Perché non è più possibile fare una commedia all’italiana?

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La commedia all’italiana è una corrente estinta del cinema italiano. Un filone che ha portato la cinematografia del Belpaese ai massimi livelli di rilevanza e fama mondiale. Seppure influente, la commedia all’italiana si è esaurita negli anni lasciando però un’impronta indelebile nel nostro cinema. Cos’è che la rendeva così grande? E, soprattutto, cosa è rimasto di lei nel cinema italiano odierno?

La contraddizione

La contraddizione lampante tra le commedie d’oggi e di ieri è la provenienza dallo stesso cinema, quello italiano. Un tempo il cinema comico italiano aveva uno scopo, un senso e una motivazione chiara. Per questo si può parlare non di un genere, ma di una corrente, la commedia all’italiana appunto. Questa corrente era, secondo la definizione di Treccani, un genere di cinema comico-satirico di matrice neorealista. Era un tipo di commedia platealmente paradossale che trattava in chiave ironica e scanzonata eventi propri del cinema neorealista, dunque drammatici. E da questa contraddizione nasceva tutta l’arte del caso. Per esempio, in un film come “Fantozzi” (1975), lo spettatore può benissimo ridere delle gag ridicole che coinvolgono il ragioniere, come anche piangere per la misera vita del protagonista.

Era una corrente che oscillava tra commedia e tragedia, ma che si basava sempre sulla diretta osservazione della società italiana. Una società completamente ipocrita agli occhi dei cineasti; in cui negli anni Sessanta si assisteva ad un boom economico senza precedenti ma in cui sopravviveva l’attenuante giuridica del delitto d’onore (tema centrale nel film “Divorzio all’italiana“). In cui di fianco ai bei palazzi romani c’erano le baraccopoli (“Brutti, sporchi e cattivi”) e in cui perfetti borghesi con mogli e figli vivevano vite profondamente infelici (“Amici miei“). L’arte di trasformare la tragedia in commedia è una caratteristica tutta italiana nel cinema. E, per quanto ciò possa dare esiti del tutto strampalati e surreali (“Fantozzi“), muove i suoi passi dalla realtà italiana di quegli anni.

La commedia all’italiana oggi

Di contro, nell’Italia di oggi non mancano le storie drammatiche. I media ci bombardano di tragedie, sia particolari che collettive. E temi quali povertà, arretratezza, razzismo, fuga di cervelli, disoccupazione, corruzione, ecc. sono temi che l’italiano medio conosce benissimo. Ma se c’è il dramma, perché non ci si scherza su come allora? Perché alle commedie di oggi manca l’inventiva e il coraggio di raccontare certe verità e, soprattutto, scarseggia l’ingrediente fondamentale di ogni commedia all’italiana che si rispetti: la serietà.

Non si può ridere di tutto

Sembra assurdo dirlo, ma serietà è un aspetto fondamentale della commedia all’italiana. Sebbene i registi del passato come Monicelli, Risi, Germi e Scola dissezionassero attentamente l’Italia del secondo Novecento, mostrando in maniera ilare (e perciò spietata) ogni singolo anfratto di quella società, nei loro film restava sempre un filo di rispetto. Si rideva di politici, proletari, borghesi, artisti e nobili senza mai tenere nascosto niente al cine-occhio della macchina da presa, eppure non si riusciva a rendere tutto divertente, non era tutto uno sberleffo. Questi autori anche nei film più comici e scanzonati ammantavano di rispetto le scene che lo meritavano.

Prendiamo ad esempio la scena centrale di “Divorzio all’italiana” (1961). Una commedia divertentissima in cui il protagonista Don Ferdinando s’innamora, ricambiato, della bella Angela e, per questa ragione, decide di liberarsi dell’assillante moglie Rosalia. In assenza, ai tempi, di una legge sul divorzio, il protagonista escogita un complesso piano per uccidere la sua sposa, cercando di usufruire dell’attenuante del delitto d’onore in sede processuale.

Leggendo la trama si può notare fin da subito come essa sia chiaramente drammatica, ed è solo il tono ironico del contesto e dei personaggi che appare alla visione del film a fornire l’elemento comico. Ma non c’è solo questo, c’è anche un briciolo di serietà. Nonostante, in “Divorzio all’italiana”, ogni aspetto e personaggio della vicenda venga deriso e preso di mira, tanto che perfino la vittima, Rosalia, è bersaglio di un’impietosa satira; il regista Pietro Germi non riesce a ridicolizzare il punto focale dell’intera opera: l’omicidio.

Tre esempi: “Divorzio all’italiana”

In “Divorzio all’italiana”, la scena principale del film è stranamente spoglia. La macchina da presa resta ferma a inquadrare un cumulo di roccia, mentre Don Ferdinando va fuori scena, lo spettatore sente le urla di Rosalia e uno sparo interromperle. Il regista si astiene dal ridicolizzare il dolore e quei pochi secondi danno un senso all’intero film. Ma seppure vi sia un’intromissione di serietà, quest’ultima non toglie un pelo di commedia al resto della pellicola.

La satira del film è rivolta unicamente al contesto sociale che ha portato all’omicidio e non all’atto in sé, sublimandone così il lato drammatico. In questo senso è esemplare la scena finale del film, in cui Ferdinando si gode la luna di miele in una barca con la bella Angela, senza notare che lei, di nascosto, tocca il piede di un marinaio. Perfino l’amore tra i due personaggi, il motore dell’evento tragico del film, si scopre effimero e quest’ironica rivelazione finale è sapientemente accompagnata da una marcia funebre, la stessa di sottofondo alla morte di Rosalia.

“Fantozzi”

Brevi attimi di serietà di questo tipo sono ravvisabili in tutte le commedie all’italiana, specie, per ovvi motivi, nelle sequenze di morte di uno dei comprimari (uno su tutti, “Il Sorpasso” del 1962). Sono scene che ricordano allo spettatore di non essere davanti ad una completa pagliacciata. E sono inserite con straordinaria maestria anche nelle pellicole più comiche e scanzonate della commedia all’italiana, come nel caso di “Fantozzi” (1975).

Un film scandito interamente da siparietti comici iperbolici e surreali che però ha in sé almeno una scena di grande forza drammatica. Quella in cui Mariangela, la figlia del ragioniere, viene presa in giro dai megadirettori durante la recita delle poesie di Natale. Fantozzi allora interviene e mestamente porta via la bambina mentre i padroni lo guardano allibiti. Perfino un personaggio grottesco come Fantozzi riesce ad assumere, per un attimo, la dignitosa statura di un padre che vuol bene a sua figlia. Finché, fuori dalla stanza, non rindossa la sua solita maschera comica.

“L’armata Brancaleone”

Maggiore è il contrasto, maggiore è la forza del messaggio veicolato dalla scena. E questa lezione è stata del tutto padroneggiata da Mario Monicelli, che ne “L’armata Brancaleone” (1966) la porta al suo massimo grado. L’armata Brancaleone è un film atipico rispetto alle altre commedie all’italiana, perché spiccatamente ridicolo e, soprattutto, di ambientazione medievale. I protagonisti sono un gruppo di poveracci capeggiati dal cavaliere Brancaleone che li guida attraverso l’Italia.

La pellicola è una sfrenata parodia di tutto ciò che è medievale, compreso il linguaggio, che viene scimmiottato da un finto idioma anticheggiante sempre in bocca ai personaggi. Sono moltissime le situazioni stereotipate: duelli, intrighi, peste e crociate; e ognuna di esse è rivista in una chiave ironica al limite dell‘assurdo. Sembrerebbe difficile categorizzare il film come una commedia all’italiana, per via della spensieratezza e delle circostanze assurde del tutto avulse dal contesto italiano contemporaneo. Tuttavia il regista non si esime dal turbare questa leggerezza con una scena magistrale: quella della morte dell’ebreo Abacuc. Abacuc è un anziano membro della compagnia, un personaggio comico e strampalato come gli altri; ma la cui morte fa affiorare in lui e negli altri comprimari un’evidente vena di angoscia che marchia tutto il film.

La serietà diventa così pretesto per illuminare di una luce nuova il resto. I protagonisti, delle cui disgrazie lo spettatore ha riso impunemente fino a quel punto, attorno al morente Abacuc fanno un accenno lieve e doloroso ai loro patimenti. Mentre Brancaleone, chinandosi sul vecchio, si lancia in un’accorata e commovente descrizione del Paradiso per confortare l’amico. È un’ottima scena, che diventa meravigliosa quando uno dei compagni, a morte sopraggiunta, sussurra la frase “Beato isso“. La parodia, al minuto novantatreesimo del film si svela finalmente per ciò che è: un’epopea degli indigenti.

La fine della commedia all’italiana

Questa tecnica di intromissione della serietà, per quanto efficace, è scomparsa assieme alla commedia all’italiana. Al suo posto, si è fatta spazio una blanda satira dei costumi a cui servirebbe proprio un pizzico di lucida serietà. Nel cinema di oggi, come quello di allora, tutto è oggetto di scherno. Politici, ricchi, poveri, comunisti e fascisti sono i protagonisti di cinepanettoni e farse privi di qualunque pretesa di realismo. Vediamo prodotti, perché commedie non sono, in cui si affastellano gag su gag prive di scopo e significato in cui tutti gli eventi sono trattati con la stessa ironia monotona e dissacrante.

Non esiste più la serietà. Nei film di Checco Zalone, che pure trattano temi di attualità e drammatici come immigrazione, terrorismo e disoccupazione, si assiste ad un continuo martellamento di battute che effettivamente occludono la realtà con una patina di riso compulsivo. Quello che in un film di Monicelli sarebbe stato giustamente terrificante, poniamo il caso: un politico che s’intasca una bustarella, diventa in un cinepanettone un atto ridicolo e per nulla grave.

Un lento declino

Questa deriva dissacrante non è stata istantanea, ma lenta. Siamo discesi gradualmente nel ridicolo costante e ad ogni costo, abituandoci tanto che oggi nella sua pagina Wikipedia Enrico Vanzina (celebre autore di cinepanettoni) viene definito “uno degli ultimi esponenti della commedia all’italiana”. Mentre al Festival di Venezia 2010 si è pensato bene di affiancare “Vacanze di Natale” e “Eccezzziunale… veramentealle pellicole di Dino Risi e Mario Soldati nella retrospettiva sul cinema comico italiano.

Non si può però confinare il tema della morte della commedia a questi obbrobri (per approfondire, la nostra intervista a Enrico Vanzina). Ed è vero che non esistono soltanto queste commediole a deturpare i nostri teleschermi. Ci sono anche dei film comici che hanno una certa irrisoria dose di serietà, le cosiddette commedie d’autore.

La commedia d’autore

Le commedie d’autore sono quelle commedie che riescono a proporre un equilibrio tra il serio e il faceto. Nonostante ciò, sono comunque film che in nessun modo si possono definire eredi della commedia all’italiana. E questo per un semplice motivo: raccontano un’Italia che non esiste. O meglio, che esiste solo in parte, perché riguardano in maniera quasi del tutto esclusiva una borghesia completamente edulcorata.

Per visionare il novero di questi film, basta guardare la filmografia di uno qualunque dei nomi più in vista del panorama cinematografico italiano. Attori come Giallini, Leo, Foglietta o Bova, registi come Miniero, Genovese e Bruno girano pellicole del calibro di “Sei mai stata sulla luna?“, “Loro chi?“, “Buongiorno papà“, “Beata ignoranza” e via dicendo. Storielle del tutto ripetitive che trattano temi contemporanei come la genitorialità, l’adulterio, la separazione e la riscoperta di sé in modo talmente piatto, localizzato ed edulcorato da far apparire questi temi lontani da chiunque.

Eccezioni

Certo, ogni tanto le commedie d’autore provano qualche incursione in altri luoghi e temi della società italiana. È questo il caso di “Nessuno mi può giudicare” (2011) o “Che vuoi che sia” (2015) che però, ancora, trattano argomenti quali la povertà, la precarietà e il degrado urbano in modo così raddolcito e tenue da non essere minimamente comparabili alla crudezza della commedia all’italiana di una volta.

Perfino uno degli esiti più felici del genere delle commedie d’autore, “Perfetti sconosciuti” (2016) ha in sé una certa lontananza. Per quanto sia più onesto delle altre commedie d’autore, si limita comunque nel racconto di una certa Italia benestante che esiste, è vero, ma solo in parte. Paolo Genovese, il regista del film, non ha rappresentato l’Italia in toto col suo film, come molti tra pubblico e critica hanno ingiustamente decantato. Lui, insieme ad altri addetti ai lavori, è lontano dall’effettiva realtà italiana tanto che, quando prova ad accennarla, l’incomprensione è tale da provocare uno scandalo, mi riferisco al suo ultimo mediometraggio e all’episodio di Renatino. In conclusione, le commedie d’autore non sono minimamente paragonabili al cinema italiano degli anni d’oro, anche se forse un altro paragone è possibile

Un inquietante paragone

Prima della commedia all’italiana e del Neorealismo, in Italia c’era il fascismo. E durante il Ventennio, i generi comici più in voga erano sostanzialmente due: le pagliacciate, che facevano evadere il pubblico con la loro comicità martellante e il cinema dei telefoni bianchi, un genere che scimmiottava quello delle commedie brillanti americane. I film dei telefoni bianchi erano di ambientazione borghese ed esploravano i temi della genitorialità, dell’adulterio, della separazione e della riscoperta di sé. Notate qualche somiglianza?

Chiaramente le cause di questo paragone non sono le stesse. Le commediole e il cinema dei telefoni bianchi erano il miglior compromesso possibile con la censura di quegli anni, mentre i cinepanettoni e le commedie d’autore di oggi sono frutto di una completa libertà intellettuale. Cionondimeno il fatto che questo raffronto sia possibile è parecchio inquietante. Perché l’abuso di elementi comici o l’arroccamento della commedia in contesti medi denuncia, in entrambi i casi, un’agghiacciante verità: la commedia si tiene lontana dalla gente comune.

L’autobus

Per ricapitolare, il quadro appena dipinto dell’odierno cinema italiano non è affatto rassicurante. La commedia d’oggi si muove tra il più frusto e completo abuso di se stessa (è il caso dei cinepanettoni e degli altri film di sorta) e il racconto di una società lontana e parzialmente artefatta (commedie d’autore). Pertanto, è dunque possibile un rimedio? Cinicamente si potrebbe rispondere di no, ammettendo che la commedia italiana è compromessa in questo modo da ormai molti anni, ma la resa sarebbe del tutto inutile ai nostri scopi. Il cinema italiano è già risorto dalle ceneri una volta nel Dopoguerra e, magari, potrebbe riuscirci di nuovo. In tal senso, prestiamo ascolto alle sagge parole di uno dei giganti del cinema comico italiano:

La commedia all’italiana è morta quando gli autori hanno smesso di prendere l’autobus.

Mario Monicelli

Una modesta soluzione

Talvolta ai problemi più grandi e disperati sono sufficienti le soluzioni più semplici e questo, credo, è uno di quei casi. Basterebbe che i cineasti prendessero l’autobus per essere davanti ai problemi della gente comune. Se davvero potessero guardare coi loro occhi i drammi del mondo reale li racconterebbero nella loro cruda onestà, piuttosto che ridicolizzarli fino al midollo o astrarsi in un mondo in cui questi problemi non esistono.

È veramente così facile cambiare le cose e sono i cineasti i primi a dover compiere il passo nella direzione giusta. L’opinione comune secondo cui sia il pubblico ad essere peggiorato e non la qualità del cinema è una bugia. Il popolo italiano non è cambiato e i suoi problemi sono mutati solo in parte. La commedia ha il compito di raccontare la realtà, sformandola quanto basta da non farla sfigurare. Se il cinema italiano riuscirà di nuovo a mettere a fuoco la gente comune e a fare buona ironia perfino della tragedia più nera, allora, e soltanto allora, la si potrà definire ancora Arte.

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Giorgio Ruffino (articoli)

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