martedì, 08 Settembre 2026

Perché studiamo il latino: racconto di una lingua “morta”

Perché studiamo il latino

“Prof, ma perché dobbiamo studiare il latino?”

A dirlo, o meglio a sbuffarlo, è una mia studentessa che sfoglia distrattamente il libro con un’espressione sofferente. “Ma infatti, prof – continua un altro – tanto è una lingua morta”. 

La domanda, lo so, sorge spontanea quando il lunedì alla prima ora ci si scontra con lo scoglio invalicabile di declinazioni e casi. Una domanda, assolutamente lecita, a cui proverò a rispondere con il sostegno di Nicola Gardini e il suo Viva il Latino: storia e bellezza di una lingua inutile (Garzanti, 2016). 

La società del fare

Non è inusuale nel tempo corrente dare precedenza a ciò che è “pratico”, tanto da averne esteso il significato al punto da snaturarlo. Tutto deve avere un’immediata applicazione, realistica e tangibile. La scuola deve corrispondere a una funzionalità quanto più pro attiva possibile, corrispondere all’inscindibile binomio apprendimento-sfruttamento. E dunque nella frenesia del fare, il latino non trovare una posizione spendibile. Dice Gardini: per difendere il latino bisogna comunque avvalersi di argomentazioni che lo rimandino ad un uso immediato. Per questo i lunedì mattina, fissando lo sguardo assonato di una ventina di adolescenti, mi troverei a dover rispondere che il latino apre la mente, insegna un metodo, abitua alla cura sintattica-morfologica, scovandone la motivazione pratica, quella del fare.

Ma se il latino fosse solo questo, una palestra allora tanto varrebbe studiare altre lingue complesse, come il tedesco,il russo, l’arabo, il cinese, che sono pure utilizzabili nella comunicazione corrente [..]no,lo studio del latino, non deve essere finalizzato a rendere semplicemente più agili le meningi. 

Ora nulla da criticare ad un assetto culturale volto all’applicabilità immediata, che risponde a bisogni contemporanei, ma ad oggi sembra che dedicarsi allo studio per interesse, per passione, per un senso di memoria collettiva, sia da intendere come uno spreco. Uno spreco di risorse come se fin dalla scuola la nostra produttività debba essere misurata in scala industriale. 

La vittoria del più forte 

L’opposizione di chi, come definisce Gardini, è un “inutilista” verso il latino si costruisce in primis attorno alla definizione del latino come di lingua morta. Come esplica la Treccani “una lingua non più usata da nessun parlante (come, per es., il gotico), o, che pur essendo adoperate da persone che se ne appropriano attraverso lo studio (come il latino), non sono parlate in una comunità linguistica organica né trasmesse di padre in figlio”.

Eppure, se la lingua viva è tale perché prospera, tramandata di generazione in generazione, il latino ha superato secoli di storia passando tra le mani di milioni di esseri umani.
In questa lotta linguistica la memoria culturale del latino sembra venire meno per un’applicazione non percettiva ma intellettiva. Eppure è innegabile che il latino possegga spiccate abilità auto conservazioniste, se pensiamo che sia il figlio di un generale romano dispiegato ai confini dell’impero (come attestato da ritrovamenti archeologici) che uno studente italiano contemporaneo si trovano a studiare gli stessi argomenti.
Dunque, benché abbandonata nel parlato, il latino mantiene una sua dignità. Quella della comunicazione collettiva, del legame storico accademico con una potenza imperiale che ha strutturato la nostra società.

La grande bellezza

Ed è questa la grande bellezza del latino. La conservazione di una lingua che racconta, l’emozione di tradurre testi composti secoli addietro. Studiamo il latino per inserirci nel tracciato di un linguaggio storico. L’apporto di una tale materia conferisce un incredibile potere linguistico allo studente. Fornisce nuove espressioni, accompagna nel processo di traslare un’idioma, permette di approcciarsi a concetti di critica filologica e di comprendere il nostro linguaggio da un differente punto di vista, compiendo scelte critiche necessarie per la migliore comprensione.


Al contempo è responsabilità del docente svelare questo volto benevolo e intrigante del latino, comunicando l’importanza di farsi nuovi amanuensi, raccontando come ogni elaborato di traduzione sia dare nuova vita, un nuovo veicolo comunicativo alla lingua di Cicerone, di Cesare.
Il latino è un viaggio in una civiltà a cui siamo indissolubilmente legati che consiglio a chiunque di intraprendere, sopratutto per la soddisfazione di riuscire (dopo non lo nego diversi tentativi ) ad inserire quella chiave di volta capace di slegare davanti ai nostri occhi racconti centenari di voci immortali.

Sofia Paolinelli
Sofia Paolinellihttps://www.sistemacritico.it/
Classe 1997. Laureata alla magistrale in Lettere Classiche attualmente lavoro in campo editoriale. Classicista con ambizioni interdisciplinari provo un amore sconfinato per i panorami scozzesi, i musical e il cinema hollywoodiano degli anni '50. Attualmente in possesso di circa una ventina di quaderni su cui periodicamente scrivo piccoli racconti. Per il blog mi occupo della sezione di cinema e letteratura.

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