Anatomia del mostruoso: Dracula, Nosferatu e Frankestein

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“L’invenzione non è una creazione dal nulla, bensì dal caos.”

Nel gelo sferzante di una notte oscura, negli anfratti nascosti alla vista, si annida il timore di volti grotteschi, di mani invisibili che ci agguantano alla gola, del lento gocciare di sangue caldo su un manto nevoso. Così prende i natali il genere gotico, ombra del Rinascimento e risposta emotiva del l’Illuminismo, tra gli ululati di venti di contrasti. É un linguaggio dell’anima, grammatica di paure collettive.

Benché sia il Castello di Otranto di Horace Walpole (1764) a ricevere il titolo di precursore del genere, sono le mani di Mary Shelley e Bram Stoker che ne hanno plasmato il nucleo bruciante. Dracula e Frankestein dialogano con le nostre fibre umane più esposte: desiderio e tracotanza. Intuiamo in questi un riflesso socio-antropologico dell’uomo moderno: la scienza che si fa hybris, lo smarrimento identitario, l’erotismo che si accompagna all’osceno e il timore più profondo legato alla coscienza dell’anima.

Un filo di angosce tanto attuali da snodarsi fino alla nostra contemporaneità e non stupisce, dunque, che nel biennio 2024–2025 il cinema sia tornato a ricercare queste figure come nuove metafore dell’odierno, volendo, con una forte attenzione estetica, sviscerare dai mostri gotici quella polpa di pura fragilità che siamo noi esseri umani. É il ritorno etimologico del monstrum latino: un creatura meravigliosa.

“Sazierò la mia ardente curiosità contemplando una parte del mondo mai prima visitata.”

É Robert Eggers, regista intrigante già dal suo incredibile esordio con la pellicola orrorifica The Witch (2015), il primo a crogiolarsi nella culla gotica con il suo Nosferatu. La pellicola, rivisitazione dell’originaria opera diretto da Murnau nel 1922, si distingue per la cura maniacale del dettaglio e un’estetica che mescola espressionismo e realismo crudo. Il film ha debuttato a Berlino raccogliendo consensi critici e un notevole riscontro al botteghino. L’opera di Eggers viene architettata sull’aspetto della tensione visiva: inquadrature che indugiano sulle superfici, il buio che diventa texture, una fisicità della paura che riporta a un orrore più primigenio. 

Nel 2025 Luc Besson firma una riscrittura romantica di Dracula, intitolata Dracula: A Love Tale, che sposta l’accento sulla dimensione più umana del celebre vampiro, riprendendo l’encomiabile lavoro di Coppola in Dracula di Bram Stoker. Il film (lingua inglese, produzione francese) utilizza la struttura del melodramma gotico, cercando di recuperare il fascino tragico del conte.

Nello stesso anno Guillermo del Toro presenta il suo Frankenstein con un incredibile ingegno nella strutturazione fisica della creatura ( abilità coltivata grazie a precedenti lavori come il Labirinto del Fauno). Del Toro consegna al pubblico una tragedia umana, spezzata nella narrazione alternando la voce di creatore e creatura, con una tecnica operistica che suscita in chi osserva un profondo senso di materna protezione.

“Io sono un appetito, niente di più”

Ciò che accomuna queste rivisitazioni è un’insistenza sulla bellezza formale: Eggers progetta immagini che paiono incisioni nel buio; Besson orchestra un dramma d’amore gotico; del Toro costruisce un opera visiva, di carne e metallo.

In ciascun caso il regista riprende elementi classici — l’isolamento, l’ossessione, l’alterità — e li traduce in un linguaggio cinematografico contemporaneo, dove la temperatura del colore, il suono e il montaggio sostituiscono, spesso con metodi vincenti, l’orrore verbale dei romanzi originali. I vantaggi sono evidenti: i classici attraggono pubblico, permettono al cinema di sperimentare e offrono lo spunto per riflessioni culturali attuali. Il lavoro artigianale su immagini e suono riporta il gusto del cinema come esperienza sensoriale facendoci percepire il gotico come sostanza viva.

Ma i limiti emergono nettamente quando questi film aspirano a sostituire lo slancio originale dei testi. I romanzi di Mary Shelley e Bram Stoker, così come il primo Nosferatu muto, posseggono una carica narrativa che non si esaurisce nella mera costruzione di immagini: è una tensione etica e concettuale, che si articola nella sfida alla scienza, nel senso del colpevole, nel perturbante, e trova nel linguaggio scritto una risonanza differente. Le trasposizioni contemporanee spesso ripiegano su una forma estetica così ricca da spettacolarizzare più che narrare.

“Il vampiro continua a vivere e non può morire”

Nella compiutezza estetica si avverte una tristezza sottile, l’incapacità di restituire quel trasporto che fecero dei romanzi gotici scuotitori di anime. Dove la pagina offre introspezione lo schermo presenta un’icona definitiva. Le voci di Besson ed Eaggers sono tiepide, visivamente efficaci ma nella metamorfosi dello spettacolo sottraggono al mostro la sua qualità sovversiva: lo rendono perfetto. La figura di Dracula é stata dissezionata al punto da risultare oramai troppo frammentata. L’insistenza sull’umana fragilità del conte finisce per apparire artificiosa.

L’ombra di Nosferatu si articola magnificamente nello scenario cupo dei boschi della Transilvania ma perde efficacia nella sua forma fisica, troppo dettagliata; il design di Murnau, ben più semplice e patetico, risultava evocatore di un terrore paralizzante nel gioco di inquadrature tagliate. Del Toro, d’altra parte, riesce ad introdursi in un tessuto narrativo forse meno inflazionato, quello della creatura frankesteiniana. Il regista riesce con maestria a rappresentare lo smarrimento ingenuo del mostro, esponendo, strato per strato, la scheletro fisico e emotivo di un essere incastrato tra due mondi: quello dei vivi e quello dei morti. La pellicola riesce a proiettare un senso di dolce tenerezza racchiusa nel volto della creatura in beatitudine di un raggio di sole che gli sfiora il suo mosaico di epidermide.

Queste pellicole restano, comunque, elegie visive del gotico che aprono nuove spiragli; basta però ricordare che il vero orrore dei classici non era solo l’immagine, ma la domanda che lasciavano sospesa nell’animo. E quella domanda forse ci manca.

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