giovedì, 22 Ottobre 2026

Ossessione magrezza, ancora tu? Non dovevamo non vederci più?

Pensavamo di essercela lasciati alle spalle una volta per tutte.
E invece, l‘ossessione per la magrezza è tornata di prepotenza a riprendersi il suo posto nell’olimpo dei modelli culturali dominanti.
E questa volta la situazione è più drammatica che mai.

Potrebbe sembrare stupefacente dopo gli anni di gloria della body positivity, eppure il fenomeno ozempic body, l’hashtag #skinnytok e il diffondersi nei media delle immagini di corpi pelle e ossa sono chiari segnali di un inquietante cambiamento di paradigma.
Magri, anzi magrissimi, a ogni costo: è questo l’imperativo che gli algoritmi promuovono subdolamente negli ultimi tempi.
E intanto, l’industria della magrezza fiorisce a suon di integratori, applicazioni e piani di allenamento personalizzati venduti ad un’umanità spesso giovanissima che non si sente più a proprio agio se indossa taglie superiori alla 40.

La nuova moda non fa sconti a nessuno, tantomeno alle celebrities.
Particolare clamore ha riscosso il caso della postar e attrice Ariana Grande, che negli ultimi mesi è visibilmente dimagrita. Il suo pubblico si divide tra fan preoccupati che invitano a tenere il fisico della postar fuori dal discorso pubblico e voci critiche impegnate a portare avanti una crociata contro la magrezza eccessiva.
E allora non rimane che chiedersi:è legittimo parlare dei corpi dei nostri idoli?

Magri, anzi magrissimi

Invasione degli ultracorpi.
Così L’Espresso ha ribattezzato l’ossessione per la magrezza eccessiva nel numero di agosto dedicato al fenomeno.
Oltre a mettere in evidenza il ruolo giocato dagli algoritmi dei social network nell’alimentare il ciclo distruttivo del dimagrimento e la diffusione di alcune applicazioni che incitano a compensare le calorie extra assunte con una strampalata sequenza di flessioni sotto il ricatto di un procione virtuale che ricorda una versione distorta del tamagotchi, il settimanale ha riportato un altro dato particolarmente significativo.
A quanto pare, anche la distribuzione delle taglie nei negozi di retail sarebbe passata da una ratio per cui per ogni capo di taglia S e XL se ne contavano due di taglia M ed L a una situazione per cui le taglie S sono raddoppiate e le taglie L dimezzate.
Questo significa che l’invasione della magrezza, lungi dall’essere confinata ad una bolla online fomentata da algoritmi e Intelligenza Artificiale, è già penetrata in lungo e un largo nella realtà dei corpi che ci circondano al punto tale che anche l’offerta commerciale ha dovuto adeguarsi in fretta e furia.
E pensare che fino a poco tempo fa i grandi marchi rischiavano il linciaggio mediatico nel caso in cui non fossero in grado di sopperire alla richiesta di indumenti plus-size.

Bridget Jones, protagonista di una fortunata serie di film dei primi anni Duemila, raccontata come eroina chubby.

Ossessione magrezza, l’imperativo di un’epoca

Zeitgeist a cavallo tra gli anni dieci e venti di questo strano ventunesimo secolo, l’ombra lunga della Body positivity è stata una boccata d’aria fresca per intere generazioni.
Lo sa bene chi è cresciuto tra i rotocalchi anni Novanta dominati dall’estetica heroin chic e chi invece si è trovato a fare i conti con la grassofobia sottesa a cult anni Duemila come Il diario di Bridget Jones o Mean girls.
In quegli anni l’idea sottesa alle narrazioni e ai modelli sbandierati a destra e sinistra sui cartelloni pubblicitari e in televisione era più o meno sempre la stessa:un corpo desiderabile è un corpo magro. E preferibilmente anche caucasico, abile e giovane. Ma, soprattutto, magro.
Meglio ancora se magrissimo.

E quale categoria poteva essere maggiormente influenzata da quest’estetica dominante, se non coloro per cui essere desiderabili è una sorta di comandamento sociale?
Infatti, sebbene si possa dire che il circolo vizioso della magrezza sia sempre stato un tranello del demonio per tutti, è evidente che chi ne ha pagato a maggior ragione lo scotto siano state ragazze, donne e bambine.
D’altronde, non è una novità che i modelli culturali agiscano in maniera subdola e siano in grado di penetrare tanto in profondità negli individui da riuscire poi a rinforzarsi a tutti i livelli.
Questo significa che il desiderio di magrezza per cui una ragazzina di quattordici anni si mette a lottare con la circonferenza della sua minigonna a suon di calorie contate e pasti saltati non si spiega semplicemente liquidandolo con un becero “copia le modelle su Instagram“.

Piacere, sempre, a tutti i costi

Una banalizzazione di questo tipo non tiene conto ne delle delicate dinamiche con cui i modelli culturali -come i canoni estetici- si costruiscono, ne tantomeno prende in considerazione una premessa fondamentale della psicologia umana.
Che ci piaccia o no, tutti vogliamo essere accettati.
E in questo non c’è nulla di debole o di ingenuo. Essere accettati, piacere e sentirci approvati da chi ci circonda è uno dei mezzi principali con cui definiamo il perimetro del nostro io.
Ciò non vuol dire assolutamente che il valore della nostra identità dipenda in tutto e per tutto dai rinforzi positivi degli altri, ma semplicemente che il nostro senso del sé si costruisce anche attraverso l’incontro con l’altro e sentirsi accettati dal prossimo è un importante vettore di fiducia in noi stessi.
Piacere, dunque, non è affatto un desiderio superficiale, come spesso viene paternalisticamente bollato, ne tantomeno un segno di immaturità, ma piuttosto -nella giusta misura e con la consapevolezza di dove finisce la voce degli altri e inizia la nostra- un bisogno umano fondamentale.
Questa naturale necessità, oltre a giustificare buona parte dei nostri comportamenti sociali, serve a comprendere perché i canoni estetici agiscano così in profondità e riescano ad espandersi in maniera tanto capillare.

Canone magrezza: soggetto e società

Banalizzando moltissimo, infatti, si potrebbe dire che un canone estetico è ciò che una società ritiene bello (e, di conseguenza, desiderabile).
E qui c’è il primo vero inghippo.
Nel momento in cui ammettiamo che la validazione è un bisogno umano fondamentale e, al contempo, prendiamo atto del fatto che una serie di discorsi simbolici e pratiche sociali stabiliscono a livello collettivo criteri di bellezza più o meno stringenti, si comprende bene che l’accesso alla validazione diventa il risultato di una complessa negoziazione tra il soggetto e la società.

In altre parole, dietro alla signora che dalla parrucchiera si sofferma sulla pubblicità di un fango dimagrante mentre attende che la permanente attecchisca, dietro al trentenne che -finita la giornata di lavoro in ufficio- si precipita a sudare sulla cyclette della palestra sotto casa, dietro alla liceale che salta il pranzo accampando scuse come un mal di pancia davanti alla madre spazientita si annida un disagio che non si giustifica solo sulla base di un fantomatico desiderio innato di magrezza.
Questo disagio è piuttosto il risultato di uno scontro tra il naturale desiderio di piacere e la consapevolezza che per piacere bisogna essere in un certo modo. E questo “certo modo” è stabilito dai canoni estetici.Stare fuori dal confine del canone significa percepirsi ed percepiti divergenti.
E da qui, il disagio

Kate Moss in una campagna di Calvin Klein degli anni Novanta. La modella è ritenuta il volto dell’estetica Heroin chic.

Il tranello del canone

Ma, la storia non finisce qui.
Sarà infatti opportuno fare almeno un’altra considerazione sulla questione dei canoni estetico. Una volta appurata la ragione profonda per cui essi riescano ad essere così incisivi, bisogna infatti chiedersi come funzionino. O, meglio ancora, come si riproducano al punto tale da essere percepiti alla stregua di una norma naturale.
Infatti, ça va sans dire, icanoni estetici -proprio come tutti i canoni- sono convenzioni storicamente e geograficamente variabili.
In tante discussioni sulla questione della magrezza, mi è infatti capitato di sentire voci che sollevavano delle obiezioni più che condivisibili a chiunque sostenesse che “tutti vogliono essere magri”.
Senza nemmeno tirare in ballo la morbidezza delle forme rinascimentale perfettamente espressa dalla Venere di Botticelli, basti pensare alle silhouette giunoniche portate alla ribalta dalle dive hollywoodiane Marylin o la nostra Sophia Loren, sinonimi del benessere esploso nel secondo dopoguerra e del consolidarsi della società dei consumi che andava a cancellare la penuria e la fame degli anni precedenti.

L’ossessione per la magrezza, dunque, arriva dopo e raggiunge il proprio climax con gli anni Novanta. Tale trionfo è stato sancito simbolicamente dall’avvento di Kate Moss, la nuova modella che ai fisici atletici e muscolosi delle altre modelle contrappone un aspetto emaciato e un’estetica decisamente più androgina.
Per certi versi, si potrebbe dire che il codice estetico dei prima anni duemila, incarnato dai celebri Angeli di Victoria’s secret (modelle statuarie che sfilavano in intimo variopinto sfoggiando corpi senza imperfezioni), non sia stato che una deriva della moda heroin chic in direzione di una maggiore sessualizzazione.

Victoria’s secret: l’era degli Angeli

I celebri angeli, infatti, non erano semplicemente ragazze estremamente magre, ma ibridi che -grazie a una leggendaria combinazione di genetica, allenamenti sfiancanti e folli piani alimentari – alla già invidiabile magrezza sommavano ancor più invidiabili curve mozzafiato.
E mentre sfilavano davanti agli occhi milioni di bambine, ragazze e donne più o meno mature contribuivano a rinforzare un canone estetico semplicemente non accessibile per la stragrande maggioranza del loro pubblico.
Eppure, il fatto che non fosse accessibile nulla ha tolto alla convinzione diffusa che, per essere desiderabile, un corpo qualsiasi dovesse assomigliare quanto più possibile a quello degli angeli che sfilavano sulle passerelle di Victoria’s secret tra lustrini e corpetti.
Ironico pensare che il paradosso di questo meccanismo fosse nascosto in bella vista nella stessa parola che designava questo modello estetico impossibile.
Angeli, creature celestiali, beate, divine. E irreali.

Come si riproduce un canone: verticalità

Ma, il riferimento a Victoria’s secret e alle sue leggendarie modelle consente inoltre di comprendere ancora meglio la dinamica di funzionamento dei canoni estetici.
Infatti, se è vero che i modelli culturali si costruiscono attraverso grandi rappresentazioni come pubblicità, stampa, televisione e social network (che funzionano al contempo da cassa di risonanza e agenti di legittimazione di una certa estetica) bisogna però aggiungere che il successo di un modello culturale si misura nella sua capacità di agire al di fuori dei circuiti di rappresentazione.
Ciò vuol dire che un canone estetico è davvero efficiente se riesce a funzionare come modello che i soggetti imitano attivamente attraverso pratiche individuali.
Detto in altre parole, Kate Moss prima e gli angeli di Victoria’s secret dopo sono riusciti a dominare l’estetica dei propri decenni in quanto milioni e milioni di persone hanno interiorizzato l’immagine che gli veniva venduta come sinonimo di bellezza e, di conseguenza, hanno attuato tutta una serie di comportamenti -in alcuni casi anche pericolosi- influenzati da quei modelli.

I celebri Angeli di Victoria’s secret in occasione del fashion show del 2013.

Come si riproduce un canone: orizzontalità

Ma, l’aspetto più interessante di questa dinamica è un altro.
Poniamo uno scenario inventato.
Immaginiamo che una ragazzina, tra una corsa in autobus e i tempi morti della ricreazione, consumi centinaia e centinaia di contenuti su Tiktok che, più o meno dichiaratamente, le suggeriscono che essere bella sia sinonimo di essere magra (e, come vedremo, magra in una certa specifica maniera).
Poniamo che la ragazzina in questione non sia soddisfatta del proprio corpo -probabilmente anche a causa di quei contenuti online che minano l’immagine che ha di se stessa offrendole dei modelli inverosimili. Poniamo che la ragazzina si metta perciò a seguire una dieta e un programma di allenamento mirato (che nello scenario migliore possibile sono consigliati da professionisti e portati avanti in maniera sana) e raggiunga finalmente la magrezza che desiderava.
Si potrebbe pensare che la storia finisca qui, con la ragazzina felice e contenta che si concede una meritata sessione di shopping come auto-ricompensa.

Riproduzione e rinforzo

Il punto è che la nostra protagonista, dopo aver interiorizzato un discutibile canone estetico che le è di fatto stato imposto dai corpi che guarda con ammirazione dallo schermo del suo cellulare, non è soltanto una ragazza che è dimagrita per uniformarsi a un canone.
Infatti, se allarghiamo la prospettiva e inseriamo nello scenario anche alcune compagne di classe o un paio di cugine, quella stessa ragazza sarà con ogni probabilità un corpo che rinforza nella loro piccola realtà quotidiana lo stesso imperativo di magrezza che anche a loro viene propinato a destra e sinistra.
In altre parole, la nostra ragazza smette di essere solo un soggetto influenzato attivamente dal canone estetico, ma inizia ad essere anche un vessillo di quello stesso canone.
Naturalmente, ciò non significa che la nostra protagonista sia colpevole di qualcosa.
Più semplicemente, questa piccola storia ci mette di fronte al fatto che i modelli culturali, per quanto prodotti e legittimati principalmente nei media, si riproducano nel tempo e nello spazio a tutti i livelli.

Così, dunque, si è alimentata l’ossessione per la magrezza a cavallo tra il finire del XX secolo e l’alba del nuovo millennio.  Poi, come uno tsunami, è arrivata la Body positivity.

Au revoir, Body positivity !

Per moltissimi versi, si può affermare che la Body positivity sia stato un tentativo di costruire e poi legittimare un anti-canone estetico.
Movimento sviluppatosi principalmente sui social network nel corso dello scorso decennio, la Body positivity si è configurata come un nuovo discorso culturale il cui obiettivo è stato prima di tutto quello di decostruire la normatività dei canoni di bellezza svelandoli come costrutti sociali.
Scardinando questi stereotipi, a cominciare dall’imperativo alla magrezza, sono fiorite molte communities online il cui mantra è stata l’accettazione incondizionata di se stessi.
“Vai bene così come sei, in qualsiasi modo tu sia”: questo il comandamento della Body positivity.

Inutile aggiungere che, in questa maniera, si è a poco a poco sviluppato un clima in cui alla normatività dei canoni estetici per cui essere accettati è una condizione possibile solo secondo alcuni precisi parametri (essere magri, essere abili, essere chiari, essere cis eccetera eccetera), si è sostituita la parvenza di un’anarchica e gioiosa assenza di regole.
Pensandoci a posteriori, non stupisce che la Body positivity abbia avuto il successo che ha avuto. Dopo decenni di modelli estetici impossibili, ecco un miracoloso tana libera tutti, una zona franca che non credevamo possibile e di cui avevamo evidentemente un disperato bisogno.
E non stupisce nemmeno che il fenomeno, perlomeno al suo apice, sia stato abbracciato da moltissimi brand che della parola magica inclusività hanno spesso fatto una merce come un’altra, una strategia di vendita su cui puntare per massimizzare i profitti quando i vecchi canoni non vendevano più così tanto.

Una campagna del marchio Dove ispirata al movimento Body Positivity.

Decostruzione di un’ossessione

Per quanto riguarda la questione del peso poi, oltre alla sacrosanta lotta al fat shaming, uno dei meriti di questo clima culturale è stato senza dubbio quello di aver messo l’accento su corpi sani piuttosto che su corpi magri.
Infatti, almeno le frange migliori della Body positivity (che comunque è stato un fenomeno sfaccettato e spesso non privo di ombre) hanno spezzato l’equazione per cui essere magri era sempre considerato sinonimo di benessere fisico ed essere in sovrappeso sempre l’esito di una colpevole pigrizia, contribuendo così anche a ridefinire perimetro e significato della magrezza in maniera più salutare.

Eppure, qualche anno fa, è successo l’impensabile.
Il fenomeno Body positivity si è lentamente esaurito, rivelandosi come una meteora tra le molte del panorama dei trend.
Perché sia successo forse è ancora presto per dirlo. Quello che è certo è che in questo ritorno al passato essere magri non è più abbastanza.
Oggi bisogna essere magrissimi.

Il trend #Skinnytok

Le prima avvisaglia è stata l’esplosione dell’hashtag #skinnytok sui principali social media.
Pian piano, mentre i contenuti della Body positivity si diradavano, si sono iniziati a diffondere sempre più guide fai da te su come perdere peso spesso travestite da format come What I eat in a day da parte di creator che, nella maggior parte dei casi, si presentavano come paladini del benessere.
E così, tra un get ready with me e l’altro, si è creta una nicchia di nostalgici della magrezza che, in un mondo di corpi chiamati ad accettarsi così come sono, hanno rivendicato il loro diritto ad essere magrissimi.


Caratterizzato dall’esibizione di corpi sottopeso spacciati come modelli aspirazionali, consigli su come combattere il senso di fame, pubblicizzazione di diete forgiate sul senso di colpa e persino una non troppo velata glorificazione di pratiche DCA, il fenomeno #skinnytok si è contraddistinto per la sua eccezionale veemenza ed è perciò stato bannato dai social per volere dell’Unione Europea nel 2025.
Il rischio era che questo trend provocasse una catastrofe per la salute mentale e fisica degli utenti soprattutto più giovani.
Si ricorda, a questo proposito, che quella dei disturbi alimentari è una piaga silenziosa che ogni anno colpisce milioni di persone. In Italia, peraltro, i DCA sono la seconda causa di morte per le giovani donne: solo gli incidenti stradali uccidono di più.
Naturalmente, un ban di Instagram o Tiktok all’hashtag #skinnytok è una manovra del tutto insufficiente. Questi contenuti, frutto di un’ossessione per la magrezza che sembra impossibile estirpare, continuano a proliferare sotto altri nomi.

Ozempic mania

E allo stesso modo continua a proliferare anche il fenomeno Ozempic.
Diffusosi in fretta nella giungla di Hollywood, l’Ozempic non è altro che un farmaco per il diabete.
Tuttavia,un suo uso off-label(ovvero diverso da quello per cui è stato creato) garantisce una perdita di peso veloce e tutto sommato effortless.
L’Ozempic, infatti, ha tra i suoi effetti collaterali un significativo aumento del senso di sazietà.
In altre parole, grazie a questo farmaco si dimagrisce perché non si ha più fame. Senza nemmeno entrare nei particolari delle ragioni per cui una pratica come questa sia potenzialmente deleteria per la salute, ciò che è importante sottolineare è che la moda hollywoodiana è ben presto fuoriuscita dal mondo dorato delle celebrities arrivando a diffondersi ampiamente anche in Italia, come messo in evidenza dall’inchiesta firmata L’espresso.
Si vedranno dunque sempre più Ozempic face in giro, vale a dire volti scavati in cui la perdita del tono muscolare causato dal dimagrimento repentino, forzato ed eccessivo è più che mai evidente negli zigomi marcati che sovrastano guance sgonfie.

Meghan Trainor nel video della sua hit All about that bass, inno della Body positivity.

Ipocrisie Hollywoodiane

Naturalmente, sebbene la spinta propulsiva della Body positivity sia più che agli sgoccioli, si può dire che l’attitudine a decostruire il discorso pubblico intorno alla magrezza in qualche misura permane.
Sono infatti molti a criticare le dinamiche la ritrovata ossessione per le taglie S e XS.
In particolare, tanti puntano il dito contro quelle celebrità come Lizzo e Meghan Trainor che, dopo essere state molto coinvolte nel processo alla fatphobia attraverso musica, posizioni pubbliche e i loro stessi corpi, si sono poi piegate all’Ozempic mania perdendo molto peso.
Per questa ragione, buona parte dei loro fan ha voltato le spalle alle ex beniamine della Body positivity. Ma, in questi casi, l’ipocrisia non è che un problema di personal branding: le cantanti in questione avevano fondato il proprio personaggio sull’accettazione incondizionata del proprio corpo (si ricordi ad esempio la canzone All about that bass di Maghan Treinor, vero inno della Body positivity) e ora pagano lo scotto di questo tradimento.

Il caso Ariana Grande

Più interessanti e problematici sono invece i discorsi intorno al corpo di Ariana Grande.
Già durante i tour promozionali del film Wicked, l’esercito di fan della popstar aveva notato un preoccupante dimagrimento.
Sia ben chiaro, Ariana Grande è sempre stata una ragazza piuttosto magra.
Tuttavia, è innegabile che negli ultimi anni la diva sia apparsa sempre più emaciata e striminzita, al punto che a volte sembrava scomparire nei vaporosi vestiti di tulle rosa che indossava sul red carpet.
La polemica è stata talmente amplificata da stampa e social media che la stessa popstar è intervenuta nel merito della questione con un breve video postato nel 2023 sul suo profilo TikTok. Ariana Grande ha pregato i suoi fan di smetterla di mettere a confronto il suo corpo attuale con quello degli anni precedenti che, sebbene sembrasse più tonico e pieno, stava in realtà attraversando battaglie mentali che l’avevano portata ad adottare uno stile di vita poco sano.
Nel video, Grande rassicura i suoi fan e li prega di non commentare i corpi degli altri invitandoli a praticare la gentilezza.

Un corpo, troppi discorsi

La polemica sul corpo della postar, sebbene sgonfiata dalle sue parole, non si è mai assopita del tutto ed è scoppiata nuovamente nel corso degli ultimi mesi quando Ariana Grande si è avventurata nel suo The eternal sunshine tour.
Di fronte ai video che la mostrano magra più che mai, il discorso pubblico ha rimesso al centro dell’attenzione mediatica il suo corpo.

Ariana Grande durante il tour promozionale del film Wicked.


Da un lato, ci sono molti fan che invitano a non commentare per evitare che le critiche possano avere un impatto negativo sulla cantante (che infatti ha annunciato una lunga pausa dallo scrutinio pubblico).
Dall’altro, c’è chi invece punta il dito sulla responsabilità di una figura pubblica con il suo seguito (Ariana Grande conta più di 360 milioni di follower solo su Instagram) e sulle conseguenze negative che il suo esempio potrebbe generare andando a consolidare un trend di magrezza che, come si è visto, è già di per sé imperante.
Nel mezzo di queste posizioni, ci sono invece -come sempre- molti haters che commentano la magrezza della cantante senza alcuna pietà. Chiaramente, questi ultimi non meritano alcun tipo di attenzione dal momento che sfogare le proprie frustrazioni sugli altri è sempre un atto vile ed esecrabile.


Ma, parlare del caso Ariana Grande è rilevante perché solleva una domanda importante circa il ruolo giocato dai personaggi pubblici nella logica culturale che produce i canoni estetici, anche e soprattutto quando questi ultimi sono pericolosi e deliranti.

Di chi è il corpo di Ariana Grande?

Di chi è insomma il corpo di Ariana Grande?
Una domanda volutamente e senza dubbio provocatoria.
Naturalmente, il corpo di Ariana Grande è di Ariana Grande. Qualsiasi sia la ragione del suo dimagrimento non è affare di nessuno, qualsiasi cosa lei desideri fare con il suo corpo non è affare di nessuno e, se davvero siamo di fronte a una situazione patologica, non si può che augurarle il meglio e sperare che abbia intorno le persone giuste.
E, al contempo, il corpo di Ariana Grande è un corpo pubblico.
Questo non vuol dire che il suo corpo appartenga al suo pubblico o che il pubblico abbia qualche diritto su di esso.
Significa semplicemente che il suo corpo possiede una dimensione pubblica considerevole, laddove invece, la dimensione pubblica dei corpi della maggior parte delle persone “ordinarie” è sconfinatamente più ridotta e, quindi, meno potente nel veicolare modelli culturali.

Corpi pubblici e canone: una strada possibile

Il corpo di Ariana Grande, oltre ad essere il suo corpo, è quindi anche un dispositivo simbolico e pubblico attraverso cui certe logiche culturali -primi fra tutti i canoni estetici- possono essere amplificate, imitate o delegittimate.
E in questo processo, sia chiaro, Ariana Grande non ha alcuna responsabilità: non è tenuta a risponderne o a modificarsi in alcun modo per volere del pubblico.
Anche perché la popstar in questione non sta provando attivamente a venderci nulla.
Si tratta purtroppo di un effetto collaterale di una fama di proporzioni mastodontiche come la sua.
Se, tuttavia, nessuno mettesse in evidenza che la magrezza eccessiva della postar non è sinonimo di salute o, peggio ancora, criterio di desiderabilità, il rischio sarebbe che per milioni e milioni di persone il suo corpo andrebbe a rafforzare l’idea che l’attuale ossessione per la magrezza sia cosa buona e giusta.
Al contrario però, prendersela con Ariana Grande, un individuo che giustamente protegge la sua privacy e la sua sanità mentale come può, è semplicemente inaccettabile.

É quindi nel delicato equilibrio tra analisi rigorosa dei modelli culturali e rispetto per il prossimo che si gioca la partita per provare a scongiurare che l’attuale ossessione magrezza degeneri e s’imponga come norma senza alternative della nostra epoca.


Michela Solitro
Michela Solitrohttps://www.sistemacritico.it
Sono nata durante un gelido inverno e forse per questo ho sempre le mani fredde. Quando non scrivo, leggo e quando non leggo, guardo film. In ogni caso, bevo troppi caffè e mi dimentico di annaffiare le piante.

Latest articles

Piattaforma di gestione del consenso di Real Cookie Banner