 e il 2001, non rappresentano solo una svolta nella carriera della band. Insieme, sono l’effettivo ingresso nel nuovo millennio: non bello come lo immaginavamo, ma più simile all’incubo che, col senno di poi, stiamo vivendo. Una profezia che si autoavvera.

Da Ok Computer al not ok umano

I Radiohead di fine ‘900 sono una delle, se non la, band più celebri del pianeta. Dopo l’ottimo pop-rock di The Bends del 1995, Thom Yorke e soci hanno dato alle stampe il più complesso Ok Computer, uscito nel 1997. Un album dalle tinte chiaroscure, con tematiche più tendenti allo scuro e nuove idee in fase di composizione e produzione – leggasi, innesti con la musica elettronica e il jazz, ma con una forte matrice ancora rock.

Come album ebbe un successo planetario. Qualcosa, forse, di inaspettato anche per la band che di mettere la propria creatività al servizio delle classifiche non ne ha mezza. E infatti il successo crea tra i membri del gruppo un clima alienante, non privo di conflitti, incapaci di godersi il momento di gloria, fino al punto di prenderne definitivamente le distanze con qualcosa di estremamente radicale. Siamo alle porte del nuovo millennio e qualcosa sta per cambiare.

«Abbiamo sentito che c’era una sorta di scomodo cambiamento di consapevolezza in corso. Era un fenomeno nuovo e strano da vedere, e ormai dato per scontato: un’ossessione per il proprio aspetto piuttosto che per quello che si fa.»

E se il millennium bug ci fosse stato per davvero?

La fine del secolo è caratterizzato da un’insolita eccitazione per il futuro – un futuro che non c’è mai stato, diremmo ora. Ma anche da un dubbio: che ne sarà delle macchine? La storia del computer, per quanto in pieno fermento con l’accesso mondiale all’internet, è vecchia e il lecito quesito se chi ha programmato i software e architettato gli hardware abbia visto oltre il proprio secolo mette a repentaglio il futuro – o almeno l’idea di futuro che si aveva allora.

E se tutte le macchine smettessero di funzionare simultaneamente perché incapaci di concepire una data oltre le 23:59:59 del 31 dicembre 1999? Il quesito va oltre quella che oggi chiamiamo bolla di informatici e programmatori e diventa di comune discussione. Ci pensano le 0:00:00 dell’1 gennaio 2000 a dissipare ogni dubbio: le macchine ce l’hanno fatta, nulla è cambiato e il tempo può progredire nel suo inesorabile incedere verso il futuro.

Qualche mese più tardi, a inizio ottobre, i Radiohead pubblicano Kid A. Poca promo, solo qualche blip. È un disco diverso da quello che ci avevano fatto sentire finora. Ma soprattutto ci suggerisce che qualcosa, da quando è iniziato il nuovo millennio, invece, è cambiato.

Kid A: il primo bambino del nuovo millennio

Di tentati suicidi commerciali, la storia della musica, ne è piena. Uno dei più celebri è quello dei Nirvana dopo il successo generazionale di Nevermind. Ci provano nel 1993, con Steve Albini in cabina di regia, a produrre qualcosa di abrasivo e duro che risponde al nome di In Utero. È storia nota che la mossa anti-MTV è diventata pro-successo e che a quel tentato suicidio metafisico ne è seguito uno vero.

I Radiohead post-Ok Computer non sono troppo diversi da quei Nirvana. Certo, più distaccati e meno emotivi, più razionali e alienati; ma del successo proprio non sanno che farsene. Ed è così che la loro mossa anti-commerciale si traduce in un capolavoro: di solo musica, finalmente, e non di classifica, tanto che alcuni bollarono subito Kid A come un mezzo pacco.

Già dalle prime note di Everything In Its Right Place sembra di calarci in un mondo nuovo, scarnito, algido e minimale. Pochi elementi ma costanti: la voce di Thom Yorke e la voglia di sperimentare, questa volta al punto da cercare di eliminare qualsiasi traccia di umanità dal disco. I punti di riferimento sono l’IDM della Warp, fredda e cerebrale, ma anche i primissimi compositori di musica elettronica di scuola tedesca.

Tra incubo e sogno

Gli umori di Kid A hanno un contrasto continuo tra la paranoia umana (Optimistic, Idioteque) e un placido tepore post-umano. La titletrack sembra il vagito di un nuovo essere umano accompagnato da una litania: la voce di Yorke è filtrata e riassemblata fino a sembrare codificata, non umana. Treefingers, una composizione ambient degna del miglior Brian Eno, sembra il suono del centro della Terra (l’unico suono rimasto dopo la fine dell’umanità?), mentre In Limbo e The National Anthem presentano il jazz alla maniera dei Radiohead.

Gli episodi più onirici ed escapisti, ma anche più umani, dell’intero disco sono affidati a How To Disappear Completely e Motion Picture Soundtrack. La prima, un dream pop accompagnato da archi, decanta un mantra (“I’m not here, this isn’t happening“) che fa riferimento a un episodio realmente accaduto durante il tour di Ok Computer, dove Thom Yorke in preda a una crisi di panico si ritrova a ripetere queste parole su suggerimento di Michael Stipes dei R.E.M..

Questa traccia fa contrasto con l’urgenza di Idioteque (“Ice Age coming! This is really happening!“), dove gli allarmi sono lanciati come slogan tra propaganda (“We’re not scaremongering!“) e libretto d’istruzioni per androidi senza coscienza (“Women and children the first!“) mentre ritmi incalzanti di sintetizzatori e drum machine costruiscono una trappola perfetta.

Motion Picture Soundtrack chiude l’album con un tono pacato e malinconico, quasi rassegnato. Al suono di un organo fa eco la voce di Yorke che sembra descrivere il lato oscuro della vita del nuovo millennio (“Red wine and sleeping pills/Cheap sex and sad films“), mentre ricerca qualcosa di umano che gli ristabilisca un contatto con il Reale (“Help me get back to your arms/where I belong“). Gli archi, quasi disneyiani, composti da Jonny Greenwood danno un tocco cinematografico al brano. Un bellissimo e tragico contrasto tra verità e fiction, tra Reale e Realtà.

Intermezzo: Ghost In The Shell e Matrix

Nel 1995 esce Ghost In The Shell, un anime sci-fi che racconta di un mondo completamente digitalizzato dove le intelligenze artificiali sono in completa simbiosi ed è impossibile distinguere esseri umani e cyborg se non per una sola caratteristica. Gli umani sono in possesso di un ghost, che potremmo tradurre come l’anima. In questo mondo interconnesso, però, si sviluppano nuove forme di criminalità, come l’hacking delle intelligenze artificiali o dei cervelli cibernetici in modo tale da clonare, impossessarsi e controllare fino a riprogrammare e ricostruire le memorie altrui.

In Matrix del 1999, invece, un gruppo di hacker cerca di risollevare le sorti dell’umanità, tenuta prigioniera di una Realtà costruita dalle macchine, mentre il mondo del Reale è una grande prigione dove gli esseri umani sono tenuti in una sorta di dormiveglia. Qui il millennium bug c’è stato, ma le macchine invece di smettere di funzionare hanno deciso di unirsi in un’unica coscienza collettiva con lo scopo di invertire la schiavitù da uomo-macchina a macchina-uomo.

Questi due esempi cinematografici, pur con scopi diversi tra loro, sono un compendio utile a comprendere il mondo di Kid A, pur con le sue dovute specificità. Se in Ghost In The Shell macchina e uomo scendono a patti desiderandosi vicendevolmente, in Kid A la macchina ha totalmente sopito il desiderio umano. Se in Matrix l’hacker è la chiave di volta per la rivoluzione e un ritorno dell’umanità dal dominio delle macchine, in Kid A l’hacker non solo ha perso. Semplicemente non esiste più.

Amnesiac: ti ricordi com’era essere umani?

Qualche mese dopo l’uscita di Kid A, i Radiohead danno alle stampe Amnesiac. Figlio delle stesse sessioni del precedente, il quinto LP della band di Oxford viene bollato dai più come una raccolta di b-sides, di scarti non finiti nell’acclamato predecessore. Tale interpretazione potrebbe essere giustificata in virtù della presenza di una versione alternativa di Morning Bell, ma le intenzioni dei Radiohead erano tutt’altro che queste.

Non è solo la recente pubblicazione di Kid A Mnesia a darne prova, ma il tempo stesso a testimoniare come Amnesiac sia un lavoro complementare a Kid A. A detta della band, dovrebbe addirittura annullarlo fino a farne comprendere il vero significato. Infatti in Amnesiac, rispetto a Kid A, ritroviamo una forma canzone più canonica, seppure di raffinatissima composizione. Non mancano comunque bozzetti sonori, come Hunting Bear e rigurgiti elettronici come Like Spinning Plates.

L’album si apre con Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box. Non è passato nemmeno un anno dall’uscita di Kid A, ma il tempo cadenzato dalla velocità densa e schizofrenica del nuovo millennio fa pensare a un progresso che ha fatto il passo più lungo della gamba. “After years of waiting nothing came“, canta sconsolato Yorke, che rigetta qualsiasi tipo di interlocuzione anticipando la polarizzazione tipica dei social di oggi. “I’m a reasonable man, get off my case.”.

La vita dentro una casa di vetro

Amnesiac è pervaso da un’atmosfera funebre che riporta a una dimensione rituale umana. Già dal titolo, Pyramid Song lascia intendere questo. Le piramidi erano i monumenti dove venivano sepolti i faraoni egizi, mentre il brano sembra descrivere un dopo-vita quasi dantesco ma con uno scarso senso dello stupore (“I jumped in the river and what did I see?/Black-eyed angels swam with me/A moon full of stars and astral cars/All the things I used to see“). Qui la Realtà sembra aver pervaso ogni piano dell’umano, anche quello dopo l’esistenza.

Anche in Amnesiac il jazz è una forte influenza per i Radiohead e la coda dell’album non poteva che essere l’occasione perfetta per unire il tema funebre dell’album con questo stile. Life In a Glasshouse richiama le parate funebri tipiche della comunità nera di New Orleans, dove bande jazz accompagnano il feretro fino al cimitero con suoni cupi e tristi mentre al ritorno si celebra la vita con toni decisamente più festosi.

In questo brano però sembra esserci solo l’andata, con uno Yorke sconsolato che descrive le strane dinamiche dei rapporti all’interno di questa Glasshouse. Una casa di vetro dove tutti si vedono ma tutti sono soli e faticano a comunicare senza fraintendersi: Facebook con dieci anni d’anticipo. “Well, of course I’d like to sit around and chat/Only/If someone’s listening in.”.

Una profezia che si autoavvera

I Radiohead non hanno la sfera di cristallo e non potevano prevedere né Facebook né qualsiasi altra invenzione. Ciò che però hanno magnificamente intuito e messo in musica è il regresso umano che il progresso tecnologico ha portato nelle nostre vite. Nulla di reazionario, ma una controindicazione. Ancora meglio, un’avvisaglia a imboccare il binario giusto all’ingresso del nuovo millennio.

Futuri perduti, nostalgie, depressione e ansia sono i sintomi di qualcosa che è andato storto. O almeno, non secondo i nostri piani e aspettative. Se per molti i toni cupi e pessimisti di Kid A e Amnesiac erano esagerati rispetto all’entusiasmo del nuovo millennio, oggi possiamo dire, con le nostre vite condizionate da un algoritmo invisibile e subdolo, che avevano ragione loro.

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About Author

Luca Petinari

Classe '90, giornalista, mi piace scrivere di musica. Immagino nuovi futuri possibili e ho nostalgia di quelli perduti, tra accelerazionismo e hauntology. Nelle canzoni cerco il suono perfetto ma alla fine trovo sempre qualcosa di me che non conoscevo.

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