Fino a qualche tempo fa l’idea che un film con una trama evanescente su un improbabile trio che gira a vuoto tra le desolatissime lande della provincia veneta sarebbe esploso al botteghino avrebbe fatto quasi tenerezza. Eppure, le città di pianura di Francesco Sossai compiono un piccolo miracolo portando più di 100.000 spettatori in decine di sale in tutta la penisola. E la galoppata non è ancora finita. Sembra dunque opportuno chiedersi da dove tragga la sua evidente forza questa pellicola. A colpo d’occhio, sembrerebbe trattarsi di una delicata questione di equilibri e margini. E anche di tempo.

Opere prime, opera seconda
Innanzitutto, una piccola precisazione: Le città di pianura è l’opera seconda di Francesco Sossai.
Naturalmente, quello che stupisce non è che il film di un regista alla sua seconda esperienza con il lungometraggio sia proprio bello. Infatti, per chi tiene d’occhio quel frastagliato panorama che è il cinema degli esordi in Italia, la vitalità dei linguaggi dei cineasti esordienti non è una novità. Le città di pianura si inserirono infatti a pieno titolo in uno sciame di opere prime e seconde che possiedono tutti i crismi di chiare visioni autoriali in via di sviluppo: si pensi, tra gli altri, a film degli ultimi anni come Una sterminata domenica di Alain Parroni o Patagonia di Simone Bozzelli.
A ciò si potrebbe aggiungere anche che Sossai era nella lista dei nomi da tenere d’occhio già con il primo lungo Altri cannibali, ora disponibile su Mubi, e soprattutto con l’interessante cortometraggio Il compleanno di Enrico. Nessuna sorpresa , allora,che quest’anno Le città di Pianura sia stato presentato nella prestigiosa sezione Un Certain Regard del festival francese.
Tutto questo per dire che sul successo critico di questo film si erano pronti a scommettere. Ma, che Le città di pianura sfondasse i confini del ristretto mondo di addetti ai lavori e amatori per posizionarsi al centro del dibattito culturale del bel paese, questo sì che è un fatto shockante.
Mentre mi arrovellavo sulla questione, mi è tornato in mente il buffo commento di una mia amica alla fine della proiezione. “Che belle le storie piccole“, ha esclamato mentre si accendevano le luci nella sala gremita.
Le città di pianura, una storia piccola
Per quanto riguarda le storie piccole, c’è purtroppo un grande equivoco che le riguarda. Spesso, infatti, si tende a pensare che siano storie semplici, infantili e, tutto sommato, banali. Potrebbe essere una brutta abitudine di questi tempi, in cui teniamo sempre gli occhi puntati sulle stories eccezionali, sui cosiddetti modelli aspirazionali che ci insegnano cosa dobbiamo voler essere, sulle guide step by step al successo, sul mito del vincente (che poi, cosa si vinca, non è mai molto chiaro). Ce ne stiamo col naso puntato verso l’olimpo virtuale mentre ci lasciamo sfuggire la realtà di chi incrociamo sull’autobus o al semaforo.
Lo sa bene anche Giulio, il protagonista di Le città di pianura, un Filippo Scotti nei panni del timido studente che si muove ai margini della vita con una scarpa nei manuali universitari e l’altra impantanata nei social. Moderno Pinocchio, il viaggio di Giulio è infatti un viaggio verso la realtà in carne e ossa, che si compie attraverso l’incontro con Doriano e Carlobianchi, il Gatto e la Volpe, in una credibilissima versione avvinazzata. La loro storia, il peregrinare, la metà, le notti a rincorrere l’ultimo bicchiere sono storie piccole, anzi piccolissime.
Sono le storie di cui pullula questa Italia che è anche e soprattutto provincia, sono le storie che ci sfiorano nei baretti sulla statale, quelle che sorpassiamo negli incroci fantasma nelle zone industriali, sono le storie dei margini da cui alcuni si sono sfilati e altri si sono incastrati, sono lo storie piccole che non vogliamo approfondire perché abbiamo ceduto al fascino delle storie eccezionali.

Contro la crisi dell’esperienza
Da un certo punto di vista, si potrebbe dire che il racconto delle storie piccole, come quello messo in scena in Le città di pianura, sia una questione cruciale in una società atomizzata come la nostra. Già nella metà del secolo scorso, Walter Benjamin ci metteva in guardia: “l’arte del narrare si avvia al tramonto”, scriveva il grande critico, rintracciando le cause di questo fenomeno nella crisi dell’esperienza. Veniva sempre più meno, a suo dire, il fondamento stesso dell’atto narrativo: i fatti che ci accadano e che passano di bocca in bocca in modo che poi possano essere comunicati agli altri. La conseguenza del declino pronosticato da Benjamin è ancor più catastrofica: il corollario di un’umanità che non sa raccontare è un’umanità che non sa ascoltare.
Un film come Le città di pianura si oppone in doppio senso alla crisi dell’esperienza contemporanea.
Lo fa innanzitutto portando il pubblico a contatto con ciò che normalmente si tende a tenere fuori dalla nostra esperienza quotidiana, ovvero chi (la coppia di vecchi ubriaconi Doriano/Carlobianchi) sta ai margini (i bar, gli autogrill, i rettilinei autostradali) del margine (la provincia). Ma questo non basta.
A un livello più profondo, Sossai tiene le fila di una storia in cui, come si dice in gergo, “si parla molto e non succede quasi nulla”, grazie a una struttura dialogica che permette un’esplorazione realistica e minuziosa dei substrati della provincia attraverso incontri casuali con personaggi iconici e un humor sempre sull’orlo del precipizio tipico del mondo postindustriale. In un’intervista, infatti, il regista ha dichiarato di aver elaborato la sceneggiatura proprio a partire dagli appunti raccolti, nell’arco di anni, nei bar, negli autobus e nelle piazze del Veneto, dalla bocca degli estranei.
In bilico: ordine ed eversione
Ridotto ai minimi termini, Le città di pianura è la storia dell’incontro fortuito tra il giovane e diligente Giulio e una coppia di vecchi amici, Doriano e Carlobianchi, che passano le loro notti alcoliche tra un bar e l’altro, a ripetere: “beviamo l’ultimo?” Il bizzarro trio trascorre insieme un paio di lunghe giornate in cui si compie una sorta di iniziazione dell’inesperto Giulio alla vita, mentre fuori dal finestrino si srotola la fosca pianura veneta. In questo senso, emerge la prima polarità entro cui si gioca un film che si tiene in bilico tra due dimensioni.
Se infatti il timido Giulio, con la sua fissa per la frequenza delle lezioni universitarie e la sua conoscenza manualistica del mondo, rappresenta la forza logica, ordinatrice e centripeta della storia, il duo Doriano/Carlobianchi lo controbilancia con la sua spinta carnevalesca a immergersi nella realtà caotica e carnale del mondo.
Non a caso, si è molto parlato dell’evidente debito che le città di pianura hanno nei confronti di un film simbolo della Commedia all’italiana come Il sorpasso di Dino Risi. Che Sossai si sia ispirato alla dinamica tra lo studentello e il mattatore Gassman è evidente, ma se la pellicola di Risi si svolge attraverso l’Italia esuberante del Boom economico (salvo poi implodere nello sconvolgente finale che neutralizza profeticamente le speranze di quegli anni), l’orizzonte fisico ed esistenziale di Le città di pianura è necessariamente diverso.

In bilico: euforia e baratro
Che un film dal titolo Le città di pianura giochi sulla metafora spaziale, c’era da aspettarselo. Naturalmente i paesaggi nebulosi, le fredde statali e l’infinita, ripetitiva pianura fungono da correlativo visivo dello spaesamento interiore dei protagonisti.
Una volta definitivamente crollate le promesse di benessere degli anni del Boom, ciò che rimane sono strade scalcinate, locande fatiscenti e calcestruzzo abbozzato dappertutto. È con questo paesaggio, con questo senso di tradimento e di delusione generazionale che Sossai si mette a fare i conti.
E infatti la trasformazione di Giulio si concretizza nel lento allontanamento del trio dalla città, Venezia, e nel progressivo perdersi nel vorace entroterra veneto. Un movimento che va dunque dal centro in cui ancora si conservano degli sprazzi di euforia verso una periferia desaturata e marginale. Ed è proprio in questo interstizio tra vitalità e disperazione, tra ricerca dell’euforia e minaccia del baratro che si gioca un’altra polarità sulla quale le città di pianura si tengono in equilibrio.
Nel grande spazio
Stando al film di Sossai, se c’è ancora una qualche verità segreta (la stessa che Doriano e Carlobianchi hanno sulla punta della lingua) pare che sia in questo spazio di margini che si debba andare a cercare. È emblematico in questo senso che Giulio sia un brillante studente di architettura: la sua è una conoscenza che organizza lo spazio razionalizzando pieni e vuoti, l’arte che per eccellenza crea sistemi di significato intorno a noi. Ma è insufficiente.
Questo viaggio improvvisato, questo girare a vuoto nel vuoto, è infatti un viaggio che si fa in tre dove anche i due signorotti che trangugiano prosecco con le loro guance paonazze sono alla ricerca di qualcosa.
Guardando le atmosfere delle città di pianura mi è subito tornato in mente uno strano testo di Gianni Celati, Verso la foce. Si tratta di un insieme di quattro racconti di viaggio scritti durante una perlustrazione della pianura padana in compagnia di Luigi Ghirri. Risfogliando, mi sono imbattuta in questa frase: Non sembrano sentire la necessità che abbiamo noi di spostarci sempre nel grande spazio, tentando così (invano) di risolvere la nostra inadeguatezza alla vita. Ecco, che lo sappia o meno, il fantasmagorico duo Doriano/Carlobianchi si sposta irrequieto nello spazio tra le città di pianura per risolvere un nodo che emerge di pari passo con la trasformazione del protagonista.

Una questione di tempo
Lo spazio delle città di pianura è anche, e soprattutto, una questione di tempo.
Ogni notte Doriano e Carlobianchi buttano giù un bicchiere dopo l’altro tra una risata fragorosa e l’altra, fino a quando a notte fonda, quando il buio sembra esaurirsi e la stanchezza prendere il sopravvento, uno dei due avverte l’avanzare imperterrito del vuoto e chiede all’altro di farsi ancora un’altra bevuta.
“Beviamo l’ultimo?” è, insomma, una formula magica che consente al duo di tirare i margini del tempo fino a dilatarlo fino a sospenderlo. Il tempo dei due amici è l’eterno presente, in cui si può sempre far finta che la perdita e il fallimento siano, tutto sommato, dimensioni che non li riguardano. Il tempo dilatato che Doriano e Carlobianchi si costruiscono a suon di ultime bevute è dunque un tempo che nega il futuro per ripetere imperterrito la stessa notte che è in fin dei conti una notte di quella gioventù scalmanata e scanzonata che i due, troppo vecchi per crescere, continuano a rincorrere. È il tempo in cui le promesse possono ancora essere mantenute, le verità svelate, i treni acchiappati.
È un tempo che è deragliato, sorpassato dall’ipnotizzante vita di provincia, ma questo Doriano e Carlobianchi non lo vogliono ammettere e, con ogni sorso che li allontana dall’ultimo bicchiere, si sottraggono alla disillusione. Ed è questo il tempo in cui, per un paio di giorni, precipita anche il giovane Giulio.
Le città di pianura
Durante una delle loro avventure, Giulio nota un affresco e lo descrive come un paesaggio immaginario, irreale. L’operazione che Sossai ha compiuto con questo film segue proprio questa logica fantasmagorica: le città di pianura sono lo spazio impossibile in cui il tempo è sospeso nel presente. Sono lo spazio in cui si sta in bilico, ad esplorare il margine sottilissimo tra la vitalità e la disperazione, stando bene attenti a non perdere l’equilibrio.
Sono lo spazio che si spalanca sul fondo dove tutto svanisce, come direbbe Celati.
Iconico, allora, che l’avventura di Giulio, Doriano e Carlobianchi si concluda al memoriale Brion.
Una tomba, un luogo di contemplazione, uno spazio ibrido e interstiziale a cavallo tra due cerchi, da un lato la vita, dall’altro la morte.
