sabato, 06 Dicembre 2025

A scuola di declino: l’invettiva (da destra) contro i manuali di storia

Stavo tranquillamente scrollando le notizie su Google quando mi sono imbattuto in una pagina di “Il Foglio”, intitolata la mentalità anticapitalista nei manuali scolastici: un’indagine”. Questo articolo in realtà non era altro che un estratto del libro “A scuola di declino”, edito da Liberilibri, che ho deciso di acquistare e leggere.

In questo articolo esporrò i punti di forza del libro ma ne evidenzierò anche i limiti; se vi interessa la storia e la storiografia vi consiglio anche un articolo del nostro sito su Elisabetta I e Maria, regina di Scozia.

Il libro e le tesi

Quello che gli autori di “A scuola di declino” (A. Atzeni, L.M. Bassani e C. Lottieri) sostengono è in sintesi che la scuola (e in particolare con i manuali di storia e filosofia attualmente in uso) instillerebbe nei giovani una mentalità anticapitalista “contraria alle più elementari libertà economiche” che per gli autori rappresenta “il più potente fattore di arretratezza del nostro paese”.

Demonizzerebbe, inoltre, tutto ciò che è privato e annebbierebbe le menti con fumi ideologici.

Per quanto riguarda l’ultimo punto, è significativo un passaggio dell’introduzione. Recita “Quale volume di storia pubblicato in questo paese non sorvola o minimizza i misfatti delle utopie criminali comuniste?”. Gli autori, però, non giustificano mai questa loro (forte) idea e, a dir la verità, non affrontano mai nel libro come sono trattati i regimi comunisti dai manuali scolastici. Sulla base di cosa, quindi, affermano ciò? Non è dato saperlo.

Viene invece analizzata la narrazione che nelle scuole si fa della rivoluzione industriale, della filosofia marxista e di temi di maggiore attualità come la globalizzazione e i cambiamenti climatici.

Una questione di metodo

Gli autori, nella loro analisi dei manuali di scuola, prendono ad esempio delle loro tesi, facendo una scelta particolare.

Ma va prima fatta una premessa: gli storici, i filologi, i filosofi e gli altri umanisti pubblicano le loro opere riempiendole di note che rimandano ad altri testi. Il lettore può così verificare l’informazione o controllare la citazione per contestualizzarla.

Questo fa sì che la tesi esposta sia verificabile e quindi scientifica; il concetto è sicuramente già noto ai lettori più avvezzi agli studi umanistici, ma è, invece, volutamente ignorato dagli autori del saggio in questione, che preferiscono ridurre la bibliografia a un breve elenco di testi alla fine del libro.

“A scuola di declino” non contiene segnalazioni sulle “fonti, né i nomi degli autori, né gli editori, né se si tratti di libri che rappresentano una percentuale minima o massima di adozioni”, insomma: tocca fidarsi!

La scelta è motivata dagli autori che la giustificano dicendo di non avere “alcuna intenzione censoria nei confronti di studiosi di un altro orientamento culturale”. Ma la censura consiste nel divieto da parte delle autorità, non ha nulla a che fare con le critiche e i dibattiti tra intellettuali che anzi possono essere interessanti e utili alla crescita intellettuale di un paese.

In ogni caso non si può dire che questo saggio abbia valore scientifico, in quanto non rispetta la prassi che lo renderebbe tale, ma va letto piuttosto come un pamphlet politico (o culturale, ma senza troppe pretese).

Nel merito delle critiche

“A scuola di declino” è diviso in tre parti che affrontano, rispettivamente, la rivoluzione industriale, la figura di Marx e i riferimenti all’attualità.

La prima parte verte sulla grande trasformazione dell’Europa e del mondo a partire dal 1800 e critica la narrazione che i manuali scolastici ne fanno.

Questi, secondo gli autori, la semplificano eccessivamente proponendo una sola prospettiva, ostile al progresso e nostalgica di una vita rurale idealizzata. Anche in questo capitolo numerose affermazioni non sono provate e, mentre gli autori presentano i manuali come libretti rossi, le citazioni che ne derivano sono molto più equilibrate di come le si vogliano far apparire.

Un tema fondamentale come la rivoluzione industriale e delle tesi almeno in parte condivisibili avrebbero però meritato spazio. Sono fin troppo poche le pagine dedicate all’industrializzazione mentre si usa una parte consistente del capitolo per criticare Marx, la vera ossessione di Azteni, Bassani e Lottieri.

E in fondo la critica a Marx è la parte più riuscita dell’opera, ad essa viene dedicata la seconda parte del libro ma per l’appunto anche diverse pagine della prima. Ho trovato molto stimolante la critica al materialismo storico e alle sue contraddizioni, ma è stupefacente l’uso di un linguaggio estremamente colorito e forse inopportuno. Basti pensare che si racconta una barzelletta (sic) per spiegare il filosofo di Treviri. Viene, invece, giustamente rimproverato un atteggiamento acritico nei confronti dei libri di storia e filosofia quando affrontano Marx e il tentativo di giustificare le teorie marxiane anche se ormai superate sia in campo economico che in campo filosofico.

Mi chiedo però: non è un problema che riguarda i manuali nel loro complesso? Non si mette su un piedistallo ogni filosofo affrontato da Platone a Popper? Non vorrei che si scambiasse per marxismo un eccessivo entusiasmo che i manuali di filosofia riservano a tutti i filosofi, anche se in aperta contraddizione tra loro.

La terza parte dell’opera affronta invece diverse questioni legate all’attualità, dall’ambientalismo al terzomondismo, passando per il politicamente corretto.

È senza dubbio il capitolo meno riuscito per diverse ragioni: più che un capitolo di saggistica, sembra un piccolo zibaldone di pensieri, nel quale regna la confusione e l’evidente ignoranza degli autori su certi temi.

Ci sono alcune affermazioni inspiegabili (mi chiedo se il testo non sia stato rivisto da un editor o come abbia acconsentito questo a mantenerle). In particolare a pagina 108 si dice che non c’è l’unanimità degli scienziati riguardo la crisi climatica, mentre nel periodo successivo (sic) che l’unanimità è “colpa di meccanismi di censura volti a reprimere le voci dissenzienti”. Ma non si era detto che l’unanimità non esisteva?

Conclusioni: ha senso leggere “A scuola di declino”?

Come avrete intuito, questo articolo non è un’apologia del libro. Ma non è neanche una condanna.

Infatti, nonostante i problemi che ho evidenziato, ha un grande merito: ha portato alla luce del pubblico il tema della didattica della storia.

I problemi che affronta il volume sono ricondotti all’ideologia marxista e gli autori arrivano a conclusioni che hanno poco a che fare con i testi veri e propri. Pur non condividendo le tesi del saggio, si può constatare che i manuali presentano vari problemi. Non si tratta solo dell’interpretazione storica che si decide di avallare (che non è mai neutra), ma di aggiornare i testi scolastici.

Uscendo dai temi presi in esame, riporto un ricordo personale. Un anno fa partecipai a un convegno di archeologia medievale; in quell’occasione diversi archeologi e relatori lamentavano che nei sussidiari l’archeologia venisse ancora presentata come una scienza ausiliaria della storia e ne rivendicavano invece l’autonomia. Sono in effetti decenni che l’archeologia ha acquisito autonomia e gli archeologi oggi hanno la stessa “dignità” degli storici nelle università e nelle accademie; nei sussidiari no.

Questo per dire che cosa? Semplicemente il taglio politico, che anche sistema critico dà ad alcuni articoli culturali, non sempre funziona. Spero però che questo libro, e questo articolo, diano visibilità al tema dell’insegnamento storico facendo riflettere insegnanti e studiosi su come la scuola dovrebbe rinnovare la didattica della storia.

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