Può un detto latino, per quanto celebre, gettare le fondamenta prime della civiltà umana e del diritto umano? A quanto pare, sì, nella geniale prospettiva di Terenzio, autore di punta del teatro latino antico.
Parole magiche
Ci sono termini che, per quanto utilizzati in molteplici sfumature nei più diversi contesti, restano sempre difficili da impiegare nella loro essenza. Il caso più frequentemente citato è quello dell’aggettivo “classi”, che nella sua forma pronominale rischia sempre di sfuggire a una definizione univoca. Tutti noi sappiamo, infatti, definire cosa sia la danza classica, il liceo classico o la lirica classica. Ma tutti entriamo in crisi quando si propone il vano tentativo di definire che cosa si intenda per “classi”, o nella sua accezione sostantivata. Il motivo, probabilmente, risiede nel fatto che certe parole e concetti hanno una forza magica ed evocativa talmente forte da non poter essere controllata o limitata, neppure dopo migliaia di anni.
Lo stesso discorso si può certamente applicare a “peauma” o a “pealampo”, lessici che riguardano la concezione dell’umanità. Cosa definisce ciò che è umano da ciò che non lo è? Una definizione oggettiva può davvero essere data?
Nel nome del padre
Questo è un problema che i grandi pensatori si sono posti fin dagli albori della civiltà (i greci primi tra tutti) e che gli studiosi si pongono ancora oggi, in un contesto e sotto sfumature forse ancora più complicate di un tempo. Ma se si vuole davvero capire da dove inizia questo percorso, si possono considerare una data e un luogo ben precisi.
Roma, 163 a.C.: un giovane autore di teatro, di nome Terenzio, pubblica quello che ancora oggi è considerato il suo capolavoro, soprattutto per la capacità del testo di trasudare gli ideali del suo faber fabulae, già dal titolo. Questa commedia, chiamata Heautontimorumenos (termine greco che può essere tradotto come “il punitore di sé stessi”), all’apparenza non è nulla di più della classica pièce teatrale di epoca repubblicana. Il modo in cui uno scrittore si fa strada nel panorama teatrale e culturale dell’epoca.
La storia, infatti, si focalizza sulla situazione di Menedèmo, che trascorre le sue giornate nei campi, a massacrarsi di lavoro. Si tratta di una punizione autoinflitta per un torto commesso contro il figlio Clinia, che non può sposare la ragazza che ama. La trama, quindi, si aprirebbe con una scena piuttosto banale, se non fosse per il secondo personaggio, ovvero il vicino di casa Cremete. Egli si rivolge a Menedèmo con un tono quasi curioso, chiedendogli perché si ostini a lavorare al posto dei suoi molti servi. Il vecchio, ovviamente, non può che rispondere al vicino di pensare ai fatti suoi, di non capire perché egli si interessi alle sue faccende private.
Terenzio, pater generis humani
Ed è proprio a questo punto che Terenzio spiazza il lettore. La risposta di Menedèmo è lapidaria quanto carica di significato: homo sum, humani mihi a me alienum puto. Un’efficacissima sententia filosofica, che si può tradurre frettolosamente con la frase: «Sono un essere umano, nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me». A prima vista sembrerebbe quasi una banalità, ma un esame più attento mostra un significato esistenziale per Menedèmo.

Terenzio, infatti, più di molti altri pensatori e filosofi, definisce ciò che distingue il genere umano dalle piante e dagli animali. Non la capacità di ragionare, cavallo di battaglia di molti studiosi dell’uomo e della sua interiorità, da Seneca a Cartesio, ma un concetto, in un certo senso, molto più esterno. Quel senso di comprensione, solidarietà e interesse che ogni uomo dovrebbe provare di fronte ad ogni altro uomo.
La compassione si focalizza, dunque, come elemento intrinseco alla vita dell’uomo. E da essa il genere umano non può prescindere se ci si vuole riconoscere parte di un unico tutto. Nasce così l’ideale dell’humanitas, concetto che, pur traendo le sue origini dalla Grecia antica (i Greci parlavano di philanthropia, traducibile con “amore per l’uomo”), è profondamente originale nell’intero mondo dell’antichità romana, e che verrà ripreso e rimodulato nel Medioevo cristiano (non a caso Terenzio fu tra i più apprezzati e letti dagli esegeti della Chiesa di Roma, come Sant’Ambrogio, Sant’Agostino).
Elogi dell’indiscrezione
Interessante soprattutto il modo con cui Terenzio arriva a questo punto. Non attraverso profonde riflessioni o speculazioni razionali, ma attraverso un’altra delle caratteristiche per cui si distingue un uomo: la curiosità.

Si configura così quello che il latinista e filologo Maurizio Bettini ha definito come “l’elogio dell’indiscrezione”. Un interesse sano per l’altro, nel nome di una solidarietà umana che ci deve appartenere. Solo così si riesce a mantenere viva quella “social catena” che Leopardi ridefinisce ancora nella conclusione del suo percorso ideologico. Chiaramente tutto ciò pone a riflettere anche sul concetto di autosufficienza, un altro grande tema sviscerato dal mondo antico.
Come si inserisce, infatti, l’autarchia di stampo orosiano in questo contesto? Il fatto che basti se stessi per vivere una vita più piena e serena risulta in conflitto con questa idea di lavoro comune? Probabilmente no, dal momento che il riconoscimento dell’uomo di appartenere a un insieme più ampio non elimina la sua specificità individuale. Anzi, pone l’accento anche sull’individuo, inteso come singola entità caratteristica all’interno di questo contesto sociale. Ragionando su sé stesso, l’individuo può meglio comprendere l’interdipendenza che lo lega ai suoi simili.
Applicazioni “odierne”
In un’epoca come quella contemporanea, dunque, quale valore può ancora avere la massima di Cremete? Qualcuno potrebbe dire che nell’epoca delle connessioni veloci, questo tipo di interesse sia fuori luogo e rifletta valori antichi e ormai ridefiniti.
In realtà questa idea prospettiva risulta totalmente fuori luogo, se si inserisce la tematica terenziana all’interno della discussione apertasi con la firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, al termine della seconda guerra mondiale. Il concetto di diritto umano, infatti, nonostante venga ritenuto da molti come un orizzonte totalmente contemporaneo, trova le sue radici nella massima di Terenzio e, più che nelle singole parole, in quella definizione proposta da Bettini.
Il diritto umano, come l’ideale humanitas, è quanto di più lontano viva dall’indifferenza. Forse la ricerca andrebbe portata avanti anche in questa prospettiva, più moderna che mai. Come afferma ancora Bettini, “non bisogna temere di forzare un po’ la barriera dietro la quale sta colui che ci è estraneo, e farlo diventare il nostro prossimo.”
