martedì, 21 Aprile 2026

Il sole crolla, l’ombra canta. Seguire il sentiero di Massimo Silverio

Dov’è che il sole crolla? Il Surtùm tour di Massimo Silverio è in corso e siamo disposti a seguire la sua lunghissima ombra.

Silverio scrive, canta e illumina il carnico. Ha pubblicato due album, Hrudja (2023) e Surtùm (2025). Entrambi, anche se in diverso modo, in collaborazione con Nicolas Remondino (percussioni) e Manuel Volpe (produzione e sintetizzatore.) Il secondo album è fiorito anche con Mirko Cisilino (corno e tuba), Flavia Massimo (violoncello/elettronica), Benedetta Fabbri (violino) e Martin Mayers (corno delle Alpi). Ma questa introduzione non ci basta.

Live Baumhaus Bologna – 7 novembre 2025 – foto di Margherita Caprilli

Vieni qui alla sorgente 

La fiamma della candela è portata come un simulacro dal poeta Gorchakov in Nostalghia. Rimane accesa e cammina tra le rovine, la sorgente prosciugata, la materia tutta intorno. Le sacre mura sono decadute, il poeta è solo, la natura assorbe la sua luce. 

Ed è da questo filamento brillante che tutto il luogo di Nostalghia si accende. Lo spettatore non vede più un cammino tra le mura scure, ma la dichiarazione di esistenza e resistenza della fiamma della sua candela. 

Questa foto l’ho scattata con il telefono e tra tante persone. Mi ricorda le icone per le Madonne. – Live Baumahus Bologna, 7 novembre 2025.

Massimo Silverio l’ho visto sul palco con intorno i fari delle icone per le Madonne. L’accostamento delle luci e l’invocazione del brano di Jevâ, tratto dal primo album Hrudja, in qualche modo ha reso la sua esibizione qualcosa che si erge e brucia. Una Giovanna d’arco dreyana alla Baumhaus di Bologna.

Se Jevâ, in particolare, rimanda alla reale immagine del rito di un rombo tra le fiamme per la previsione del prossimo raccolto (come reso visibile nel video iconico di Jevâ impossibile da non menzionare), l’autore friulano si pone oltre a questo universo simbolico. Accende ed estende la fiamma per tutto il racconto dei suoi canti e per illuminare tutto ciò che il carnico, lingua che sorge tra le Alpi Carniche, riserva per i suoi luoghi. E non si può fuggire da tutto ciò che attraverso la sua fiamma permette a qualcosa di esistere (e resistere).

Silverio si sposta dal Friuli e permette alla lingua di rendersi visibile in un modo personalissimo. Intimistico, corale, legato al suono delle cose, delle cose del cuore della Carnia e attraverso una rinnovata proposta musicale. 

A novembre 2025, nello spazio di Baumhaus, con apertura di Agenda dei Buoni Propositi, ha svelato il segreto delle percussioni di Nicolas Remondino e il synth elaborato da Manuel Volpe: un incantesimo attraverso la triade. Già in ottobre 2025, al Centro Sperimentale AngelicA (Bologna) nella chiesa sconsacrata luminosissima di luce blu, dopo la chitarra elettrica e il live electronics di Simone Grande, Silverio si è presentato con voce, violoncello, gusla insieme a Vieri Cervelli Montel (voce chitarra acustica baritona) Nicolas Remondino (voce, tamburi, campionatore) e Matteo Rizzo per il suono delle cose. E il suono delle cose del cuore del Friuli si è esteso ad altri immaginari sonori.

Live Baumhaus Bologna – 7 novembre 2025 – foto di Margherita Caprilli

Il tour Sùrtum 2026 è un rito corale, un percorso dentro a un bosco magico, una partecipazione comunitaria. La proposta poetica del friulano, gli oggetti che partecipano al suo suono, la musica elettronica seguace della scia di Remondino e i chiaroscuri che illuminano la triade permettono l’accesso a un ampio spettro di uditori. Anche lontani dal friulano, anche un po’ underground, anche lì senza preavviso. E di questo realismo magico ho voluto parlarne con Silverio.

Conversazione con Massimo Silverio sul realismo magico della sua scatola sonora

Dal rifugio all’underground

Tra i luoghi in cui hai cantato, ci sono spazi insoliti; sembra quasi che possano ricreare la stessa architettura archetipica della Carnia o meglio, di un luogo predisposto a un suono sacro. Tra questi, risulta uno studio di registrazione tra l’Alto Piano di Asiago e le Dolomiti, Il Baito. Studio che si presenta con stufetta, grappa e tanto caldo. Comunque non meno interessante della spiaggia: all’alba del Festival Sopravènto hai suonato nella sassonia sul mare, nelle Marche. Per poi aggiungere l’antico complesso monastico ora teatro quale l’ex chiesa di San Leonardo dell’AngelicA – Centro di Ricerca Musicale (Bologna). Anche se più lontano da un rifugio o una chiesa, hai sperimentato anche una registrazione all’editore e media indipendente di Radio Raheem di Milano. Dal rifugio all’underground! Non so se sono coincidenze, ma immagino la tua figura cantare sia in un riparo incontaminato, che tra mura ancestrali e un po’ sotterranee. Mi viene in mente per te anche l’Abbazia a cielo aperto di San Galgano, sempre presente in Nostalghia. In quali altri luoghi porterai il tuo realismo magico? 

Massimo Silverio: in questo senso, le estati regalano sempre una varietà di meravigliosi luoghi dove è possibile assistere a concerti, soprattutto qui in Italia. Dalle corti e giardini privati di paesi e città che si aprono occasionalmente al pubblico, alle rassegne in borghi sperduti e dimenticati raggiungibili solo a piedi o tra antiche rovine che si fanno brulicanti; dai festival itineranti nei teatri naturali delle montagne, fino ai concerti in riva ai fiumi, ai laghi, al mare.
C’è un mondo che si apre, una chiamata al ritorno, la volontà di presenza in aree nella quale la nostra figura tace le sue usanze da ormai tantissimo tempo. Sembra quasi una forma di rituale che si ripete senza sforzo, ma generalmente privo di cognizione di causa.
Nonostante la gratitudine e l’innegabile fortuna nell’ aver lusso e possibilità di poter suonare le mie canzoni anche in luoghi naturali come alcuni di quelli sopracitati, talvolta mi chiedo quanto possa essere voluto dal circostante questo nostro ritorno. Per quante decisioni sostenibili possano essere prese in merito, vedrò sempre il produrre canti e suoni in un impianto di amplificazione come un’imposizione.
Riflessioni personali a parte, c’è tanto di bello che avviene o si dimostra grazie alle realtà che operano in questa direzione, come il ripopolamento, la sensibilizzazione ed il valore e la sacralità di determinati Dove.
Fa stare bene passare del tempo in armonia con la natura e la comunità, fa bene che gli spazi chiusi vengano aperti e regalino nuove prospettive ai cuori delle persone, fa bene sapere che il dimenticato non si dissolva subito nell’ombra.
D’altra parte, i concerti nei luoghi ideati per questo condividere come i club e i teatri, sono carichi di una potente energia stratificata notte dopo notte, canzone dopo canzone, testimoni di un costante contatto, di un passaggio, di uno scambio. Essere reduci da una intensa prima parte di tour “al chiuso”, mi fa ancora sentire addosso tutta l’esperienza accumulata in quegli spazi.
Chissà dove mi porterà il futuro, talvolta sento una grande voglia di cantare negli angoli più inusuali possibile di questo mondo, ma allo stesso tempo non vorrei mai rovinare il silenzio o la bellissima melodia che già li abita.
Sarò semplicemente grato ogni volta che saprò di essere arrivato nel cuore di qualcuno, questo mi sembra il più bel luogo dove portare qualcosa.

a Radio Raheem

Ho sognato Silverio in una pellicola in bianco e nero

A proposito di luoghi, il tuo primo album Hrudja (2023), Okumproduzioni presenta la tua figura con dietro una roccia.

Foto Hrudja a cura di Riccardo Carpanese e grafica di Vieri Cervelli Montel

La prefazione di Conversazione in Sicilia attribuisce alla narrazione dell’autore Vittorini un immaginario possibile solo se in bianco e nero. In parte per evocare istanze mitiche, in parte per risaltare la portata simbolica data dal contrasto visivo. Ho pensato questo anche per l’immagine del tuo primo LP: il chiaroscuro come significante

Lo stesso accade nel video di Jevâ, a cura del regista e documentarista Giulio Squarci: in bianco e nero sono anche le fiamme del rito de La Femenate. Ripercorrendo le foto dei tuoi concerti, non esiste il bianco e nero ma si avvicina. 

Mê torgula vita mara / Gugjiada in ombra / Tra cûr e tomba / Cjanta cun me, cjanta la torba / La rušpa cragna ta tô peraula / Ca bruža l’Ešpui / Ca clopa il Nuja / Sora carognas tra flôrs e gilugna / Cola il soreli, cjanta l’ombrena / Mûr la fališcjia ta šcura peraula / Mia torbida vita amara

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Cucita in ombra / Tra cuore e tomba / Canta con me, canta la torba / L’aspra sporcizia nella tua parola. / Qui brucia il vespro / Qui si attarda il nulla / Al di sopra di carogne, fiori e brina / Il sole crolla, l’ombra canta / Muore la scintilla nella nera parola. (Prin, Sùrtum)

Ascoltando i tuoi testi di Hrudja immagino visioni senza colori. La tua musica è una pellicola in bianco e nero?

Massimo: c’è, nel nostro rapporto con il bianco e nero, qualcosa che risiede sul piano del mito, dell’antico e del remoto. Forse perché tutto ciò che è lontano nel tempo ci pare stinto, spogliato di ogni colore.
Il video di Jevâ, ad esempio, è qualcosa che esiste oltre la musica, oltre le mie parole ed il loro contenuto. Io e Giulio Squarci ci siamo conosciuti provando senza forzature a incastrare i nostri rispettivi operati; io avevo scritto di getto Jeva e a lui tornarono alla mente le immagini in questione su questo antichissimo rito del rogo della Femenate. Erano state girate per diventare un documentario, destinate ad accompagnare un verbo.
Jeva significa letteralmente svegliare, ergere, innalzare.
E’ un discorso atavico, come il dolore di una madre che vede il figlio partire dal proprio grembo, diventa gesto a erigere un canto dove (auspicabilmente) trovare risveglio e pace; erigere e incendiare la Femenate, anno dopo anno, di generazione in generazione per cercarvi l’epifania del Gennaio, le sorti dell’anno che sarà.
La visione di Giulio in questo parallelo e la scelta del bianco e nero sono conseguenze a una volontà di rendere intuibile quella sensazione, quel gesto, quel sigillo contenuto nella memoria, nella conservazione, nella cura, nell’amore. Se la memoria si chiude come una cicatrice dentro di noi, in essa esiste sia il bianco che il nero, vi abita lo stinto ma anche il ricordo stesso del colore. Forse questa traccia che tiene costantemente vivo un discorso nelle canzoni di Hrudja è ciò che ne ha, inevitabilmente, dato il colore al suo involucro.
In realtà, ogni singola canzone ed immagine dalla quale è derivata, è densamente viva di colori, e lo è sempre stata nella mia più intima idea. I paesaggi di Hrudja rimangono immagini impresse a pieni colori nella mia anima.
Anche in fase di registrazione ci siamo orientati verso quegli indizi cromatici evocati dal testo e dalla musica.
Guardandovi da qui ed ora, forse, si nota qualcosa che voleva celarsi, un sorta di pudore nel vestire completamente determinate tinte; oppure semplicemente il bisogno già espresso di orientare il proprio messaggio alla cura verso ciò che già è scomparso o che sta scomparendo, come ad esempio il carnico.

Jevâ, da Hrudja

La palude per altri spazi immaginifici

A proposito di chiaroscuro, nel tuo secondo album Surtùm (2025) i colori iniziano ad esistere, come l’oggetto della gerla nella sorgente in copertina. Eppure, nel video di Sorgâj, il bianco e nero riprende vigore: nella scena dello stelo secco della pianta di mais, ciò che resta dopo il raccolto, che si muove al vento sempre con la regia di Giulio Squarci.

A modo tuo proponi un manuale sussidiario dell’area storico-geografica della Carnia e del profondo Friuli. Dal linguaggio alla rielaborazione delle visioni che si creano con i tuoi testi. La traduzione dal carnico all’italiano è possibile recuperarla dai brani di Surtùm.  La narrazione apre un varco verso la tua memoria, la comunità e verso il non visibile che viene richiamato. In Zoja riprendi proprio il Mlaj o albero di maggio dei riti arborei celtici della zona Carinzia, in Avenâl richiami la stessa gerla della copertina, e parli di Surtùm e Cormanie, una palude che evoca in realtà altri spazi interiori del disco. 

Son crešûts i bošcs dal Surtùm /
Crešûts dai siei cjavei /
Ca laše a ogni prejere jei par /
Ducj i arbui crots.
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Dalla palude sono nati i boschi / Sono cresciuti dai suoi capelli / E ognuno è una sua preghiera / Pregata per tutti gli alberi morti. (Avenâl, Surtùm)

Surtùm mi ricorda i documentari di Franco Piavoli, Il pianeta azzurro (1982). La visione dell’acqua che scorre, i campi di spighe al vento, parla solo la distesa di natura, ma è assolutamente evocativa: come sa fare un documentario che ascolta solo il suono della terra. E come ha saputo ascoltare il suono della terra la trilogia della regia di Giulio Squarci con Jevâ, Nijò e Criure. Senti di poter documentare e riportare tutto ciò che riguarda la Carnia e la sua parte immaginifica? 

Surtùm, foto a cura di Riccardo Carpane. Nell’immagine è presente la gerla.

Massimo: si parla sempre e comunque di indagine, di ricerca.
Non è possibile perseguire l’ambizione di documentare tutto ciò che è l’immagine più sorgiva della Carnia, ma è invece possibile scolpire l’immagine soggettiva di questa terra attraverso il filtro della propria anima.
Ne Il pianeta azzurro di Piavoli da te citato viene mostrato un metodo alla fotografia (come anche nella Trilogia Qatsi di Godfrey Reggio, iniziata anch’essa nel 1982), un dialogo apparentemente frammentario che racchiude molte più verità di una spiegazione canonica.
Com’è proprio della poesia.
Data questa modalità, la quale detiene lo stesso carattere del ricordo, si può intendere l’importanza del simbolo per l’essere umano, il quale rivive le proprie esperienze attraverso frammenti di figure, vettori di frangenti che furono grembo di un contatto visibile/tangibile con la vita. E’ come se i frammenti immortalati nella filmografia di Piavoli esistessero già, indelebili, da qualche parte dentro noi. Rimandano agli attimi dove siamo stati testimoni della vita, l’abbiamo percepita mentre lo sguardo si smarriva nel dettaglio di un dettaglio, dentro l’ombra delle cose o in una prospettiva diversa contenuta nel quotidiano.
Per tutta la mia, di esperienza, mi sono sempre orientato ed alimentato tramite il sentire, attraverso la percezione del mondo che mi circonda grazie a questi brevissimi e talvolta rari momenti di incomprensibile comprensione.
Se guardo alla memoria riconosco che la permanenza è emblema, fotografia che incornicia fortissime sensazioni. Spesso è capitato di intuire qualcosa di altro, insito nei luoghi stessi, come uno strato composto forse da tutta una storia di lasciti depositati lungo i secoli da chissà quante anime. Il simbolo della Carnia, il suo stemma, per la mia personale visione, abita in questo strato. Una sorgente (Avenâl), una palude (Surtùm, o Cormanie ma anche Avenâs) coperta dalla brina (Gilugne), le punte degli abeti (Gimaâ dal Pec e da Dane, o il Gimiâl che è appunto l’unica parte che rimane nel Mlaj) nei boschi più ombrosi, il vento che scuote gli alti pascoli di montagna (Palons) e tu, che ti rendi partecipe di una comprensione più ampia, percependo per il tuo più profondo essere la sincera necessità di trovarti in mezzo a questo vasto prato, di sentirti come uno stelo d’erba, di essere acqua che sgorga, che ristagna, essere monumentale come l’albero.
In quei momenti di presenza, anche tu depositi qualcosa. Diventi la Carnia.
Ma ancora l’intuizione, la logica nell’itinerario di un sentiero, il capire perché prende determinate curve, vie, foreste e crinali, concludendo un ragionamento nato in epoche in cui chi abitava queste vallate aveva una condivisione molto spirituale con la natura. Le case, gli stavoli, l’architettura, il retaggio di una comunità che ti insegna perché un paese sorge proprio in quella determinata posizione e in quel modo esatto, dopo essere stato osservato da varie angolazioni nello spazio e nel tempo da te, da loro, da chi sarà.
La parte immaginifica della Carnia, passando dalla lingua fino a tutta la sua cultura e senso, credo esista ormai solo all’interno di queste “piccole” illuminazioni.
Mi piacerebbe essere uno spettatore più attento, più immerso in questo scorrere e mi piacerebbe anche poter lavorare con il visivo, fermare qualcosa che possa essere trasportato come accade nei documentari e nel lavoro meraviglioso del mio amico Giulio.
Ad ora mi pare solo di trasportare nebbia con la gerla di mio nonno fotografata in copertina. Era stata magistralmente riparata con delle fascette in plastica nere e del fil di ferro.
Io ho solo disfatto l’opera per inseguire il mio smarrimento.

Quello che anche per Surtùm è comunità

Hrudja è la crosta creata dopo una ferita, il tuo primo LP in collaborazione con Manuel Volpe e Nicolas Remondino dà inizio alla tua fiaba, ma in un bosco ancora solitario. Da Šchena a Colâ, il suono rimane più lontano, distaccato, quasi una litania. Surtùm sembra rielaborare ciò che prima stava germogliando: un canto collettivo che ricerca i segreti del luogo, una voglia di renderlo una voce tra e per le persone. In che modo la comunità può partecipare al tuo canto? Può essere anche una forma di resistenza?

Massimo: Surtùm è un ragionamento intimo, un bisogno di aprirsi a ciò e chi è il circostante.
Nel cuore mi è sempre stato chiaro quanto sia opportuno contribuire a colmare l’enorme lacuna dei tempi odierni riguardo l’andare in profondità alle cose.
Un ragionamento che mi orienta con lo sguardo oltre l’estetica forzata e quasi obbligatoria ormai ampiamente e oggettivamente diffusa, con l’ esile speranza che mi muove nel tentativo di provare a scandagliare, nel mio piccolo, ogni cosa mi sia dato vivere.
Parlo ovviamente oltre la musica.
Porsi nei confronti della comunità come una proposta, qualcosa che mostri con palese ingenuità e senza nessuna pretesa una via alternativa, qualcosa che si spinga più a fondo in tutta questa inseguita trasparenza e annullamento. In tutto questo non guardare a fondo.
Hrudja parlava delle cause che hanno portato a questo ragionamento intimo.
Per quanto riguarda la comunità che mi è più vicina, ovvero quella carnica, la speranza è che ci siano moltissime più voci in futuro che vorranno cantare del nostro spirito, della nostra terra e delle nostre tradizioni. Decidere di cantare nella nostra lingua è una enorme presa di posizione in termini di resistenza, perché oltre a contribuire in piccola parte alla sua longevità, resistiamo nel nulla più totale e nella più totale indifferenza di tutto il resto d’Italia, che ancora lo chiama dialetto. Resistiamo al silenzio imbarazzante di una terra dove la musica non si fa più perché nessuno la supporta a dovere.
Ciò che sento essere fortemente in pericolo man mano che gli anni passano è proprio la nostra esistenza, il nostro suono.

SUN come suono

Sicuramente ti avranno già chiesto se hai legami con Lino Straulino, Mitili FLK, la nuova musica friulana o gnove musiche furlane (così coniata da Valter Colle) e tutta la loro genesi e realizzazione dagli anni 70 al 2000 (l’”Antologia de gnove musiche furlane SUNS” presenta più fasi della modernizzazione e rielaborazione del friulano come lingua in un sun, suono che si apre a uno spettro di più forme musicali con carattere di originalità).

Non voglio ripercorrere tutta la genealogia della canzone friulana che dagli anni 90 si propone come movimento plurale che spazia lungo tutti i generi musicali della contemporaneità. Vorrei capire dove sei tu tra la voglia di diffondere un nuovo folk revival e l’esigenza di adattarlo a più possibilità sonore. La lingua carnica, la sua elaborazione e il richiamo alla traduzione sono sicuramente dei valori aggiunti e insoliti: permettono anche di conciliare forme di resistenza con un’innovazione musicale che si pone oltre. Nei tuoi testi rendi possibile astrarre e allo stesso tempo custodire la villotta e l’immagine contadina, il rito della Femenate e l’universo di oggetti della Carnia. Permetti uno scambio della comunità dall’interno all’esterno. E’ pazzesco. Se tradurre implica tradire, senti che stai tradendo o rinnovando la nuova canzone friulana? 

Massimo: la Villotta, come ognuno dei pochi studiosi ancora rimasti e sopra citati potrà confermare, è una forma di canto spontaneo sopravvissuta in ampiezza fino a qualche decennio fa grazie all’incredibile versatilità di melodie e testi. Ogni paese aveva la propria versione di un canto che tante volte conteneva quasi le stesse parole e argomenti utilizzati nel paese dirimpettaio, ma che veniva piuttosto cantata sulla melodia di un altro canto. Questo è possibile perché la metrica delle villotte ha determinate forme comuni. In sostanza, nella sua veste specifica, ogni testo può essere cantato generalmente su ogni melodia tipologica.
Da bambino vissi l’enorme fortuna di poter ascoltare, come testimone nel contesto della vita di paese, alcune tra le ultime portatrici di questa forma di canto spontaneo. Se una volta durante le feste, le celebrazioni, ma anche nelle piazze, nei campi o nei pascoli durante il lavoro, si poteva ascoltare le donne più anziane cantare, oggi c’è solo tanto silenzio.
Parlo nel dettaglio del mio paese Cercivento, luogo che posso dire di conoscere a fondo nell’anima e nel tempo.
Comune argomento di ogni incontro con altri amici musicisti carnici è il come, in che modo far sì che l’Anima Della Carnia (anche titolo di una raccolta di canti documentati da Claudio Noliani per la Società Filologica Friulana negli anni sessanta) non venga consegnata così presto all’oblio. E’ possibile riportare la villotta nella comunità, ora che ha quasi del tutto smesso di essere tradizione?
Nella mia esperienza so di aver assimilato certi canti appunto durante l’infanzia e di aver assistito alla loro manifestazione mentre attraversavano con decisione il velo della mia anima. Jevâ è quasi interamente considerabile come villotta sia nella struttura che nell’argomento, ed è uscita di getto mentre vivevo la lontananza da casa, da una terra che sento Madre.
Stavo vivendo la spontaneità dopo essere partito per una ricerca senza fine, sentivo la mancanza, sentivo l’occulto legame con una terra, sentivo un forte bisogno di consolazione, di cantare per consolare la mia sofferenza.
Me ne andai per ricercare la musica e trovai un risveglio. Era sempre stata lì, da qualche parte scritta dentro di me?
Mi sono chiesto se questi canti fossero parte di uno spirito carnico, strumenti inconsci, sogni tramandati che emergono nei momenti chiave della nostra esistenza.
Attenersi al filologico con una tradizione che ha ormai terminato di essere tradizione, non pare essere la migliore ipotesi di vita, soprattutto per una realtà che ha sempre abitato nella forza della versatilità, nel sentimento. Se una realtà si rinnova nel giro di pochissimi anni, ora che tutto è senza sosta collegato e in comunicazione, bisogna accettarlo con presenza. Attenersi troppo al filologico non sarebbe genuino, sarebbe forzare un sentimento per adattarlo all’odierno. Se il modo è dato, scritto dentro noi o imparato nel tempo dall’esempio di tanti, bisogna lasciare che sbocci come sarà quando il tempo è giunto. Penso non esista tradimento verso la musica friulana, c’è solo bisogno di regalarle la nostra spontaneità più sincera. Essere noi stessi, qui ed ora, e cantare sempre per riempirsi e riempire cuori.


Inoltre, non posso non riprendere anche altre sperimentazioni nello scenario musicale contemporaneo che da una lingua di minoranza e rielaborata si aprono a una proposta musicale che trova eco in tutto il contesto europeo. Daniela Pes, Vieri Cervelli Montel con A Diosa (non potho reposare) e sicuramente tantx altrx. Ti ritrovi in questa nuova cornice musicale?

Massimo: mi ritrovo nelle mie scelte e nella mia esigenza di avere un contatto diretto con quello che provo e come voglio comunicarlo. Credo siano tempi importanti per un collettivo risveglio, bisognerebbe far sì che il nostro essere sia presente e conscio sia del proprio punto di partenza che della meta raggiunta. C’è bisogno di abitare la propria identità, e forse tante persone stanno iniziando a sentire questo bisogno nel proprio esprimersi.
Data la mia vita ai margini, non mi sono mai sentito parte di qualcosa, soprattutto in termini di quello che la critica definisce scena musicale.

Linea intera, linea spezzata

Immagine – simbolo – verbo. Così viene descritta la regia di Giulio Squarci nell’interpretazione dei tuoi brani. La portata simbolica delle immagini del video corrisponde esattamente anche alla forza evocativa degli accostamenti di parole friulane che proponi nei testi. Si pone oltre a un’analisi filologica tecnica della linguistica friulana per aprirsi allo spazio incatturabile della poesia. 

Là ogni tor l’è braida / Dal to Grim  / Tal to Grim / Tu pandinus, tu / Sui palons batûts di lûš / Como primulas d’atòm / O gleria štrenta in secja / Ador dal grim / Di âga in fin /  Gleiža e grim / Nampli Frut / Çondar di flums / Torna chi

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Là, nel suo vestito, ogni paese è terra /Del tuo Grembo / Nel tuo Grembo /
Quindi versaci / Sulle cime raschiate dalla luce / Come fiori d’autunno /
O come un greto arido / Stretto al grembo / Di tutta l’acqua che scompare /
Tempio e Grembo / Pura goccia / Svuotata di fiumi
/Torna qui, torna. (Grim, Sùrtum)

Torna qui, torna. Franco Loi cantava in lombardo l’Amur del temp, poesie per catturare l’aria. La spinta immaginifica dei tuoi testi permette la realizzazione di quella che Bachelard definisce la poetica della rêverie, la virtù di saper creare immagini. In questo caso, con l’ausilio di tutti i sensi. Le percussioni, i synth, il violoncello, il corno e tanti altri strumenti che vorrei me ne parlassi tu. Una poesia illustrata e cantata, quasi documentaristica per i richiami precisi al luogo e alle tradizioni a cui esso è legato. Ritieni di fare poesia in modo personalissimo? 

Massimo: la poesia è per me qualcosa di profondamente sacro, un linguaggio che nella sua effige è capace di contenere delle verità inderogabili, non raggiungibili altrimenti.
So che non sono e mai sarò all’altezza di qualcosa di così enorme.
La poesia è sempre stata presente nella mia vita, certo, ma fare poesia significa tutt’altro. Sicuramente è una forma verso la quale tendo, che grazie alla sua componente più simbolica permette di arrivare a una più profonda comprensione dell’arcano della vita.
Pasolini riteneva il friulano perfetto per la poesia, in quanto privo di retorica e denso di un carattere terreno e diretto. Il Carnico possiede una potenza ancora più ruvida e antica, talvolta pare il suono di una montagna che si sgretola.
C’è una tendenza attiva a semplificare questa lingua minoritaria come pura manifestazione vernacolare da sagra e osteria, incapace e inadatta quindi per i piani più alti della metafisica e del mondo legato ai sentimenti e allo spirito. Nelle scuole non lo insegnano, tanti genitori non lo tramandano. Per certi versi, ritengo che la Carnia, la sua lingua e tutta questa nostra cultura e spiritualità, siano placidamente misteriose. Pare impossibile ormai tracciare il profilo chiaro di una popolazione e la sua anima. Ogni approccio di questo tipo porta con sé una patina che sa di nuovo, fresco, appunto perché la comunità ha smesso da tempo di valorizzare la propria identità.
Ho parlato molto altrove di quanto il timbro e la melodia di questa lingua siano per me nutrimento, di quanto sia aerea e non solo dura e concreta. Io mi limito a mettere insieme parole per dare un senso a ciò che provo per poi poterle cantare fuori da me.
Nel suono, nel loro più interno significato c’è la vera poesia.

La perfetta scatola sonora

Ogni tanto suoni il violoncello. Al Centro di Ricerca Musicale AngelicA e nella recente rielaborazione cameristica di Cervo di Vieri Cervelli Montel lo hai ripreso. E anche gli strumenti di cui ti circondi cambiano. Dalle percussioni ai synth, fino al violino e corno, aggiunti nel secondo album. Come vorresti che sia la prossima scatola sonora in cui collabori o che accompagna il tuo canto?

Massimo: So che in questo momento vorrei lavorare tantissimo con l’acustico, con i corpi degli strumenti e la loro voce. Ma si vedrà, in fondo è tutto in divenire.

Da sinistra Manuel Volpe, Nicholas Remondino e Massimo Silverio, foto a cura di Giovanni Zonta

Massimo Silverio traccia un sentiero luminoso che avanza e resiste tra le Alpi carniche e la nuova scena sperimentale contemporanea. La fiamma della candela riprende e diffonde la comunità, il bosco, lo spazio di cui parlano i testi e le persone che sono parte di questa luce. E parte di questa fiamma sono anche coloro che, non conoscendo il suo canto, si sono avvicinati per la prima volta. Entrando, così, in tutto il suo realismo magico.

  

Francesca Vannini
Francesca Vannini
Quando sono felice esco e rimando l'articolo al giorno dopo. Scrivo di poesia ma ho il terrore dei reading poetici. Utilizzo Letterboxd ma non sono cinefila. Amo la musica dal vivo ma arrivo sempre in ritardo. Attiva per i diritti umani: e qui non c'è nulla di divertente.

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