Nagori, le stagioni tra cucina e letteratura

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Giugno ha segnato temperature che solitamente si registrano ad agosto, le mezze stagioni sembrano scomparire sempre di più, in Sicilia si coltivano papaya, lychees e caffè. Insomma, le conseguenze del cambiamento climatico si fanno sempre più sentire.

Questo ha degli effetti non solo nella nostra vita pratica, ma anche sul modo in cui percepiamo il mondo. Ryoko Sekiguchi, scrittrice e studiosa giapponese di letterature comparate, con Nagori, la nostalgia della stagione che ci ha appena lasciato (Einaudi 2022) propone una serie di riflessioni sul rapporto tra stagioni, cibo, culture e letteratura.

Tempo ciclico vs tempo lineare

Da sempre il modo in cui misuriamo il tempo è legato al susseguirsi delle stagioni. La loro temporalità ciclica scandisce l’avanzare di un’altra temporalità, quella lineare della vita umana, nel suo inarrestabile procedere verso la morte. Fin dai tempi più remoti abbiamo cercato di contrapporre alla certezza della nostra fine l’annuale speranza di rinascita rappresentata dalla primavera. È un esempio di come l’uomo tende a interpretare il tempo ciclico come lineare e a creare dei paralleli tra la sua vita e quella delle piante.

La cultura giapponese, scrive Sekiguchi, ha una particolare sensibilità verso queste analogie, tanto da concepire ogni stagione, e non solo l’anno, come la vita umana. La lingua giapponese possiede ben tre termini per descrivere la diversa stagionalità di un frutto: hashiri ovvero la primizia, il frutto ancora precoce, sakari cioè la piena maturazione e nagori, la nostalgia della stagione che ci ha appena lasciato, che troviamo in un frutto troppo maturo. Il primo viene associato alla nascita e giovinezza. Il secondo invece all’età matura, l’acme della vita, e viene usato per descrivere anche la stagione dell’accoppiamento degli animali.

Nagori ha invece un’accezione più ampia. Può indicare l’aura di una cosa passata, come quella lasciata in una casa dai suoi vecchi abitanti; ma anche i danni di un fatto catastrofico come un terremoto. O ancora la traccia di una persona scomparsa. Infine si riferisce a qualcosa che rimane oltre la stagione che le è propria come non volesse andarsene, per esempio delle ciliegie che troviamo ancora ad agosto.

Le stagioni ieri e oggi

Insomma nagori esprime la fluidità del passaggio da una stagione all’altra, contrariamente all’idea statica che emerge dal susseguirsi di equinozi e solstizi nel calendario. Probabilmente, scrive Sekiguchi, nel passato gli uomini percepivano questo passaggio in modo ancora più profondo. Essi erano infatti “immersi” totalmente in una stagione, legati indissolubilmente a essa non solo per il clima, ma anche per i frutti che ne potevano ricavare. Non era pensabile poter disporre dei pomodori a dicembre e una tempesta o una nevicata troppo abbondante potevano significare una carestia certa.

Oggi invece, se abbiamo la fortuna di vivere nei paesi più ricchi al mondo, importiamo gli ortaggi da altri paesi o li coltiviamo in serre con luce e riscaldamento aggiuntivi. Metodi di approvvigionamento che vanno sicuramente ripensati alla luce del loro impatto ambientale.

Il senso di costrizione portava gli uomini del passato a desiderare di evadere dalle stagioni, proprio attraverso i loro frutti. Sekiguchi cita tutta una serie di esempi letterari che lo testimoniano. I racconti dei viaggiatori stupiti di imbattersi in frutti “estivi” nei mercati egiziani. Sade, che soggiornando a Napoli in inverno, si meravigliava di poter mangiare i piselli, in quei mesi introvabili in Francia.

Per coloro che invece non potevano permettersi di viaggiare, cibarsi di frutti estivi nei mesi freddi veniva considerato un privilegio. Così la ricerca delle fragole in inverno è diventato un vero e proprio topos letterario, che troviamo declinato in vari modi in diverse culture. Dai fratelli Grimm con I tre omini nel bosco, a Le mille e una notte e in L’usignolo e la rosa di Oscar Wilde. Persino il poeta latino Orazio, nella celebre ode 38 del I libro, intima al suo coppiere di non cercare la “rosa tardiva”, il fiore che nasce in autunno. È questo uno degli elementi con cui descrive il lusso persiano, che egli rifiuta preferendogli un banchetto modesto.

Oggi, a differenza dell’antichità, non siamo mai totalmente immersi nella stagione che stiamo vivendo, la possiamo evadere in continuazione. Da un lato, in meno di ventiquattr’ore possiamo trovarci dall’altro lato dell’equatore, nella stagione secca dell’Indonesia o in quella piovosa del Mali. D’altra parte non serve nemmeno macinare così tanti chilometri, ci basta entrare nel primo supermercato vicino a casa per trovarci di fronte a frutti “fuori stagione”.

Parole “stagionali”

La consapevolezza del profondo legame che istituiscono tra noi e la natura che ci circonda, ha portato le stagioni a diventare un tema centrale delle culture di tutto il mondo. Questo è evidente se guardiamo alle lingue che legandosi alle diverse realtà vissute dai parlanti, ne riflettono gli atteggiamenti verso i mutamenti atmosferici. L’eschimese siberiano, per esempio, ha un’incredibile varietà di termini per indicare la neve, che testimoniano la centralità che questa ha di quelle popolazioni. Gli arabi, che sperimentano ogni giorno il torrido deserto, non associano la bellezza al sole che brucia e devasta, ma alla luna che sorge la sera.

La cultura giapponese, evidenzia Sekiguchi, è estremamente sensibile ai più piccoli cambiamenti atmosferici che segnano il passaggio delle stagioni, annoverandone nel suo calendario ben 72. Pur non corrispondendo tutte a quelle atmosferiche, queste stagioni hanno permesso alla lingua giapponese di sviluppare un ricchissimo vocabolario “stagionale”. Ne è nata persino una breve forma poetica, lo haiku. Oltre al conteggio delle sillabe e alla metrica tradizionale, questo componimento prevede l’obbligo di inserire una “parola di stagione” scelta all’interno di questi repertori.

Simboli

In ogni cultura le stagioni sono legate anche alle nostre emozioni e da sempre l’uomo associa simboli ai frutti o alle piante che le caratterizzano. Nella lirica Novembre Giovanni Pascoli collega all’estate gli albicocchi in fiore e il profumo del biancospino, contrapponendoli al senso di morte suscitato dal mese autunnale.

La primula è sicuramente il fiore emblema dell’arrivo della primavera. Recentemente è stata riproposta come simbolo di rinascita e rigenerazione dall’architetto Stefano Boeri, per identificare la campagna vaccinale contro il Covid-19.

Ancora, una ricetta tradizionale romana prevede di mangiare le fave fresche crude con scaglie di pecorino. Nonostante la palese amarezza dell’ortaggio, è un piatto immancabile tra maggio e giugno, che sembra quasi voler cogliere nel vivo la primavera che arriva.

Sekiguchi ci racconta un aspetto caratteristico della sua cultura, integrandolo con la tradizione francese e italiana con cui negli anni è venuta in contatto. Un interessante esempio di fusione tra letteratura e tradizioni culinarie. In definitiva Nagori è un volumetto di novantasei pagine che potreste ignorare mentre sorvolate distrattamente gli scaffali della libreria della stazione da cui state per partire. Ma se gliene darete la possibilità vi farà sicuramente percepire in modo più profondo il sapore dolciastro di una succosa fetta d’anguria, nelle calde giornate di agosto.

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About Author

Mi chiamo Veronica e sono nata nel 2001. Sono una fuorisede un po' spaesata a Bologna, dove studio Lettere Moderne. Adoro l’arte in tutte le sue forme e appena ho un po’ di tempo libero mi intrufolo in qualche mostra o al cinema. Mi descrivono tutti come taciturna, ma quando si parla di politica e diritti civili non mi zittisce più nessuno. Per colazione bevo caffè e divoro un sacco di giornali. Se mi state cercando potreste trovarmi con un bel libro tra le mani, ma anche in qualche buon ristorante etnico.

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