La belle époque: un viaggio nel passato per ritrovare il presente

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Il film disponibile su RaiPlay e Amazon Prime (abbonamento premium) racconta una condizione molto attuale, quella dell’insoddisfazione data dal presente. La necessità di ritrovare la felicità passa per la ricerca di sensazioni passate, ormai sopite e apparentemente finite, in realtà vive più che mai e necessarie per comprendere e accettare quelle contemporanee.

Questa è la domanda che si pone il giovane regista francese Nicolas Bedos nel suo secondo lungometraggio, il delizioso La belle époque, presentato fuori concorso a Cannes e alla Festa del Cinema di Roma nel 2019.

Ricostruire il passato

Victor, interpretato da un formidabile Daniel Auteuil, vede il suo matrimonio con la bellissima psicanalista Marianne (Fanny Ardant) crollare lentamente davanti ai suoi occhi. La sua carriera di disegnatore vacilla sotto i colpi di un presente in continua trasformazione, un’inarrestabile modernizzazione con la quale Victor sembra non riuscire a fare i conti fino in fondo. Dopo il definitivo epilogo della decennale storia con Marianne, che finisce per andare a vivere con il migliore amico di Victor nella loro casa, il protagonista si trova soltanto con i ricordi della loro relazione. Quando Antoine (Guillaume Canet), direttore di una agenzia a dir poco anticonvenzionale, propone all’uomo sotto consiglio del figlio di Victor l’opportunità di rivivere momenti del passato a suo piacimento, si spalancano per lui e per lo spettatore le porte di una narrazione delicata, nostalgica e a tratti comica.

Victor decide che la sua personale epoca d’oro è la settimana del 16 maggio 1974, in un bar di Lione chiamato non a caso “La Belle Époque”. È proprio quel bar dove si sono per la prima volta incontrati che ha rappresentato per lui e Marianne il luogo di inizio della loro storia d’amore ormai giunta al capolinea. Si ritrova così in un vero e proprio set in stile cinematografico dove troupe di attori, costumisti e addetti ai lavori si occupano di riportare in vita intere epoche storiche come in un enorme, dolceamaro, parco divertimenti. Sarà l’incantevole Margot, attrice di punta dell’agenzia nonché compagna di Antoine (interpretata da Doria Tillier, compagna di Bedos nella vita e protagonista del suo esordio alla regia, Un amore sopra le righe), a vestire i panni della giovane Marianne.

L’amore perduto e ritrovato

Un viaggio nel passato che annulla il presente per ricostruire il futuro. Una catarsi irriverente, quella di Victor, che intersecherà momenti di ordinaria follia con la dura realtà delle cose. L’amore perduto e l’amore ritrovato. Un amore che a tratti si confonde tra verità e finzione, intersecandole (Victor inizierà a provare sentimenti di affetto per Margot/Marianne), un amore che utilizza l’artificio per raggiungere quella semplicità che è finita per complicarsi. Victor è conscio della finzione scenica, ma esattamente come uno spettatore davanti ad un film, riesce a mettere in atto quello che è il fondamento dell’arte, la suspension of disbelief, il momentaneo arresto del dubbio, l’abbandono alla realtà che non è realtà. La belle époque diventa in questo senso un’opera metacinematografica, che parla di cinema essendo essa stessa cinema.

Victor è l’attore e lo spettatore del suo stesso film, un Truman consapevole. E se è vero che la spontaneità e l’ingenua tenerezza proprie del personaggio di Carrey mancano al personaggio di Auteuil, trasudano da lui una nostalgica malinconia, un senso di inadeguatezza che lo rincorre e che sembra non lasciarlo mai andare, nemmeno al suo entrare nel suo stesso film. La quarta parete all’interno della finzione di Victor viene infatti rotta da lui stesso, che “dirige” gli attori distratti, tornando quindi il Victor spettatore esterno, esattamente come farebbe un critico o uno spettatore molto attento: uscendo e rientrando dentro la finzione, riesce paradossalmente a viverla interamente. Ed è inevitabile che queste “correzioni” e tutte le buffe complicazioni dovute alla messa in scena, che, a differenza dei ricordi immaginari, risente a più riprese dell’impatto con la realtà, siano alla base della verve comica (in certi tratti tutta francese) della pellicola di Bedos. Una comicità tutta calibrata e mai fuori dalle righe che va a braccetto con il tono drammatico, derivante da quello che potrebbe essere definito uno spleen figlio del XXI secolo, che attanaglia Victor; esso invade il suo amore per Marianne, il suo lavoro, il suo approccio alla vita multiforme, cangiante e liquida, modellata dalla più moderna tecnologia.

Dramma o commedia?

Il compianto Mike Nichols diceva “I have never understood people dividing things into dramas and comedies” e, che si sia d’accordo o meno con quest’affermazione, quello che è sicuro è che La belle époque ne è la perfetta dimostrazione. Con il suo mélange di registri di linguaggio cinematografico, è il perfetto prototipo di commedia drammatica (d’accordo o con buona pace del regista de Il laureato?). Nel continuo gioco sul cinema che in fondo parla anche di se stesso, il prototipo del “regista” (colui che ha in mano la macchina da presa, l’Ed Harris francese) qui ha il volto di Guillaume Canet, uno dei più noti attori d’Oltralpe. Antoine, amico d’infanzia del figlio di Victor, nutre una sorta di venerazione per quell’ormai disilluso fumettista che durante i difficili anni della sua adolescenza ha fatto scattare in lui la passione per l’immaginazione e ha quindi dato per certi versi inizio al suo bizzarro lavoro. E Victor gli sarà fondamentale ancora una volta, poiché sarà attraverso di lui che l’amore di Antoine per Margot prenderà davvero forma. Grazie all’attraversamento della finzione, sia l’attore che il regista, avranno più chiara la loro verità.

Quasi paradossale è come, per tornare a quell’epoca priva di tecnologia, Victor sia costretto indirettamente a servirsene, dal momento che l’intero set è pervaso di tool fondamentali allo svolgimento della messa in scena (dagli auricolari per gli attori alla pioggia telecomandata dalla cabina di regia di Antoine). E se era stata la tecnologia a dividere l’“analogico” Victor (che si scaglia, letteralmente, contro la totale virtualità della nuova Tesla di sua moglie) dalla “digitale” Marianne (che a letto non può fare a meno dei suoi occhialini di realtà virtuale) sarà in qualche modo la tecnologia stessa a farli ritrovare. Il rapporto con il mondo sempre più tech in cui ci troviamo a vivere, e con tutte le sue contraddizioni, è alla base di un altro recente film francese, Il gioco delle coppie (2018) diretto da Olivier Assayas, in cui a rappresentare una sorta di Victor, in opposizione al dilagante progresso digitale, c’era lo stesso Guillaume Canet.

“La nostalgia è negazione”

Il voler tornare agli anni ’70, a quel mondo senza tecnologia, dove le persone a tavola “si guardavano negli occhi” e non erano avviluppate dalle strette morse dei loro telefoni cellulari, rappresenta per Victor il rifugiarsi in un porto sicuro, dentro il quale portare i pantaloni a zampa d’elefante riesce a farlo sentire di nuovo “vivo”, di nuovo padrone della propria esistenza. “La nostalgia è negazione, negazione di un presente infelice. E il nome di questo falso pensiero è: sindrome epoca d’oro, cioè l’idea errata che un diverso periodo storico sia migliore di quello in cui viviamo. Vedete, è un difetto dell’immaginario romantico di certe persone che trovano difficile cavarsela nel presente” diceva un sentenzioso Micheal Sheen nel gioiellino alleniano, non a caso ambientato in Francia, Midnight in Paris, per certi versi molto simile all’opera di Bedos.

E di nuovo, il paradosso, come era accaduto per la tecnologia: Victor per accettare il suo presente dovrà prima per forza negarlo, prendersi il tempo per dire il suo secondo addio al passato, passandoci attraverso. Il modo migliore di vincere la paura è affrontarla. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” diceva Tancredi nel Gattopardo e in fin dei conti, La belle époque mostra una delle tante verità di questa affermazione. Victor si è riappropriato del suo “tutto” che si stava sfaldando in tanti brandelli, rendendo proprio quella nostalgia il filo necessario alla ricucita. E ora Marianne è più bella che mai.

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Classe 00. Nata a Fano, dopo la maturità classica ho deciso di spostarmi nella città che più amo al mondo, Roma, per seguire il corso di lingue alla Sapienza. Studio lingua, storia e letteratura russa, ma odio il freddo. Adoro il cinema oltre ogni cosa e infatti mi sto diplomando in Critica e Giornalismo Cinematografico presso Sentieri Selvaggi. Insieme a due mie amiche ho dato vita al festival culturale per giovani "SayFest Fano". Adoro mangiare, vivere per un po' in giro per l'Europa e scrivere poesie.

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