Le tensioni tra Cuba e Stati Uniti non accennano a placarsi. Il mese di maggio si è aperto con accese proteste del popolo cubano, in occasione della Festa dei lavoratori, contro le sanzioni statunitensi. Migliaia di lavoratori dei settori elettrico e petrolifero hanno riempito le strade dell’Avana per riaffermare la resilienza e l’indipendenza del proprio Paese.

L’escalation dei rapporti USA-Cuba
Da inizio anno i rapporti politici e, soprattutto, economici tra Cuba e Stati Uniti si sono inaspriti esponenzialmente. La cattura dell’ex Presidente venezuelano Nicolás Maduro ad inizio gennaio è un evento chiave per capire la situazione attuale di Cuba. Il Venezuela di Maduro era, infatti, un alleato prezioso per Cuba e il suo principale fornitore di petrolio. Con il rovesciamento del regime venezuelano, quindi, gli Stati Uniti hanno acquisito una posizione di estremo potere sull’Avana. Con il controllo delle forniture di petrolio, Trump detta le condizioni, ancora una volta.
In seguito all’intervento in Venezuela, Trump ha dichiarato che Cuba sarebbe il prossimo Paese in cui intervenire in caso di mancato accordo con i vertici. A guidare l’Avana è il Presidente, e Segretario del Partito Comunista, Miguel Díaz-Canel. Sotto un rigido regime che nega l’opposizione e nel pieno di una crisi economica senza precedenti, la popolazione cubana è allo stremo.
A partire da gennaio Trump ha progressivamente inasprito le sanzioni contro Cuba. Queste sono volte, principalmente, a bloccare l’invio del petrolio, essenziale per il sostentamento della nazione. Il principale target delle sanzioni è il Grupo de Administracion Empresarial SA, legato ai principali settori dell’economia cubana. Le importazioni di petrolio rappresentano più della metà del fabbisogno cubano e sono indispensabili per la produzione di elettricità. Oltre al Venezuela, controllato da Trump, anche il Messico ha limitato l’invio di greggio all’Avana per timore di un’eventuale reazione statunitense.

(credit: @ispi.it)
Una diretta conseguenza delle sanzioni sono i ricorrenti black-out nel Paese. Il blocco del petrolio ha fatto precipitare Cuba in una tremenda crisi energetica, con continue e diffuse interruzioni della corrente. Ne deriva anche una crisi umanitaria piuttosto grave. Tutti gli apparati del Paese, infatti, sono sottoposti ad un programma di razionamento che limita l’uso dell’energia per far fronte alla scarsità delle risorse. Anche il sistema sanitario, da sempre stimato dal resto del mondo, sta collassando per l’impossibilità di effettuare interventi chirurgici. Lo stesso vale per scuole e trasporti, i cui servizi sono stati drasticamente ridotti. Un declino generale dell’economia del Paese e delle condizioni di vita del popolo cubano.
Oltre all’enorme pressione economico-finanziaria, Trump ha espresso più volte l’intenzione di intervenire militarmente nel Paese. Secondo il Presidente americano, Cuba sarebbe il prossimo tassello della strategia per garantire la sicurezza statunitense. Il 29 aprile, inoltre, il Senato ha bloccato una misura che avrebbe impedito a Trump di utilizzare l’apparato militare contro Cuba senza l’approvazione del Congresso. Per il Senato, a maggioranza repubblicana, questo limite non sarebbe necessario dato che non sono in corso ostilità contro Cuba.
L’estrema frustrazione e precarietà hanno riportato i cubani in piazza dopo diverso tempo. Le manifestazioni sono all’insegna dell’anti-imperialismo e apertamente anti-statunitensi. In occasione della Festa dei Lavoratori il popolo cubano ha, infatti, marciato di fronte all’ambasciata statunitense all’Avana. Tra gli slogan, ‘Patria y Vida’ torna a dar voce alla resilienza del popolo cubano dopo le manifestazioni contro il regime del 2021.
Cuba è la prossima in lista?
“On the way back from Iran, we’ll have one of our big – maybe the USS Abraham Lincoln aircraft carrier – the biggest in the world, we’ll have that come in, stop about 100 yards offshore, and they’ll say, ‘Thank you very much. We give up’.”
Donald Trump, Maggio 2026 (credit: @bbc.com)
Difficile prevedere se Trump ordinerà veramente un intervento militare su Cuba. Di certo la narrazione presentata dalla Casa Bianca nel corso di questo anno non promette nulla di buono. Trump considera il regime socialista cubano una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti: ‘a safe haven for transnational terrorist groups’. E secondo la prassi trumpiana, questi sarebbero elementi più che sufficienti a giustificare l’azione militare.
Tuttavia, un’operazione a Cuba avrebbe per gli Stati Uniti un significato ben diverso da quelle in Venezuela e Iran. Gli interventi in Venezuela e Iran, al di là della solita retorica, avevano anche l’obiettivo di influenzare il commercio dei combustibili a livello globale. Nel caso di Cuba, invece, il valore simbolico sarebbe in primo piano. Cuba è un’isola a poche miglia dalla Florida guidata da un regime socialista e, storicamente, sfuggente al controllo statunitense. Per molti studiosi riportare la questione cubana al centro della strategia americana non è altro che l’ultimo tassello del piano di Trump prima delle elezioni di Mid Term a fine anno. La caduta del regime guidato da Díaz-Canel rafforzerebbe l’immagine di un leader che agisce senza alcun remore per ristabilire l’ordine mondiale.
Negli ultimi giorni il Messico sta inviando aiuti umanitari a Cuba, pur non riaprendo il commercio del petrolio. Questi non sono però in grado di contenere il tracollo generale del Paese. Inoltre, il Nicaragua ha chiuso la via di fuga dei cubani verso gli Stati Uniti.
In uno scenario in cui il diritto internazionale viene sbeffeggiato dalla maggiore potenza mondiale, il rischio è che ciascuno diventi l’arbitro di sé stesso. Questo rende le decisioni di Trump imprevedibili e, come nel caso della guerra in Iran, spesso incoerenti. Come di consueto resta un’unica certezza. La popolazione comune sta già soccombendo.
