Il 20 ottobre 2025, con la caduta di El-Fashar nelle mani delle milizie RSF, i media internazionali hanno riscoperto la guerra in Sudan. La crisi è scoppiata nel 2023, con radici molto più antiche e quasi subito viene dimenticata. El Fasher era l’ultima città del Darfur ancora sotto il controllo dell’esercito sudanese (SAF), in una guerra civile che vede contrapposte le Sudanese Armed Forces (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF). Ma l’attenzione collettiva alla questione è durata poco, il Sudan è tornato nell’ombra, vittima dell’indifferenza, di nuovo.
Le radici storiche del conflitto
Il Sudan rappresenta un classico esempio di stato post-coloniale dove ristrette élite si contendono potere politico, economico e territoriale, intrecciando dinamiche etniche e religiose in un conflitto che dura da decenni.
Nel 1956, dopo la fine del dominio anglo-egiziano, nasce il Sudan unito sotto il controllo di un’élite araba e musulmana. Questa maggioranza ha da sempre marginalizzato le tribù africane musulmane non arabe del Darfur e le minoranze cristiane del sud. Da quel momento, la storia del Sudan è stata segnata da guerre civili tra il nord islamizzato e arabo, con il governo di Khartoum, e il Sud cristiano/animista, rappresentato dall’SPLM/A. Il colpo di stato militare di Omar al-Bashir nel 1989, creò un governo centralizzato e caratterizzato da violenze nei confronti delle minoranze etniche. Le continue guerre civili tra potere centrale e sud cesseranno nel 2011 con un referendum che ha sancito la nascita del Sud Sudan.
La guerra in Darfur
Parallelamente, dal 2003 in Darfur si combatte una guerra brutale. Nella prima fase del conflitto, il Movimento per la Liberazione del Sudan (MLS/SLM), guidò gli attacchi contro il governo per denunciare l’emarginazione delle popolazioni locali e chiedere maggiore giustizia politica e inclusione sociale. Successivamente la contrapposizione tra il MLS e le milizie Janjaweed, nate sotto al-Bashir (successivamente diventate RSF) e armate dal governo centrale di Khartoum per reprimere le popolazioni non arabe locali, accusate di sostenere insurrezioni e creare disordini. Il conflitto si è contraddistinto per violenze inaudite: uccisioni di massa, stupri sistematici, incendi di villaggi e pulizia etnica.
Tra il 2005 e il 2011, l’intervento delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, attraverso la missione congiunta UNAMID, ha solo parzialmente contenuto le violenze, non riuscendo a ricomporre le fratture tra ribelli e il governo centrale. Gli accordi di pace sono falliti ripetutamente. Il periodo tra il 2011 e il 2019 è considerato una fase di transizione, in cui le violenze sono diminuite ma non cessate.
Dal governo di transizione alla guerra totale
Nel 2019, in tutto il paese si diffondono proteste contro il dittatore al-Bashir appoggiate dall’alleanza tra le RSF e le SAF, che portano alla caduta del regime. Il governo di transizione guidato da Hamdok ha promosso un dialogo con i gruppi ribelli, culminato nell’accordo di Juba del 2020. Tuttavia, l’accordo si è rivelato fragile, incapace di includere tutte le fazioni. Durante questo governo di Hamdok si è formato il Consiglio Sovrano, nonché organo militare di comando, in un’ambiente di crescente instabilità per il controllo delle risorse e del potere politico.
Nel 2021 un colpo di stato militare guidato dalle due milizie (RSF e SAF) ha interrotto bruscamente la transizione democratica, sfociando nel caos. Nel 2023 la tensione è esplosa in una guerra aperta tra l’esercito regolare sudanese (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF).
Nonostante l’obiettivo iniziale del conflitto fosse quello del controllo politico e territoriale, la guerriglia si è trasformata in abuso e oppressione contro la popolazione civile.
Nel Darfur, le RSF hanno attuato vere e proprie strategie di pulizia etnica contro le comunità non arabe accusate di sostenere le fazioni rivali. I massacri a Geneina nel 2023 sono un esempio straziante della violenza sistemica da parte delle RSF. Hanno causato 15.000 morti; mentre a El-Fasher si sono verificati stupri e deportazioni di massa. Nel 2025, continuando in questo modo, le RSF hanno conquistato l’intero Darfur.
La crisi umanitaria più grave al mondo
I numeri parlano chiaro: oltre 150.000 morti dal 2023, 10 milioni di sfollati, 25 milioni di persone in emergenza alimentare. Gli esodi di massa verso il Ciad e altri paesi confinanti hanno aggravato il rischio di carestie, epidemie e ulteriore pulizia etnica. È la più grave crisi umanitaria al mondo, secondo l’ONU e altre fonti internazionali.
Dopo la conquista di El-Fasher, le RSF stanno cercando di espandere il controllo territoriale verso il Kordofan, corridoio strategico verso la capitale Khartoum. Dunque la caduta di El-Fasher non ha rallentato il conflitto, ma ha frammentato ulteriormente il potere centrale, allargando il fronte.
Immagini satellitari documentano i massacri
Su internet circolano le immagini satellitari nella zona vicino alla città di Kumia (adesso oscurate da Google Maps), situata al confine tra Darfur, Nord Kordofan e regione del Sah. Mostrano corpi e tracce di sangue. Dopo la conquista di El-Fasher, le RSF hanno spostato le operazioni militari in quest’area, lasciando centinaia di corpi nei campi e ai margini delle strade, spesso senza sepoltura. Secondo recenti rapporti di analisi satellitare della Yale University, le RSF stanno cercando di occupare le prove trasportando i corpi con camion al di fuori delle aree urbane o verso zone strategiche come Suakin, città con lo sbocco sul mar Rosso. Il porto rappresenta un punto di transito essenziale per traffici illeciti, spostamenti dei cadaveri, rapide vie di fuga e collegamento con reti di traffico di armi e oro.

Foto comparative di un’area di El Fasher, nel Nord Darfur, che mostrano la distruzione di proprietà civili dovuta alla guerra civile in corso, come riportato nel Situation Report del Sudan Conflict Observatory “Impact on Civilians from Fighting in El Fasher, North Darfur, May 9–27, 2024″ (fonte: George Mason University, Carter School for Peace and Conflict Resolution)

Tutto ciò è amplificato dall’impossibilità per ONG, Nazioni Unite e organizzazioni internazionali di intervenire per rimuovere i corpi e portare aiuti umanitari. Sia SAF che RSF ostacolano deliberatamente l’accesso umanitario, negando l’attraversamento dei confini. Nonostante questi blocchi rappresentino una palese violazione delle Convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale umanitario (articolo 56 del DIU), che impone alle parti di garantire accesso rapido ai soccorsi, nessuna delle due fazioni si limita, perpetuando crimini di guerra.
Il paradosso del diritto internazionale
La situazione dal punto di vista giuridico è complessa. Sebbene gli obblighi del DIU, l’ONU si appella al principio di sovranità nazionale (risoluzione 46/182, Carta delle Nazioni Unite), che permette al governo sudanese di autorizzare o negare l’accesso agli aiuti. Il problema è che in Sudan non esiste più un governo formale riconosciuto: il potere è frammentato tra il governo tradizionale di al-Burhan a capo del SAF, che ha perso il controllo su gran parte del territorio, e le RSF, non riconosciute dalla comunità internazionale. Questo impedisce un dialogo effettivo e obbliga ONG e Nazioni Unite a negoziare direttamente con i signori della guerra locali, senza alcuna garanzia.
Interessi internazionali e flussi di denaro
In questo scenario già complesso si inseriscono attori e potenze esterne che sostengono fazioni opposte per motivi geo-strategici, economici e politici.
Gli Emirati Arabi Uniti sono il principale sponsor delle RSF, fornendo armi, droni cinesi, mercenari colombiani e finanziamenti. L’interesse è legato al controllo dell’oro del Sudan, uno dei principali produttori africani, all’influenza geopolitica sul Mar Rosso e allo scambio di aiuti militari per la guerra in Yemen contro gli Houthi.
La Cina, pur non alimentando direttamente il conflitto, mantiene un atteggiamento apparentemente neutrale, sfruttando il “soft power” per avere un’influenza indiretta tramite canali commerciali per la fornitura di armi e infrastrutture grazie ad alleati regionali.
Egitto, Turchia e Qatar sostengono l’esercito regolare SAF: il primo per mantenere la stabilità al confine meridionale e tutelare il Nilo, gli altri per conservare influenza regionale nel Corno d’Africa in funzione anti-Emirati.
La Russia gioca un ruolo fondamentale e ambiguo. Da un lato fornisce armi e addestra le truppe SAF, dall’altro tratta e commercia con le RSF tramite attori parastatali come il gruppo Wagner (ora Africa Corps) in cambio dell’oro del Darfur. Mosca persegue un doppio gioco strategico per ottenere influenza sul Mar Rosso e aumentare la presenza militare in Africa.
Dal 2024 anche l’Iran è tornato sulla scena, fornendo armi e addestramento alle truppe SAF per aumentare la propria influenza e contrastare la Turchia.
Stati Uniti, Unione Europea e Arabia Saudita agiscono attraverso mediazione diplomatica e pressioni per soluzioni politiche e umanitarie, ma i loro sforzi restano insufficienti di fronte alla frammentazione interna sudanese e agli interessi divergenti degli attori regionali.
Una guerra economica parallela
Nonostante le ripetute richieste dell’ONU per il cessate il fuoco, la situazione non cambia per la mancanza di una vera forza di protezione internazionale e di iniziative diplomatiche concrete.
La dichiarazione degli ultimi giorni dei ribelli RSF di voler accettare i termini di un cessate il fuoco proposto da USA, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita è seguita dal silenzio delle milizie SAF. Tutto ciò lascia intendere quanto sia fragile e illusorio il prospetto di una soluzione pacifica.
Il quadro sudanese resta dunque estremamente complesso e disilluso. Siamo di fronte a una conflitto logorante, di cui la popolazione locale resta vittima e che si alimenta di interessi geopolitici, economici e poteri opachi. Solo un intervento multilaterale deciso, volontà di mediazione da parte della comunità internazionale e consapevolezza globale potranno imprimere una svolta a questa crisi senza tregua.
