Legge di Bilancio: “È il momento di dare” – ma a chi?

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Come nasce una citazione…

Legge di Bilancio. È il maggio del 2021.

Il neo-segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, suggerisce un leggero aumento nelle imposte di successione, con l’obiettivo di usare quei proventi “per i giovani”. Come prevedibile, in un Paese che in materia di imposte di successione è considerato un paradiso fiscale, contro il blasfemo Letta parte un massivo lancio di accuse, anatemi e maledizioni. Uno spettacolo degno della migliore, o peggiore, caccia alle streghe.

La proposta di Letta era sostanzialmente moderata: un aumento sulle successioni superiori al milione di euro. Avrebbe coinvolto a malapena l’1% della popolazione italiana più ricca. Ma cosa avrebbe significato “per i giovani” è un tema che resterà tristemente indiscusso. “Non è il momento di togliere soldi ai cittadini, ma di darli” è la frase con cui il premier Draghi boccia la proposta. Non si discute: si chiude la questione e si volta pagina.

E proprio sulle pagine dei giornali, quelle parole vengono usate per ricordarci che Mario Draghi è stato un allievo di Federico Caffè. Ci dicono i quotidiani che, dopo un anno di limitazioni, difficoltà e disagi nell’epoca Covid-19, il Presidente del Consiglio si vuole impegnare ad utilizzare i fondi del PNRR per aiutare la popolazione italiana.

… e come si sviluppa nel tempo

Arriviamo a dicembre 2021.

La Legge di Bilancio dello Stato, approvata al Senato, è in attesa di approvazione dalla Camera, che dovrebbe esprimersi oggi. Comportamento perfettamente in linea il trend degli ultimi anni. Dal 2017 in poi, tutti i bilanci sono stati approvati in fretta e furia tra il 27 ed il 31 dicembre, e pubblicati in Gazzetta Ufficiale tra il 29 ed il 31 dicembre. Non sarà diverso per la manovra del Governo Draghi.

Il comportamento anomalo, invece, è il “come” abbiano gestito questo bilancio. Il Parlamento, organo che dovrebbe avere il ruolo legislativo oltreché di rappresentanza della volontà popolare, non ha mai discusso la Legge di Bilancio. Sono stati il Premier ed i capigruppo di maggioranza del Governo stesso a concordare e redigere il tutto. Il Parlamento ha avuto il solo ruolo di ratifica del testo. Nella discussione viene presentato un solo maxiemendamento, formulato dal Governo, con l’inusuale richiesta di non presentare subemendamenti non approvati dal Governo stesso. Camera e Senato si trasformano da legislatori a mero notai.

Il Governo ha sostanzialmente ignorato anche le associazioni di categoria ed i corpi intermedi – s’intende, quelli che non hanno dei propri rappresentanti all’interno del Governo stesso. CGIL, CISL e UIL, i 3 più grandi sindacati italiani, hanno incontrato l’esecutivo una sola volta, il 16 novembre, venendo a sapere che si sarebbe aperto un tavolo di confronto. Il 29 novembre, 13 giorni dopo, il Governo dice loro che il confronto si è già tenuto, tra il Governo e sé stesso; il testo è già pronto, non sarà soggetto di dibattito e non vi è alcuna intenzione di modificarlo. C’è perfino chi si è stupito, poi, che gli stessi sindacati abbiano indetto uno sciopero generale. Che roba, contessa.

Ma alle parole di maggio sono seguiti i fatti di dicembre?

Chi esce avvantaggiato da questa Legge di Bilancio?

Il piatto forte della manovra sarà la riforma dell’IRPEF. Secondo tutte le previsioni, questa andrà a privilegiare le fasce di reddito più alte. Il 15% più ricco dei lavoratori, che guadagnano importi superiori ai 35.000€ annui, vedranno la propria imposta calare di un importo compreso tra 250€ e 1.000€ annui. Chi guadagna importi superiori a 75.000€ dovrà “accontentarsi” di un risparmio di 270€ annui circa.

Ma per il restante 85% dei lavoratori, il ceto medio-basso, il risparmio sarà molto più risicato. Per chi guadagna fino a 35.000€ annui il risparmio sarà al massimo di 330€. Chi rientra nello scaglione tra 28.000€ e 29.000€ rischia addirittura un aumento dell’imposta (nel grafico sotto, la colonna del risparmio è negativa).

In Italia, il reddito IRPEF medio è circa 21.600€. Possiamo dire senza dubbio che il taglio voluto dal Governo servirà principalmente a dare stipendi ancora più alti a chi già riceve di più di tutti.

Legge di Bilancio: previsione risparmi per fascia d'imponibile IRPEF
Elaborazione CGIL su dati MEF

Non solo, nel taglio dell’IRPEF è prevista anche la riforma degli scaglioni da 5 a 4, diminuendo ulteriormente la progressività. Nemmeno questa è una novità. La progressività, in quasi 50 anni di IRPEF, è stata diminuita su due binari paralleli. Da un lato, gli scaglioni sono passati da 32 a 4. Dall’altro, si è diminuita la forbice tra l’aliquota minima e l’aliquota massima. L’imposta sui redditi più bassi è più che raddoppiata, passando dal 10% al 23%; è invece quasi dimezzata l’imposta sui più redditi alti (dal 72% al 43%).

Chi esce svantaggiato da questa Legge di Bilancio?

Tra le altre cose, il Governo Draghi ha inserito anche nella Legge di Bilancio tutta una serie di misure che, nei fatti, svantaggiano le fasce più povere della popolazione. Alcuni esempi:

  • verrà ristretta la platea di beneficiari del bonus IRPEF (ex bonus Renzi) destinato a chi ha redditi medio-bassi. Prima erano previsti 100€ bonus al mese per tutti i redditi fino a 28mila euro; il bonus poi decresceva fino ad azzerarsi per chi guadagnava 40.000€ o più. Ora il bonus inizierà a decrescere superati i 15.000€ e si azzererà a 28.000€;
  • saranno introdotte modifiche peggiorative al Reddito di Cittadinanza. Se ne perderà il diritto dopo 2 proposte di lavoro rifiutate anziché 3; inoltre, l’importo percepito dalle famiglie in difficoltà diminuirà di 5€ di mese in mese a partire dalla sesta mensilità. In un anno sono 390€ in meno, che possono fare molta differenza a chi vive (o meglio, sopravvive) con 500€ al mese;
  • i tirocini extracurricolari saranno previsti solo per persone provenienti da situazioni di disagio economico. Perché se vivi in povertà, giustamente, ti riserviamo il lavoro più sottopagato e meno tutelato in assoluto;
  • verrà di nuovo aumentata l’età pensionabile. Gli under-35 che inizieranno a lavorare quest’anno andranno in pensione a 70 anni inoltrati, ma anziché cercare di risolvere le cause del problema, garantendo contratti stabili, ben retribuiti e regolarità di contribuzione, il Governo farà pensionare più tardi tutti quanti. Mal comune, mezzo gaudio?

I grandi assenti, ovvero: cosa non è stato incluso nella Legge di Bilancio?

Ha fatto discutere molto, inoltre, ciò che il Governo non ha voluto includere nella manovra.

I sindacati avevano proposto di “congelare” per un anno il taglio all’IRPEF sui redditi superiori a 75.000€. Questo avrebbe permesso di usare quelle risorse per combattere il caro bollette. Col parere contrario di tutta la destra compatta, da Italia Viva alla Lega, il Governo ha rifiutato la proposta.

Nella Legge di Bilancio c’è poco o nulla in merito al problema salariale italiano, nonostante siamo l’unico Paese OCSE in cui gli stipendi siano diminuiti anziché aumentati negli ultimi 30 anni; quasi nulla per combattere la precarietà giovanile ed i falsi contratti di formazione, in un Paese dove 2 contratti di part-time su 3 sono involontari, dove il 30% dei contratti a tempo determinato dura meno di un mese, dove lo stipendio medio per un under-30 è di 800€ al mese; poco ed inefficacie sono anche gli interventi su delocalizzazioni (oltre 3500 posti di lavoro persi da luglio) e sicurezza sul lavoro (oltre 1000 morti sul posto di lavoro da gennaio); e al Servizio Sanitario Nazionale vengono riservate poco più delle briciole, nonostante 2 anni di pandemia abbiamo dimostrato quanto esso sia fondamentale, anche e soprattutto per il benessere psichico.

Fermiamoci qui, ma si potrebbe continuare ancora a lungo.

E allora perché queste scelte?

Quanto alcuni giornali ci raccontavano questa estate non sembra oggi corrispondere al vero; ovviamente, a meno di non far parte di quella minoranza di popolazione che avrà sconti dell’IRPEF in busta paga. Bisogna provare a capire, allora, perché il Governo abbia gestito così la Legge di Bilancio. L’ipotesi più plausibile è anche la più banale: i membri ed i consiglieri economici del Governo stanno ancora portando avanti politiche economiche vecchie di 50 anni, basate su ideologie fallimentari come la trickledown economics (recentemente rigettata anche dal non-esattamente-rivoluzionario Joe Biden) ed ipotesi al limite dello pseudoscientifico come la curva di Laffer.

L’azione del Governo è rimasta sorda non solo alle evoluzioni delle dottrine economiche, ma anche all’evoluzione sociale, che ha fatto enormi passi avanti, spinta dalla necessità di cambiamento esplosa in questi ultimi 2 anni. Da ogni dove stanno arrivando appelli a ripensare le nostre società in chiave sempre più solidale, con l’obiettivo primario di diminuire le disuguaglianze economiche e riaffermare la giustizia sociale come principio prioritario.

La stessa proposta di Letta, per intenderci, è perfettamente allineata con l’analisi dell’OCSE, che consiglia proprio all’Italia due vie molto semplici:

  • diminuire il carico fiscale sui redditi da lavoro, aumentando la progressività e diminuendo le tasse sui redditi più bassi (l’esatto opposto di quanto fatto dal Governo);
  • aumentare il carico fiscale sulle successioni, oltre che introdurre forme di tassazione del patrimonio più efficienti (ebbene sì, la parolaccia con la P: la patrimoniale, o sue variazioni).

Siamo un Paese in cui, ad oggi, il modo migliore per uscire dalla povertà è nascere già ricchi. Per l’OCSE, queste misure sarebbero la base necessaria a far ripartire l’ascensore sociale italiano, bloccato ormai da tempo immemore. E permetterebbero di migliorare le condizioni di vita alla maggior parte degli italiani.

Cosa succederà ora?

Dagli anni ’80 in poi, le politiche economiche espansive nei Paesi occidentali hanno quasi sempre avvantaggiato i ceti sociali più abbienti e le attività imprenditoriali più grandi; e nella quasi totalità dei casi, queste politiche hanno avuto effetti trascurabili sull’economia ed effetti disastrosi sugli aspetti sociali.

Ad esempio, il taglio delle tasse alle grandi aziende voluto dal Presidente USA Donald Trump a dicembre 2017 ha portato un enorme aumento dei profitti aziendali; e su essi, si è innestato poi un fortissimo processo di buyback, che ha fatto arricchire azionisti e manager. Ma non ha portato alcun miglioramento sensibile nei redditi delle famiglie americane, né un miglioramento del mercato USA. Non è un caso che oggi, 4 anni dopo, negli States sia particolarmente attivo il movimento anti-work, che richiede un totale ripensamento delle politiche fiscali, del mercato del lavoro, del rapporto vita-lavoro, e che ha lanciato campagne come la “Great Resignation”.

Il Governo Draghi ha evidentemente deciso di portare avanti questa strategia nonostante i numerosi appelli e segnali che lo invitavano a cambiare rotta. Se la storia non ci inganna, quindi, è piuttosto semplice prevedere cosa succederà nel futuro prossimo. E per la maggior parte di noi, cioè coloro che non hanno un lavoro a tempo indeterminato e retribuito più del doppio della media nazionale, le cose cambieranno molto, molto poco – e non è detto lo facciano in meglio.

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Nato nell'anno del crollo del muro di Berlino. Laureato in matematica teorica, svenduto all'informatica per non morire di fame nel mondo materialista del produci-consuma-crepa. Appassionato di fumetti, videogiochi, tecnologia, musica, sport, e tutto ciò che sa essere bello anche senza essere profittevole. Il mio obiettivo: realizzare la piena automazione comunista e liberare l'essere umano dalla schiavitù del lavoro.

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