Come prevedere la guerra? Il diritto internazionale può aiutare

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La guerra in Ucraina è arrivata al suo 72esimo giorno e ci lascia ancora tutti sconvolti. Sconvolti per i civili morti a causa di un’altra, terribile, ennesima guerra. E c’è la delusione per non essere riusciti ad evitarla. Come è stato possibile arrivare a questo? Come è possibile che dopo tutto ciò che abbiamo passato in Europa ottanta anni fa ci sia ancora qualcuno a provocare tanta distruzione? Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati hanno compreso la necessità di organizzarsi, di dialogare tra di loro. Hanno creato l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e hanno adottato delle regole comuni. Eppure, tutto ciò sta crollando come un castello di carta in queste ultime settimane. La frustrazione per un sistema che non funziona ci spinge a concludere che il diritto internazionale e l’ONU siano inutili. Ma è davvero così?

Il diritto internazionale serve?

La Carta delle Nazioni Unite, la principale fonte di diritto internazionale che regola i rapporti tra Nazioni, ha come fine ultimo “mantenere la pace e la sicurezza internazionale”. A guardare la situazione attuale si può dire che l’ONU stia fallendo o, utilizzando le parole di Papa Francesco, sia impotente. Ma fortunatamente il diritto internazionale non è (del tutto) inutile, nonostante le difficoltà non nuove che ha attraversato.

Un merito del diritto internazionale, forse il più grande, è quello di definire regole che vengono interiorizzate da parte degli stati e che producono conseguentemente pratiche e comportamenti considerati normali. La creazione di un modo di agire comune fornisce un certo livello di sicurezza. Perché io mi aspetto e prevedo che tu ti comporterai in un determinato modo.

Quando uno Stato decide di violare il diritto internazionale questa sicurezza viene meno, ma ciò non significa che si crea un mondo incerto ed imprevedibile. Difatti, sempre più spesso la violazione del diritto internazionale viene giustificata attraverso il diritto stesso utilizzando interpretazioni che possono scadere in escamotage di varia natura. Ciò solleva due importanti considerazioni.

La prima è che anche la violazione del diritto internazionale può seguire una logica predefinita che, se ben individuata, ci permette di predire le azioni di uno stato. Un esemplificazione di tale logica può essere rappresentata nell’atteggiamento della Russia nei confronti della Transnistria.

La seconda è che il diritto internazionale, se qualche particolare disposizione non è ben definita, può portare a delle conseguenze avverse se non contrarie agli obbiettivi che vuole raggiungere. Ovviamente questo non porta a nessuna giustificazione in termini della violazione commessa. Lo stato rimane comunque responsabile delle proprie azioni.

Il divieto dell’uso della forza e la Carta dell’ONU

L’attacco all’Ucraina mostra chiaramente come la Russia abbia strumentalmente creato una base legale per poter violare un divieto cardine del diritto internazionale: il divieto dell’uso della forza nelle controversie internazionali. Il 21 febbraio, poco prima dell’offensiva russa, il Presidente Vladimir Putin riconosce pubblicamente le provincie autonome della regione del Donbass in una conferenza stampa che è già storia.

Da quel momento le repubbliche del Donetsk e Lugansk, almeno per la Russia, sono indipendenti dall’Ucraina e sono a tutti gli effetti degli Stati. In quanto tali, secondo il diritto internazionale, possono richiedere l’intervento di una forza terza nel proprio territorio sovrano. Ciò accade il 23 febbraio, quando le due Repubbliche inviano a Mosca una richiesta di aiuto militare. L’invasione della Russia diventa così un intervento di autodifesa collettiva basato sul consenso dello Stato che richiama l’articolo 51 della Carta ONU. Quando, di fatto, l’intervento militare nel Donbass altro non è che un’invasione del territorio sovrano dell’Ucraina.

Un’altra giustificazione per l’attacco all’Ucraina si basa sulle accuse di genocidio da parte degli ucraini verso la popolazione russofona. Ciò ha permesso a Vlademir Putin di utilizzare la dialettica dell’intervento umanitario. Quest’ultimo, che indica l’intervento militare in un altro Stato a causa di violazioni di diritti umani basilari, non è riconosciuto nel diritto internazionale, ed è perciò considerato illegale. Tuttavia una parte della comunità scientifica sostiene che l’intervento umanitario sia considerato un diritto consuetudinario, ovvero quel diritto non scritto che può creare comunque obblighi agli Stati.

Come si crea un vincolo consuetudinario? Attraverso comportamenti reiterati da parte degli stati che interiorizzano tali comportamenti e li considerano vincolanti. Paradossalmente gli stati che hanno commesso violazioni di diritto internazionale tramite la giustificazione dell’intervento umanitario, creando quindi precedenti, sono proprio gli stati NATO.

Il diritto umanitario internazionale e gli scudi umani

Durante gli ultimi 72 giorni si sono presentati altri esempi di come il diritto internazionale venga utilizzato proprio per violare gli obiettivi che ne hanno dato origine. In un conflitto internazionale c’è un diritto che diventa punto di riferimento: il diritto umanitario internazionale. Quest’ultimo, conosciuto anche come legge dei conflitti armati, non corrisponde ai diritti umani, ma è la legge che disciplina le regole della guerra. Proprio il diritto umanitario è stato utilizzato come base giuridica per l’uccisione di civili .

Ciò è un paradosso se si pensa che la legge dei conflitti armati ha come fine quello di creare regole anche all’interno di contesti di guerra proprio per proteggere il più possibile i diritti umani. A tal proposito la legge dei conflitti armati prevede infatti che l’utilizzo di scudi umani da parte dell’esercito per difendere dei punti strategici militari, i quali sarebbero obiettivi di attacco nemico legittimi, è considerato un crimine di guerra. L’uccisione degli scudi umani da parte di chi attacca invece è legittimo, se l’attacco è proporzionato.

L’8 marzo il Ministro della Difesa russo ha accusato l’Ucraina di utilizzare 4,5 milioni di civili come scudi umani. Questa altro non è che una giustificazione a priori per considerare il 10% della popolazione ucraina un obiettivo miliare legittimo.

Purtroppo accusare la controparte di utilizzare scudi umani è diventato uno schema comune per giustificare l’uccisione indiscriminata di civili. Una pratica dovuta anche alla mancanza di denunce da parte di organizzazioni internazionali dei diritti umani, stati e studiosi di diritto internazionale.

Tuttavia, il richiamo all’uso di scudi umani da parte di ministri e ufficiali dell’esercito ci può aiutare a prevedere quanti civili potrebbero rimanere coinvolti in un conflitto.

La Corte Internazionale di Giustizia e l’uso di armi nucleari

Ad oggi probabilmente la paura più grande è il pericolo aleggiante dell’inizio di una terza guerra mondiale che possa portare ad un escalation nucleare.

Il 26 aprile il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha dichiarato che l’inizio di una terza guerra mondiale è un pericolo reale. Infatti, per Mosca, la NATO fornendo armi all’Ucraina è entrata in guerra per procura. Ad aumentare il pericolo di un escalation è anche il botta e risposta del 26 aprile tra Regno Unito e Russia. Per il governo britannico è legittimo l’uso di armi fornite dagli alleati per attaccare obiettivi militari in suolo russo. La Russia ha controbattuto che allora considererà legittimo attaccare anche le linee di rifornimento fin dentro i paesi fornitori. Dato che chi sta fornendo armi all’Ucraina sono paesi NATO un attacco porterebbe ad uno scontro diretto tra NATO e Russia e, di conseguenza, ad una terza guerra mondiale. Il 27 aprile, Vladimir Putin ha dichiarato che se “Paesi terzi interferiranno ci sarà una reazione immediata” Ma per quanto riguarda l’utilizzo di armi nucleari?

Per quanto sembri assurdo, non esiste nessuna regola scritta applicabile a tutti che vieti l’utilizzo di armi nucleari. Nel 2019 è entrato in vigore un trattato redatto in seno alle Nazioni Unite il quale è stato firmato, per adesso, solo da Stati non dotati di armi nucleari. In generale, comunque, il divieto dell’utilizzo di armi di distruzione di massa rientra nel diritto consuetudinario.

Tuttavia, gli Stati dotati di armamenti nucleari hanno presentato una riserva a tale posizione. Gli Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Russia, Cina, India, Nord Corea e Pakistan hanno adottato la stessa politica. Questi Paesi hanno espressamente dichiarato che l’utilizzo di ordigni nucleari è legato a casi in cui la sopravvivenza dello stato sia in grave pericolo.

Parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia

Questa dialettica non è presente solamente in dichiarazioni politiche. Nel 1996 la Corte Internazionale di Giustizia ha espresso un parere sulla legalità dell’utilizzo, o la minaccia di utilizzare, armi nucleari in caso di conflitto. La Corte ha risposto che “non può concludere in definitiva se la minaccia o l’uso di armi nucleari sia legale o illegale in circostanze estreme di autodifesa, dove la stessa sopravvivenza dello stato è a rischio”. In sostanza, non ha né negato né confermato l’illegalità dell’utilizzo di bombe nucleari. La palla viene passata, in definitiva, agli stati dotati di tali armamenti i quali hanno un certo grado di discrezionalità. Perché di fatto sono gli stati a decidere le “circostanze estreme di autodifesa” e cosa pone a rischio la sopravvivenza dello stato stesso.

Le minacce russe

Ritornando allo scontro attuale possiamo trovare di che preoccuparci. La dialettica della sopravvivenza dello stato russo è stata utilizzata ancora prima dell’inizio della guerra. Il 21 febbraio Vladimir Putin ha dichiarato che l’allargamento della NATO nell’est Europa è “una vera minaccia alla nostra esistenza e sovranità”. Il 24 febbraio, giorno dell’inizio dell’invasione, Vladimir Putin dichiara pubblicamente che stati terzi che interferiranno nello scontro subiranno conseguenze senza precedenti. Molti l’hanno considerata una minaccia velata all’uso di bombe nucleari. Il 2 marzo la Russia viola lo spazio aereo della Finlandia con due bombardieri SU-24s capaci di apportare un attacco nucleare. Addirittura la Difesa finlandese ha dichiarato fossero equipaggiati con armi nucleari. La minaccia da parte della Russia, questa volta, non è velata.

Le minacce russe devono essere, però, calate nel contesto. La Russia è consapevole delle gravi perdite avute anche a causa del continuo armamento all’Ucraina da parte di paesi NATO. L’Alleanza Nord Atlantica ha una superiorità di armamenti schiacciante. Vladimir Putin, consapevole di ciò, utilizza la minaccia di un escalation militare per creare divisioni interne al blocco Occidentale rispetto all’invio di armi.

Le rassicurazioni russe

Alle minacce si accompagnano anche rassicurazioni da parte della Russia, come quella di quest’oggi del portavoce del Ministero degli Esteri russo Alexey Zaitsev:

Gli scenari di un nostro potenziale uso di armi nucleari sono chiaramente prescritti nei documenti dottrinali russi. [gli scenari] Non sono applicabili nell’attuazione dei compiti previsti nel corso dell’operazione militare speciale in Ucraina

In questo senso sarà importante osservare le dichiarazioni di Vladimir Putin in occasione del 9 maggio, data in cui si celebra la Giornata della Vittoria in Russia. Servizi di intelligence vicini all’Ucraina hanno fatto trapelare che questa potrebbe essere la data per dichiarare guerra totale all’Ucraina. Certo i servizi di intelligence potrebbero star giocando di strategia, ma una dichiarazione in tal senso da parte del Cremlino potrebbe non solo permettergli di mobilitare i propri riservisti e alleati, ma anche cambiare i “compiti previsti” nella guerra in Ucraina.

Certo è un’opinione diffusa che l’inizio di uno scontro nucleare non convenga a nessuno e perciò l’uso di armi nucleari venga considerato solo in casi di vera minaccia all’esistenza dello stato. Ma, si potrebbe argomentare, come definire una vera minaccia? Essa può variare in base alla percezione della controporte.

Transnistria e lo schema che si ripete

La Transnistria ha diverse similitudini con la regione del Donbass in Ucraina. La Transnistria è una regione del territorio moldavo a prevalenza russofona controllato da una amministrazione autonoma filorussa. Gli scontri in questa regione sono nati negli anni novanta quando la Transnistria dichiarò la sua indipendenza, non riconosciuta da parte della comunità internazionale. Grazie ad un accordo triangolare tra Moldavia, Transnistria e Russia che ha portato ad una forza di peacekeeping permanente la regione è tornata stabile. Nel 2014, in occasione dell’annessione della Crimea, anche l’amministrazione filorussa richiede l’annessione alla Russia.

Negli ultimi giorni tuttavia le tensioni sono aumentate anche in questa regione moldava. Il tracciamento di una serie di eventi ci può quindi aiutare a prevedere possibili sviluppi in questa area.

Cosa sta succedendo

Recentemente la preoccupazione sta aumentando vertiginosamente anche qui. Infatti è stato riportato un attacco al Ministero della Sicurezza (video) ed a torri radio.

La responsabilità di tali attacchi sono ancora da chiarire. Ciononostante possiamo notare uno schema che si ripete. Anche l’invasione della Russia in Ucraina era stata preceduta da attacchi contro le città del Donbass. E anche in questo caso le accuse tra gli ucraini e i russi erano state reciproche. I primi sostenevano che erano stati i russi per creare un pretesto per l’invasione. I secondi accusavano viceversa gli ucraini di attacchi contro i civili.

In un intervista Rustam Minnekayev, capo del Distretto militare centrale russo, ha fatto riferimento all’oppressione subita dei transnistriani. Siamo di nuovo difronte alla dialettica di una fazione di oppressi da salvare dagli oppressori.

La possibilità che la Transnistria diventi il nuovo Donbass della Moldavia aumenta. Infatti, piuttosto che l’utilizzo della Transnistria come apertura di un fronte occidentale nei confronti dell’Ucraina, come paventato dal Presidente Zelensky, è più probabile che la regione moldava diventi un prossimo pretesto per un attacco alla Moldavia.

Ma tutto dipenderà dall’esito dell’attacco russo nel sud dell’Ucraina e, in particolare, dalla resistenza ucraina ad Odessa. Ciò che possiamo fare oggi è osservare le azioni politiche della Russia relative alla regione moldava. Riconoscere l’indipendenza della Transnistria e possibili accuse di gravi violazioni dei diritti umani verso la popolazione russofona rappresenterebbero quei presupposti per l’utilizzo strumentale del diritto internazionale al fine di violare il diritto stesso.

Cosa ci lascia il diritto internazionale

Il diritto internazionale ha tante zone grigie che permettono una certa libertà agli Stati di districarsi tra obblighi e divieti. Ciononostante gli Stati hanno dimostrato di seguire un certo modus operandi per quel che riguarda anche la violazione del diritto internazionale. Questo porta ad un altro tipo di sicurezza, non basata sulla prevedibilità dei comportamenti degli Stati dettati dal diritto internazionale, ma basata sulla prevedibilità dei comportamenti degli Stati nel violare il diritto stesso. Una specie di sicurezza in ‘negativo’.

Purtroppo ciò che ci rimane è quello che, in definitiva, è il diritto internazionale: un’amara consolazione.

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About Author

Classe 1998. Nato nella bassa modenese, nel paesino di San Felice sul Panaro, dove la nebbia mi ha insegnato ad osservare al meglio le cose, e la pianura a spaziare con la mente. Sono iscritto al corso Studi internazionali nella facoltà di Sociologia di Trento. Scrivo per il blog Piazza del Mercato, e dal 2020, per Sistema Critico.

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