sabato, 06 Dicembre 2025

USA e Venezuela: i contrari e i favorevoli all’invasione

Negli USA, i cittadini non accettano l’idea di un’intervento armato in Venezuela, che negli ultimi mesi sta diventando sempre più concreto. È il risultato messo in luce da un sondaggio del centro di ricerca internazionale YouGov. Al contrario, messi di fronte alla stessa domanda da altri sondaggi di AtlasIntel e Bloomberg, la maggioranza degli intervistati di alcuni paesi latinoamericani sostiene un’operazione militare a stelle e strisce.

Si ha un rovesciamento paradossale nelle due risposte, impensabile se si considera la storia di ingerenza degli USA in America Latina, il loro “cortile di casa”. Con modalità e in contesti differenti, gli USA hanno favorito colpi di Stato, fornito sostegno militare e finanziato gruppi paramilitari antigovernativi in tutta la regione. Le operazioni militari direttamente sul campo, o i tentativi frustrati, non sono un’eccezione, soprattutto in America Centrale e nei Caraibi. Basti pensare all’operazione fallita alla Baia dei Porci del 1961, all’invasione dell’isola di Grenada nel 1983 e di Panama nel 1989.

Sembrerebbe normale pensare che con un tale retroscena, l’escalation avviata da Trump nelle acque antistanti al Venezuela incontri la condanna unanime da parte dell’opinione pubblica latinoamericana. Ma la realtà sembra essere un’altra.

I venti di guerra aleggiano sui Caraibi meridionali

Dal suo insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump ha inasprito i rapporti con il Venezuela. Il Segretario di Stato Marco Rubio sta conducendo una crociata contro i regimi di sinistra della regione motivata da una grande componente personale, provenendo da una famiglia di esuli cubani fuggiti dal regime castrista. Ma per giustificare l’alzata di toni contro la sinistra latinoamericana Rubio ha giocato la carta del narcotraffico, un pretesto che piace ai trumpiani, di principio disinteressati ai valori della democrazia, figuriamoci a esportarla.

Così, con l’alibi della guerra alla droga, dalla fine di agosto Washington ha accentuato la sua presenza militare nei Caraibi. Nonostante il Venezuela non sia l’hub principale del narcotraffico verso gli USA, a inizio settembre avvengono i primi attacchi contro piccole imbarcazioni venezuelane. Le immagini vengono prontamente postate da Trump sui suoi canali. Senza alcuna prova a sostegno delle sue affermazioni, il presidente statunitense afferma che le vittime sarebbero dei narcotrafficanti del gruppo criminale venezuelano Tren de Aragua, colpiti nell’intento di trasportare fentanyl fuori dal Paese sudamericano. Con i successivi attacchi definiti dall’ONU come delle vere e proprie esecuzioni extragiudiziarie, il totale del numero di morti in mare arriva a 66.

Tuttavia, il vero obiettivo di Washington sembra essere un altro: esercitare pressione contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro, rieletto lo scorso luglio truccando le elezioni. La campagna di Trump nei Caraibi si inserisce sulla scia di varie azioni contro il regime venezuelano. La Casa Bianca ha raddoppiato a 50 milioni di dollari la ricompensa per la cattura di Maduro, diventando la taglia più alta mai raggiunta nella storia degli Stati Uniti. Da anni Maduro è accusato di essere a capo del Cartello dei Soli, la cui stessa esistenza è oggetto di controversia. Inoltre, Trump ha autorizzato la CIA a condurre operazioni segrete in territorio venezuelano. Infine, ha affermato che sta considerando di mettere in atto attacchi militari direttamente contro Caracas e che “Maduro ha i giorni contati”.

Un regime change in Venezuela impopolare negli USA

Cosa ne pensano i cittadini statunitensi dell’accanimento di Trump contro la Repubblica Bolivariana? Solo il 15% degli intervistati da YouGov si è espresso a favore dell’impiego dell’esercito per un’invasione di terra, contro il 55% di contrari e il 30% di indecisi. Si tratta di un sostegno neanche lontanamente comparabile con quello registrato in altre occasioni, come alla vigilia dell’invasione dell’Iraq nel 2003. E al contrario del caso di Saddam Hussein, solo una minoranza del 18% sarebbe favorevole a rovesciare il regime di Maduro.

Così com’è avvenuto in altre occasioni, l’insofferenza degli elettori MAGA verso le iniziative internazionali dell’inquilino alla Casa Bianca è palpabile. Tra i repubblicani si arriva a un 28% di favorevoli a un’invasione militare, contro il 38% di contrari e il 35% di indecisi. Tuttavia, sempre tra gli elettori di Trump, l’approvazione della presenza militare statunitense davanti alle coste venezuelane è alta: 58% a ottobre, sebbene in calo rispetto al mese precedente.

Lo scenario esposto dallo studio di YouGov è chiaro: il Governo non ha convinto gli elettori con la sua politica estera. Assieme ad altri coinvolgimenti negli affari interni di altri Stati, da tempo Trump ha abbandonato l’isolazionismo con cui si è sempre presentato al suo elettorato. Tuttavia, in Venezuela sembra stia facendo sul serio e un passaggio all’azione non è chiaro cosa potrà comportare. Si avrà un definitivo allontanamento della base elettorale MAGA dal Governo, oppure un rimbalzo nei sondaggi dovuto a un effetto rally around the flag.

Il sostegno latino agli USA contro il Venezuela di Maduro

Ma a sud del Rio Bravo, l’opinione pubblica di diversi paesi è schierata in modo diametralmente opposto. Il 53% degli intervistati da AtlasIntel nell’ottobre 2025 sarebbe favorevole a un intervento statunitense per rovesciare il governo di Maduro, ritenendolo la via più percorribile per rimuoverlo dal potere. Tra i paesi più favorevoli emergono Perù, Bolivia ed Ecuador al 67%, Colombia e Brasile al 55% e Repubblica Dominicana e Puerto Rico addirittura al 79%.

Solo il 12% degli intervistati riserva opinioni favorevoli su Maduro, ritenendolo responsabile della disastrosa situazione economica del suo Paese e dell’esodo di milioni di venezuelani. Ma alcuni si spingono oltre. Tra una lista di nomi di leader internazionali, secondo il 39% degli intervistati, Donald Trump è quello che sta facendo di più per liberare il Venezuela dal chavismo.

Va da sé, probabilmente l’arrivo di milioni di venezuelani ha inciso molto sulle opinioni espresse in questo sondaggio. I Paesi più critici del regime di Caracas sono anche quelli più toccati dall’ondata migratoria venezuelana dell’ultimo decennio, assieme alle tensioni sociali, alla xenofobia e alle questioni securitarie che essa ha comportato. Infatti, le conseguenze dell’arrivo di milioni di venezuelani in fuga si sono sommate a problemi preesistenti quali la percezione dell’insicurezza e la stagnazione economica.

Il “rovesciamento” dell’opinione pubblica

I sondaggi di YouGov e AtlasIntel, per quanto non privi di vizi di forma, mettono in evidenza quanto la realtà sia più complessa della narrazione che solitamente si fa delle relazioni interamericane e delle rispettive opinioni pubbliche. L’America Latina viene sempre dipinta come una regione omogenea, contraria all’egemonia degli Stati Uniti in egual misura. Tuttavia si tende a sottovalutare l’impatto di nuovi fenomeni sociali che hanno cambiato le carte in tavola.

Infatti, le preoccupazioni per la criminalità nei propri Paesi e la stanchezza per la crisi migratoria venezuelana sarebbero più grandi e renderebbero l’intervento degli USA un male necessario. Essa rappresenta un’ancora di salvezza per liberarsi dal “narcoterrorismo” e dal problema posto dai profughi venezuelani. Tuttavia, l’intervenzionismo di Washington sembra essere il benvenuto solo in casi circoscritti come quello del regime di Maduro. Secondo gli intervistati, un’operazione militare contro Caracas avrebbe un impatto positivo sulla propria vita quotidiana.

Complice di questo fenomeno è anche la diffusione in America Latina di idee conservatrici che ammiccano al filone MAGA. Personaggi come Javier Milei in Argentina, Nayib Bukele in El Salvador e Jair Bolsonaro in Brasile condividono le modalità comunicative del trumpismo e un’ideologia in perfetta sintonia con esso. Anticomunisti dalle tendenze autoritarie, fautori della “mano dura” e improntati al primato dell’ordine sui diritti umani, sono ormai di casa a Washington e a Mar-a-Lago.

Tuttavia, solo gli sviluppi successivi a questa vicenda potranno dare un quadro completo. Ad esempio, una guerra prolungata e dolorosa renderebbe inaccettabile il sostegno all’iniziativa degli Stati Uniti. L’imprevedibilità di Trump è un altro fattore da tenere in considerazione. Potrebbe decidere di estendere la guerra alla droga anche a paesi come Colombia e Messico, molto più coinvolti nel narcotraffico verso gli USA. A quel punto il risultato dei sondaggi potrebbe variare di molto.

D’altro canto, ci si aspetterebbe che l’intervento armato contro Maduro goda di grande popolarità tra l’opinione pubblica statunitense per le stesse ragioni per cui è popolare in America Latina. La narrazione di Marco Rubio risponde a due maggiori preoccupazioni di politica interna per il cittadino medio: l’immigrazione irregolare e l’epidemia di tossicodipendenza. Tuttavia, nascondere le motivazioni ideologiche dietro a motivazioni “egoistiche”, che risuonano tra l’elettorato di Trump, per ora non sembra aver funzionato.

Probabilmente, anche il tornaconto economico di una prossima invasione è ben riconoscibile. Il Venezuela ospita le più grandi riserve di petrolio al mondo e le aziende statunitensi non vedono l’ora di metterci le mani. Che si tratti di un’altra guerra per accedere a risorse naturali è già chiaro a molti.

Massimiliano Marra
Massimiliano Marrahttps://www.sistemacritico.it/
Di radici italo-cilene ma luganese di nascita, attualmente studio economia e politiche internazionali all’Università della Svizzera Italiana e mi interesso di storia e relazioni internazionali con un occhio di riguardo ai contesti extraeuropei. Nel tempo libero suono il basso elettrico e vado in burn out di musica.

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