La guerra in Ucraina e il ruolo della diplomazia

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“La diplomazia è stata inventata proprio per risolvere situazioni di conflitto e di tensione, non per fare viaggi a vuoto in giro per le nazioni o per assaggiare piatti esotici a ricevimenti di gala”.

Così il ministro degli Affari Esteri russo Sergei Lavrov risponde al suo omologo italiano Luigi Di Maio. Il Ministro degli Esteri italiano aveva infatti da poco comunicato al Senato la decisione di interrompere qualsiasi contatto bilaterale con la Russia “finchè non ci saranno segnali di allentamento della tensione”. Questo scambio di battute a distanza accade il 23 febbraio, due giorni dopo il riconoscimento da parte della Russia delle due provincie autonome Donetsk e Luhansk e poche ore prima dell’offensiva russa su larga scala del territorio ucraino. Poche ore prima della guerra.

Non solo l’Italia. La strategia degli alleati

Luigi Di Maio al Senato ha aggiunto che l’interruzione dei rapporti diplomatici è una linea adottata insieme agli alleati. Il 22 febbraio il Segretario di stato americano Antony Blinken ha deciso di cancellare l’incontro programmato a Ginevra con Sergei Lavrov. Il 24 febbraio Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica estera (la più alta figura in materia di affari esteri dell’Unione Europea) durante una conferenza ha dichiarato che la Russia dovrà affrontare un “isolamento senza precedenti” da un punto di vista politico ed economico.

Di fatto la NATO e l’UE hanno chiuso i ponti diplomatici con la Russia. Ma se da una parte la guerra impervia lontana dagli Stati Uniti, dall’altra gli stati europei hanno la guerra alle porte. La domanda da porsi è: conviene rinunciare alla diplomazia?

Lo strumento della diplomazia: costi e benefici

Per rispondere alla domanda bisogna innanzitutto capire il motivo per cui gli alleati hanno interrotto i rapporti diplomatici. In altri termini, bisogna capire qual è stato il rapporto costi-benefici fatto che ha portato alla chiusura di ogni dialogo con la controparte russa.

Il beneficio dell’unità…

Nell’analisi dei costi-benefici bisogna considerare che la decisione di bloccare le relazioni con la Russia è stata una decisione collettiva. Se si considerasse solo l’interruzione dei rapporti bilaterali Italia-Russia verrebbe meno uno dei benefici, ovvero la tanto proclamata coesione e unità tra gli alleati. Difatti è dall’inizio della guerra che si susseguono (auto)compiacimenti sulla capacità della NATO, dell’Unione Europea e altri Stati tipicamente raggruppati all’interno della macro-categoria ‘Occidente’, quali Australia e Giappone, di creare una strategia comune in risposta all’aggressione russa. Indubbiamente, almeno per quanto riguarda la NATO, la coesione è migliorata rispetto gli ultimi anni.

Durante la presidenza di Donald Trump le relazioni USA-Unione Europea hanno raggiunto minimi storici, sia da un punto di vista politico sia economico. Nemmeno nel suo primo anno di presidenza Joe Biden era riuscito a ricucire i rapporti tesi tra i due blocchi, tutt’altro. La decisione del ritiro NATO dall’Afghanistan lo scorso agosto e le modalità con cui tale ritiro è stato comunicato infastidirono notevolmente gli alleati europei. Così come è stata particolarmente infastidita la Francia dalla beffarda alleanza Aukus tra Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna, che ha fatto saltare un contratto plurimiliardario per l’acquisto di sottomarini francesi a propulsione nucleare da parte dell’Australia. Per questo motivo lo scorso settembre la Francia ha richiamato per consultazioni i suoi ambasciatori dagli Stati Uniti e dall’Australia. Un messaggio politico forte.

Washington, 15 settembre 2021. Il presidente statunitense Joe Biden durante una conferenza stampa, insieme al premier australiano Scott Morrison e a quello britannico Boris Johnson, annuncia l’alleanza Aukus (Brendan Smialowski, Afp)

…con un “blocco diplomatico collettivo e coordinato”

In occasione di una conferenza al termine del vertice UE-Balcani occidentali del 6 ottobre scorso, il Primo Ministro italiano Mario Draghi ha riassunto molto bene questi eventi come un segnale di un minor interesse della NATO “da un punto di vista geopolitico all’Europa e alle zone di interesse dell’Europa”. Un sentimento condiviso all’interno dell’UE alla luce degli interessi americani spostati “da altre parti del mondo”, alias Cina.

Ora ci si potrebbe chiedere se il cambiamento strategico americano abbia permesso a Putin di “tirare fuori la testa”, ma questo è un altro discorso. Sicuramente, invece, l’aggressione russa verso l’Ucraina ha permesso alla NATO di ritrovare quella coesione che sembrava persa, che ha trovato come una delle sue tante espressioni proprio il blocco diplomatico collettivo e coordinato. Il beneficio è quindi il messaggio mandato a Putin: se l’obbiettivo (o uno dei tanti) della Russia era dividere l’Europa, allora stai fallendo.

La mostrata coerenza e unità degli alleati può essere vista come un beneficio di per sé. Ma la decisione di bloccare i rapporti diplomatici russi è un beneficio per quello che dovrebbe essere l’obiettivo ultimo: fermare la guerra?

Il costo del silenzio

Il costo di interrompere i rapporti diplomatici è mascherato sotto forma di paradosso nel discorso al Senato del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio:

“Stamattina ci siamo coordinati con il Presidente Draghi circa i prossimi passi da compiere per favorire una soluzione diplomatica. Siamo impegnati al massimo nei canali multilaterali di dialogo. Riteniamo tuttavia che non possano esserci nuovi incontri bilaterali con i vertici russi finché non ci saranno segnali di allentamento della tensione”

Come favorire una soluzione diplomatica senza incontri diplomatici? Gli incontri multilaterali si riferiscono agli incontri effettuati in seno alle Nazioni Unite, gli unici in cui è presente anche la controparte russa. Ma rilegare la soluzione diplomatica in incontri altamente formali in cui non c’è un vero dialogo non è una soluzione. Tant’è vero che l’unico intervento all’ONU del Ministro degli Esteri russo Lavrov è stato in videochiamata mentre la maggior parte dell’Assemblea Generale è uscita dall’aula in forma di protesta. Questo paradosso, questo esprimere due concetti che si escludono a vicenda, mostra la difficoltà degli alleati nel trovare una strategia volta al termine della guerra. Il costo del non fare affidamento sulla diplomazia è quindi tanto banale quanto, evidentemente, non scontato: rendere più difficile una soluzione diplomatica.

Il momento in cui le delegazioni abbandonano l’Assemblea Generale durante l’intervento di Sergei Lavrov (frame estratto dai video pubblicati da alcune rappresentanze delle nazioni europee)

Il cambio di strategia

Era solo questione di tempo prima che questo paradosso venisse alla luce e facesse cambiare condotta ad alcuni Stati. Francia, Germania e Turchia hanno ripreso gli incontri negoziali con la Russia, in qualche modo annullando il beneficio di mostrarsi uniti nell’interruzione dei rapporti diplomatici.

In realtà la Francia non ha mai fermato i colloqui con Vladimir Putin, mostrando la differenza tra la casa natia della diplomazia e tutti gli altri. Tra Emmanuel Macron e Vladimir Putin le chiamate sono andate avanti, con intervalli di 4/5 giorni, dal 24 febbraio, giorno dell’offensiva russa. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha ripreso il dialogo dal 4 marzo entrando in contatto telefonico tre volte con la controparte russa, due delle quali insieme al Presidente francese. La Turchia è invece entrata nel campo diplomatico offrendosi come mediatore per il colloquio tra il ministro degli Esteri ucraino e quello russo. L’incontro, avvenuto il 6 marzo, è stato il più importante da un punto di vista di cariche istituzionali, anche se purtroppo non ha prodotto risultati. Nulla invece dall’Italia.

Si potrebbe argomentare che la Germania e la Francia sono le due potenze con più peso contrattuale all’interno dell’UE. La prima è la potenza economica europea forte del blocco dello Nord Stream 2, il gasdotto che collega la Russia proprio alla Germania. La Francia invece, con le sue 300 testate nucleari, è la potenza militare dell’UE, mentre la Turchia possiede un canale preferenziale verso la Russia grazie ai buoni rapporti tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

E l’Italia?

Ciononostante, l’Italia poteva avere un ruolo nelle mediazioni. Siamo, infatti, il secondo importatore UE di gas dalla Russia dopo la Germania. Inoltre dall’Italia passano due gasdotti provenienti dal nord Africa e uno dal Medio Oriente. Ciò rende lo Stivale centrale nella strategia di diversificazione degli approvvigionamenti di gas, in modo da non dipendere più dal gas russo e tagliare i finanziamenti alla macchina bellica russa. Non bisogna poi dimenticare che storicamente l’Italia è lo stato più filo-russo dell’Unione Europea. Potevamo vantare anche noi di rapporti preferenziali. Potevamo, visto che il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha detto apertamente in televisione che Putin “è peggio di un animale”, dato che “quello atroce è lui”. Il ministro si è poi corretto, sempre in tv, scusandosi, ma chiaramente la frittata è fatta.

Il silenzio della diplomazia e il rumore della guerra

È cambiata la strategia dello stesso Presidente ucraino Zelensky, il primo a richiedere l’interruzione di ogni dialogo con la Russia dopo averlo fatto a sua volta. Che nelle ragioni sottostanti al blocco diplomatico ci fosse una completa assenza di collaborazione da parte della Russia? Possibile. Ma ciò non dovrebbe portare all’interruzione di incontri per nessuna ragione. Perché a quel punto non lasci alternative. Il silenzio diplomatico può essere solo riempito dal rumore delle bombe. La difficoltà nei negoziati e il rischio di esporsi ad errori sono costi comunque minori rispetto a continuare una guerra senza nessuna possibilità di soluzione diplomatica tra le parti. Il beneficio di trovare tale soluzione, anche se corrisponde a una possibilità su un milione, è comunque migliore di messaggi di dissenso lanciati da lontano.

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Classe 1998. Nato nella bassa modenese, nel paesino di San Felice sul Panaro, dove la nebbia mi ha insegnato ad osservare al meglio le cose, e la pianura a spaziare con la mente. Sono iscritto al corso Studi internazionali nella facoltà di Sociologia di Trento. Scrivo per il blog Piazza del Mercato, e dal 2020, per Sistema Critico.

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