Dalla sopravvivenza economica alle strategie di potere: il filo rosso tra crypto, governi fragili e la deregolamentazione negli USA.
La ‘crypto-term’ di Donald Trump
La rielezione di Donald Trump lo scorso gennaio ha inaugurato una nuova stagione di deregolamentazione finanziaria negli USA. Particolare attenzione è rivolta all’ecosistema crypto e alle tecnologie basate sulla blockchain.
L’obiettivo del Presidente è inequivocabile: “Make America the crypto capital of the world.”
Ma cosa ha spinto Trump a passare, nel giro di pochi anni — da feroce critico delle criptovalute, chiamandole ‘non money-based on thin air’ — al loro principale paladino politico?

Dietro la spinta crypto di Trump
Una parte della risposta è elettorale. Durante la campagna del 2024–2025 il settore crypto è diventato uno dei principali finanziatori dei PAC pro-Trump, contribuendo con circa 18 milioni di dollari. Per consolidare questa alleanza, Trump ha promesso una deregulation aggressiva e una drastica riduzione dei poteri della SEC.
La svolta, però, inizia già negli anni “fuori dalla Casa Bianca”. Negli anni tra i due mandati, Trump ha progressivamente adottato l’immaginario crypto: dagli NFT presidenziali del 2022 ai progetti digitali sostenuti dai suoi supporter.
In parallelo, ha annunciato la creazione di World Financial Liberty, presentata da diversi media come una nuova società della famiglia Trump, orientata agli investimenti e ai prodotti crypto.
Una volta rientrato alla Casa Bianca, Trump ha spinto per una regolamentazione molto più morbida. La sua amministrazione ha ridotto i vincoli per gli intermediari digitali, limitato i poteri di enforcement della SEC e promosso gli Stati Uniti come futuro hub globale per le stablecoin e il mining.
Trump ha inoltre concesso un perdono a una delle figure più controverse del settore crypto. Changpeng “CZ” Zhao, fondatore di Binance, condannato per violazioni delle norme antiriciclaggio e per non aver mantenuto un programma AML adeguato. Interrogato sul motivo del perdono, il Presidente ha liquidato la questione con un “no idea who he is”.
Crescono anche i timori che un ecosistema crypto sempre più “soft” apra spazi alla corruzione, al riciclaggio e all’ingresso nel sistema finanziario USA di attori esclusi o sanzionati da quello tradizionale. Il Guardian arriva persino a parlare di “open corruption”.
Ma la crypto-politics non riguarda solo superpotenze e lobby: è nelle economie più fragili che la finanza decentralizzata mostra il suo volto più contraddittorio.
Blockchain – strumento contro l’inflazione
Se negli Stati Uniti il boom crypto è legato alla retorica politica di Trump, in Venezuela è ormai uno strumento mainstream. A Caracas molte piccole e medie imprese accettano pagamenti tramite digital wallet e piattaforme come Binance o servizi di peer-to-peer lending.
La logica è semplice: il bolívar continua a perdere valore — oltre il 70% tra ottobre e giugno — rendendo la valuta nazionale quasi inutilizzabile come riserva. Le criptovalute diventano così un mezzo di autodifesa finanziaria in un contesto in cui inflazione, salari minimi e instabilità politica rendono il sistema bancario tradizionale sempre più inaffidabile.
Per milioni di venezuelani, la blockchain non è un trend: è una strategia di sopravvivenza. I cittadini trasferiscono risparmi e salari nei digital wallet per difendere il loro potere d’acquisto.
E l’America Latina offre altri esempi estremi. In El Salvador, ad esempio, il Bitcoin è stato legalizzato come valuta a corso legale.
Ma in un Paese con un’inflazione del 226% dall’inizio del 2025, sotto sanzioni internazionali e segnato da anni di instabilità politica, questa stessa infrastruttura apre traiettorie contraddittorie. La rete crypto offre una valvola di sfogo a un’economia in crisi, ma diventa anche un canale difficile da tracciare. Si spiana la strada a soggetti sanzionati intenzionati ad aggirare il sistema finanziario tradizionale.
Crypto: libertà o vulnerabilità sotto il volto del potere?
Le criptovalute, in molti contesti, sono un atto di autodeterminazione. Cittadini esposti a governi instabili le usano come scudo contro valute in crollo, banche disfunzionali e sistemi politici incapaci di garantire stabilità. Ma la stessa infrastruttura che offre protezione può trasformarsi in un punto cieco. La decentralizzazione non coincide con la tutela: spesso comporta l’assenza di intermediari, responsabilità frammentata e maggiore vulnerabilità.
Le caratteristiche che rendono le crypto una risorsa estrema nei contesti fragili — anonimato relativo, scarsa intermediazione, facilità di trasferimento transfrontaliero — sono le stesse che le rendono utili a chi intende aggirare i controlli del sistema finanziario tradizionale.
Il Dipartimento del Tesoro USA ha documentato, già nel 2023, l’uso di infrastrutture blockchain per eludere sanzioni e condurre operazioni illecite. Il New York Times riporta che oltre 28 miliardi di dollari in fondi illeciti hanno transitato attraverso gli exchange crypto. Binance stessa ha ammesso di aver facilitato transazioni tra utenti statunitensi e in giurisdizioni sottoposte a sanzioni, in violazione delle misure imposte dal Tesoro e dal Dipartimento di Giustizia.
In questo scenario, l’ecosistema crypto agisce in due direzioni.
Da un lato, offre resilienza economica alle popolazioni e alle imprese colpite da shock istituzionali. Dall’altro,crea un’area di permeabilità che permette a soggetti sanzionati di operare fuori dai radar regolamentari, il che le sanzioni dovrebbero rafforzare.
L’obiettivo dichiarato da Trump — fare degli Stati Uniti la “crypto capital of the world” attraverso un quadro normativo più permissivo — rischia di indebolire alcune delle principali leve geopolitiche statunitensi, aprendo spazi inediti proprio a quegli attori che Washington mira a contenere.
