sabato, 06 Dicembre 2025

Disinformazione: crimine o politica di Stato?

Il 6 gennaio 2021, migliaia di manifestanti assediano il simbolo della democrazia americana: il Campidoglio. Due anni e due giorni più tardi, in Brasile, i sostenitori di Bolsonaro fanno irruzione nel Congresso con violenza, vandalizzandolo. Due tra le democrazie più grandi al mondo si trovano in profonda crisi.

Entrambi gli eventi sono stati preceduti da mesi di attacchi alle istituzioni da parte dei rispettivi presidenti uscenti. Donald J. Trump aveva definito qualsiasi elezione in cui non fosse apparso vincitore come manipolata e fraudolenta, mettendone in discussione la legittimità. Allora il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, aveva invece denunciato ripetutamente, senza prove, che il sistema elettronico di voto fosse soggetto a manipolazioni e che il Tribunale Superiore Federale, la più alta corte del Paese, fosse corrotto.

Due episodi dalle traiettorie simili, uniti da un problema che trascende le differenze geografiche: la disinformazione. La trasformazione della menzogna in strumento di comunicazione politica di un partito che, una volta al potere, la eleva a politica di Stato. Un fenomeno distinto rispetto alla cosiddetta “interferenza e manipolazione dell’informazione estera”.

Il grande focus sulla disinformazione come arma ibrida russa, giustificato dall’annessione della Crimea nel 2014, dal Brexit, dalle elezioni americane del 2016 e dagli scandali di finanziamento russo a partiti europei, ha finito per agire come una cortina di fumo, oscurando un problema in crescita a livello domestico. Il fenomeno non è passato del tutto inosservato, ma i sistemi democratici si sono rivelati vulnerabili e privi di strumenti adeguati per contrastarlo. Da un punto di vista politico e dell’opinione pubblica, è molto più semplice sostenere una politica securitaria contro una minaccia esterna che contro una minaccia interna, soprattutto quando quest’ultima è rappresentata da un partito politico nazionale.

L’alienazione di una parte della popolazione rende difficile anche inquadrare il discorso pubblico, sempre più polarizzato e conflittuale. La delegittimazione delle fonti d’informazione tradizionali, racchiuse con una connotazione negativa nella macrocategoria del “mainstream”, e la manipolazione della dimensione cognitiva dell’individuo per distorcere la percezione della realtà rendono arduo, se non impossibile, un processo di decostruzione critica capace di restituire una verità fattuale.

A minare ulteriormente la possibilità di un dialogo costruttivo contribuisce la dialettica, alimentata dalle campagne di disinformazione, secondo cui la lotta alla disinformazione non sarebbe la difesa della verità, ma un tentativo di censura. In altre parole, tali campagne hanno costruito una falsa dicotomia tra il contrasto alla disinformazione e la libertà di espressione. Un rovescio della medaglia tanto assurdo quanto efficace: affermare, pur sapendo che si tratta di notizie false, che i migranti haitiani stiano “mangiando gli animali domestici dei cittadini” o che un ministro della Corte Suprema abbia ricevuto “50 milioni in mazzette” è diventato un diritto anziché un crimine.

Queste dichiarazioni non vanno lette come singoli episodi isolati o semplici errori che, per quanto gravi, sarebbero comunque legittimi, bensì come parte di una campagna sistematica e deliberata di manipolazione dell’informazione per ottenere vantaggi politici.

La triplice alleanza: Politica, Social Media, Disinformazione

A questa appropriazione politica della disinformazione si affianca uno sviluppo tecnologico che consente deepfake sempre più sofisticati, insieme a una crescente deresponsabilizzazione da parte delle piattaforme su cui queste campagne proliferano. Elon Musk ha acquistato Twitter, poi rinominato X, autodefinendosi “un assolutista della libertà di parola” e criticando apertamente i sistemi di monitoraggio incaricati di filtrare contenuti falsi o dannosi, accusandoli di essere strumenti di censura. Sulla stessa linea, anche Meta ha ceduto alle pressioni, con Mark Zuckerberg che ha diffuso un video in cui, di fatto, delegittimava la politica dei fact-checker della sua azienda.

Il risultato è un totale caos di informazioni “libere” rigurgitate sui social. Scrollando senza sosta, tutti noi finiamo inevitabilmente per imbatterci in campagne di disinformazione e, per la legge dei grandi numeri, prima o poi ne diventiamo vittime.

Questa politica della disinformazione cerca anche alleanze. Trump ha imposto tariffe del 50% sui beni brasiliani, giustificandole con la “caccia alle streghe” nei confronti dell’ex presidente Bolsonaro (a proposito di caccia alle streghe e di disinformazione). La reazione del presidente americano è dovuta alle direzioni opposte che i due Paesi hanno intrapreso: mentre Trump vinceva le elezioni statunitensi, Jair Bolsonaro veniva accusato di un tentato golpe. Trump ha tentato di influenzarne il processo, senza successo. Lo scorso 12 settembre, Bolsonaro è stato condannato a 7 anni e 3 mesi di prigione per aver orchestrato un golpe di Stato, pianificando la morte dell’attuale presidente Lula e di altri ministri. All’interno del processo, non solo è stato ritenuto responsabile delle sue dichiarazioni false, ma è stata anche dimostrata una volontà chiara e organizzata di delegittimare le istituzioni per sovvertire l’ordine democratico.

Trump vuole inoltre esportare il modello americano di social media ‘assolutamente liberi’, nel senso di privi di regolamentazioni. Tra le motivazioni delle tariffe brasiliane figurano, infatti, il tentativo del Brasile di regolamentare le piattaforme social e alcune decisioni giudiziarie che non sono piaciute a diverse big tech americane. Inoltre, lo scorso luglio i Repubblicani hanno presentato un report in cui definivano il Digital Services Act dell’Unione europea una “minaccia straniera” che “impone la censura a livello globale e viola la libertà di espressione americana”.

Questi provvedimenti rappresentano l’elevazione degli interessi privati delle grandi multinazionali a politica internazionale degli Stati Uniti e agiscono come deterrente per tutti quei Paesi che vorrebbero introdurre regolamentazioni, ma temono di suscitare l’ira del presidente americano. Le già deboli regolamentazioni sulle big tech sono così sotto attacco, o uccise prima ancora di nascere, e una governance transnazionale sul tema della disinformazione, per quanto necessaria, risulta fortemente compromessa. C’è però uno strumento, a livello nazionale, che resta ancora inesplorato: educazione digitale, educazione digitale, educazione digitale.

Carlo Sapienza
Carlo Sapienza
Classe 1998. Nato nella bassa modenese, nel paesino di San Felice sul Panaro, dove la nebbia mi ha insegnato ad aguzzare la vista, e la pianura a spaziare con la mente. Qualità che mi servono nella mia carriera di relazioni internazionali.

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