venerdì, 18 Settembre 2026

“Migrazione ambientale”: la crisi climatica è in primis una crisi umanitaria

A fine Agosto una violentissima alluvione ha colpito alcune valli tra il Nepal e la regione cinese del Tibet, causando oltre 1300 vittime e, ad oggi, oltre 5000 dispersi. E’ ancora difficile comprendere l’entità compressiva del danno di quest’ultima catastrofe climatica per le popolazioni che abitavano ed abitano le valli coinvolte.

Questo evento climatico estremo conferma, ancora una volta, la gravità della situazione climatica e l’urgente bisogno di piani di adattamento, oltre che di contrasto, al cambiamento climatico. E’, infatti, inevitabile che le popolazioni delle valli sottostanti alla catena dell’Himalaya saranno costrette in un futuro non così lontano a migrare per adattarsi a fenomeni improvvisi e devastanti. Quello della migrazione ambientale è un tema che ci sembra ancora lontano nel tempo e/o nello spazio, forse perché diverso e meno tangibile dalle altre forme di migrazione. In realtà, è un fenomeno pienamente corso nelle aree del mondo più esposte al cambiamento climatico e che presto riguarderà anche il nostro Paese.

La “flash flood” tra Tibet e Nepal

Il 26 Agosto al confine tra la regione del Tibet e il Nepal si è verificata una cosiddetta “flash flood”, ovvero alluvione-lampo. Dalla catena dell’Himalaya si è generata una frana di roccia e ghiaccio che, congiungendosi con i fiumi nepalesi Bhote Koshi e Tadi, ha travolto l’intera vallata sottostante. I distretti di Rasuwa, Nuwakot e Dhading sono stati violentemente colpiti da questa cascata di rocce, detriti e acqua che ha percorso 22 kilometri in soli 7 minuti. La flash flood è un evento improvviso che, anche a causa della sua imprevedibilità, crea enormi danni in pochissimi istanti.

In questo caso la grande quantità di materiale che si è distaccata a monte si è incanalata nelle strette valli ai piedi delle montagne, acquisendo una grandissima velocità. Una forza, quindi, devastante che ha travolto e distrutto interi paesi. E’ ancora difficile stimare il numero delle vittime, che fino a pochi giorni fa aveva già superato le 1300, ma sono oltre 5000 i dispersi.

La regione colpita dalla flash-flood del 26 Agosto 2026 (credit: tgcom24).

Oltre alle numerose vittime, l’alluvione ha distrutto infrastrutture e servizi fondamentali per il sostentamento della regione. In particolare, oltre ad edifici, strade e ponti, in Nepal sono state travolte almeno 12 centrali idroelettriche. Il Paese da tempo investe sull’energia idroelettrica, settore che oggi è chiaramente a rischio.

Nei giorni successivi alla catastrofe le autorità nepalesi hanno espressamente messo in primo piano la questione della giustizia climatica. Shisir Khanal, ministro degli affari esteri nepalese, ha affermato che il Paese sta pagando il prezzo di una crisi climatica globale causata da altri attori. Considerando le emissioni di gas serra, la quota nepalese è trascurabile; inoltre la maggior parte dell’energia prodotta dal Paese proviene da fonti rinnovabili. Per questo il Nepal chiede che siano i Paesi che hanno un impatto maggiore sull’ambiente a dare la giusta compensazione per simili eventi climatici. Una richiesta perfettamente in linea con un principio cruciale del diritto internazionale dell’ambiente, quello del polluter-pays.

“Support for Nepal should not be seen from an angle of aid or charity, but should be seen from the perspective of climate justice”

L’ appello del Ministro degli esteri nepalese Shisir Khanal.

Ad allarmare non sono solamente i difficili e lunghi interventi necessari nella regione colpita, ma il pensiero che eventi come questo saranno sempre più frequenti. Tutte le popolazioni che vivono nelle valli vicine ai ghiacciai sono a rischio e saranno costrette nel tempo a migrare. E questa è solo una delle tante modalità in cui la crisi climatica si sta manifestando.

La migrazione ambientale

Non si parla spesso di migrazione ambientale. Forse ci sembra ancora lontana l’idea che le persone si spostino a causa del cambiamento climatico, a causa di temperature ed eventi catastrofici che rendono invivibile la loro casa. Invece, è un fenomeno assolutamente reale e contemporaneo.

Gli studiosi della migrazione ambientale discutono del concetto di “rifugiato climatico”. Mentre possiamo parlare di “migrante ambientale”, non è pienamente corretto parlare di “rifugiato ambientale/climatico”. Il termine “rifugiato”, infatti, ha un significato giuridico ben preciso e distingue uno specifico sottogruppo di persone migranti cui spetta un alto livello di protezione internazionale.

E’ la Convenzione di Ginevra del 1951 a definire lo status di rifugiato. Si tratta di qualcuno che migra dal suo Paese ad un altro per “timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche”. Il rifugiato, per questi motivi, gode della protezione dal refoulement (respingimento): il Paese di accoglienza non può respingere il rifugiato al suo Paese di origine perché li i suoi diritti, in primis quello alla vita, sono a rischio. Si applica, quindi, il principio di non-refoulement.

Chi si batte per una revisione della Convenzione sostiene che, oltre alle persecuzioni, altre cause di migrazione debbano essere considerate come “vitali”. Tra queste, quelle climatiche. Secondo altri è invece imprudente ampliare la definizione di rifugiato perché questa non vuole discriminare tra i diversi migranti, ma piuttosto garantire protezione strutturata ed immediata a chi scappa forzatamente da una situazione critica. In ogni caso per l’impostazione giuridica della Convenzione del 1951 sembra veramente difficile includere il caso dei migranti climatici. Quest’ultimi di fatto non sono perseguitati e, probabilmente, potrebbero rientrare in zone diverse del proprio Paese senza conseguenze tragiche legate al clima. Le persone che si spostano a causa della crisi climatica, inoltre, lo fanno spesso all’interno dei confini del Paese o raggiungendo Paesi confinanti. Secondo l’UNHCR, infatti, è innanzitutto fondamentale garantire gli standard di assistenza per gli sfollati interni (internal displaced people).

E’ necessario, però, considerare che le popolazioni maggiormente impattate dalla crisi climatica spesso vivono già in situazioni critiche. L’UNHCR conferma che proprio i Paesi ritenuti in via di sviluppo, in cui è già alta la quota di rifugiati e sfollati interni, sono quelli più esposti ad eventi climatici estremi. Il Climate Risk Index di German Watch, considerando dati dal 1995 al 2024, mostra che tra i Paesi più vulnerabili ci sono i cosiddetti LDCs (Least Developed Countries) e SIDS (Small Island Developing State). Tra quest’ultimi un esempio è Haiti, isola caraibica esposta ad alte temperature, uragani, ed alluvioni. Per Haiti la crisi climatica si somma a quella economico-sociale.

Inoltre, la guerra ha un impatto devastante sull’ambiente. L’industria militare è estremamente inquinante e la guerra uccide, oltre che i civili, interi ecosistemi. Questa realtà è particolarmente evidente in Afghanistan, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo, dove è in corso una doppia crisi umanitaria dovuta ad anni di violenti conflitti e cambiamento climatico. Per questi motivi la relazione tra migrazione ambientale e status di rifugiato è più stretta di quanto si pensi. Comprendere questa relazione è il primo passo per adattare anche il sistema giuridico ad esigenze umanitarie concatenate e sempre più complesse.

L’ ultimo report dell’UNEP

Il 2 Settembre l’UNEP (UN Environment Programme) ha pubblicato un report, “Limiting Overshoot”, sullo stato della temperatura media globale. Il report testimonia in primis un chiaro fallimento della comunità internazionale: quello di mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto di 1.5°C rispetto ai livelli preindustriali. Un obiettivo che da decenni è al centro della cooperazione internazionale sul clima e che, quasi certamente, non potrà essere raggiunto.

L’ONU ha, infatti formalizzato che fra pochi anni la temperatura media globale supererà almeno di 1.8°C quella dei tempi preindustriali. L’organizzazione ha ribadito che è necessario agire prontamente per riadattare i piani dei governi per la riduzione delle emissioni di CO2 e riportare l’aumento della temperatura al di sotto del livello previsto dagli Accordi di Parigi.

Dal Report dell’UNEP (credit: UNEP).

Il Report mantiene un tono abbastanza ottimista. Nonostante non si possa raggiungere l’obiettivo degli Accordi di Parigi, sarà comunque possibile rimediare. La direzione della comunità internazionale, e soprattutto dei Paesi maggiormente impattanti sull’ambiente, non sembra, però, quella ideale. Le priorità politico-economiche sono chiaramente altre. L’industria militare, ad esempio statunitense, continua a produrre contribuendo alla crisi climatica e umanitaria. L’Unione Europea, con il Green Deal, si è distinta per piani di decarbonizzazione e transizione energetica piuttosto ambiziosi. Anche questi, però, negli ultimi 2/3 anni hanno subito forti rallentamenti.

Non è più possibile distinguere tra crisi climatica e crisi umanitarie. E il dato più grave è che gli stessi governi che contribuiscono maggiormente alla crisi climatica, sono quelli che continuano a finanziare guerre. Per cui è impossibile pensare ad un’azione consapevole di contrasto al cambiamento climatico, senza portare la questione climatica al centro dell’interesse pubblico e dei programmi politici. Al centro rimane sempre il grande tema della migrazione, di cui in realtà, anche per questioni climatiche, non siamo affatto vittime ma i primi artefici. Le nuove generazioni hanno sicuramente più consapevolezza della rilevanza della questione climatica. In Italia il 44% ha dichiarato di soffrire di “ecoansia“, quindi subire un impatto psicologico dovuto alla crisi climatica. Sarebbe necessario un loro maggiore coinvolgimento nei tavoli di cooperazione sul clima, come quello della CoP, che a Novembre si terrà in Turchia.

Mirna Toccaceli
Mirna Toccaceli
Attualmente studentessa del corso magistrale European and International Studies, presso l'Università di Trento. Mi piace informarmi ed informare su ciò che accade nel mondo, confrontando più prospettive. Nelle pause dai libri viaggio: se non posso fisicamente, lo faccio con la mente mettendo un paio di cuffiette.

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