Il nuovo World Drug Report delle Nazioni Unite, pubblicato il 26 giugno, conferma un trend ormai consolidato da oltre un decennio. La cocaina è una delle droghe che stanno crescendo più rapidamente a livello globale, sia in termini di produzione sia di consumo.
L’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), riferito al 2024, stima una produzione mondiale di cocaina pari a circa 4.100 tonnellate (con un intervallo di stima compreso tra l 3.800 e 4.700), in aumento del 10% rispetto al 2023. L’anno precedente aveva già fatto registrare una crescita eccezionale del 34,5% rispetto al 2022. Nel giro di dieci anni, la produzione globale è quadruplicata.
Anche i sequestri continuano ad aumentare. Nel 2024 sono state intercettate 2.439 tonnellate di cocaina. Il 12% in più rispetto all’anno precedente, al netto di un calo sostanziale dei sequestri in Europa. Le 330 tonnellate sequestrate nel continente, contro le 419 del 2023, potrebbero far pensare a un calo dell’offerta. In realtà, secondo l’Agenzia dell’Unione Europea sulle Droghe (EUDA), il dato riflette, con ogni probabilità, un cambiamento nelle strategie dei trafficanti piuttosto che una riduzione della cocaina diretta verso il mercato europeo. Le organizzazioni criminali sembrano infatti privilegiare spedizioni più frequenti e di dimensioni inferiori, sfruttando porti finora meno esplorati. I dati sembrano andare in questa direzione. Da un lato si osserva una diminuzione dei grandi sequestri nei principali hub europei, come Anversa e Rotterdam; dall’altro aumentano le intercettazioni di carichi di alcune centinaia di chilogrammi in porti secondari.
Il calo dei quantitativi sequestrati, inoltre, non si riflette sul mercato al dettaglio. La stessa EUDA ci mette in guardia da una disponibilità di cocaina senza precedenti in Europa e nella stessa direzione vanno anche le valutazioni di Europol e dell’UNODC. L’aumento della purezza media della cocaina e la diminuzione dei prezzi rappresentano due indicatori tipici di un’offerta abbondante, incompatibile con un mercato in contrazione.
La flessione registrata in Europa è stata inoltre compensata dall’aumento dei sequestri in altre regioni del mondo. Il Sud America, in particolare, rappresenta oggi circa il 64% dei quantitativi sequestrati a livello globale. A prima vista, potrebbe sembrare un paradosso: nonostante volumi di cocaina intercettata mai così elevati, gli indicatori di mercato continuano a descrivere un’offerta in crescita.
Un problema di numeri
È a questo punto che emerge un’apparente contraddizione. Se nel 2024 la produzione mondiale stimata è di circa 4.100 tonnellate e nello stesso anno sono state sequestrate 2.439 tonnellate, significa che è stato intercettato quasi il 60% della cocaina prodotta. Un dato che, a prima vista, sembra difficile da conciliare con l’idea di un mercato in continua espansione.
È però necessario fare una precisazione fondamentale. La stima della produzione elaborata dall’UNODC è espressa in cocaina pura al 100%, mentre i dati sui sequestri si riferiscono al peso complessivo della sostanza sequestrata, senza distinguere il grado di purezza. In altre parole, le 2.439 tonnellate comprendono sia cocaina pura sia cocaina adulterata, alla quale sono state aggiunte sostanze da taglio per aumentarne il volume.
Per confrontare correttamente i due dati sarebbe quindi necessario conoscere la purezza media ponderata della cocaina sequestrata. Si tratta però di un dato che non è disponibile. Le Nazioni Unite raccolgono le informazioni fornite dai singoli Stati, che utilizzano metodologie, standard analitici e sistemi di classificazione differenti. Questa eterogeneità rende impossibile calcolare una media ponderata della purezza a livello globale.
È comunque possibile elaborare una stima ragionevole partendo dai dati disaggregati disponibili, in particolare quelli europei, dove il monitoraggio del mercato della cocaina è tra i più avanzati.
I grandi sequestri rappresentano solo una piccola parte del numero complessivo delle operazioni, ma incidono in maniera determinante sui quantitativi totali sequestrati. Inoltre, la cocaina destinata al mercato all’ingrosso presenta generalmente livelli di purezza molto elevati, spesso superiori all’80%.
Questa caratteristica risponde anche a una logica economica. Nel traffico internazionale il principale costo non è rappresentato dalla produzione della droga, bensì dal suo trasporto, che concentra la maggior parte dei rischi: sequestri, perdita del carico e arresto degli intermediari. Trasportare cocaina già adulterata significherebbe movimentare un volume maggiore a parità di principio attivo, aumentando costi logistici e probabilità di intercettazione senza alcun vantaggio commerciale. Per questo motivo, la cocaina viene normalmente trasportata con un elevato grado di purezza e viene progressivamente tagliata lungo la filiera distributiva, soprattutto in prossimità del mercato finale.
A ciò si aggiunge il dato del 64% dei sequestri mondiali concentrati in Sud America, cioè nella stessa regione in cui la cocaina viene prodotta ed esportata. Questo rende poco plausibile che la purezza media complessiva dei quantitativi sequestrati sia sufficientemente bassa da spiegare l’ampio divario tra produzione stimata e sequestri.
Anche adottando un’ipotesi particolarmente prudente, il risultato cambia poco. Se si considera il limite superiore della stima UNODC, pari a 4.700 tonnellate, e si assume una purezza media dei sequestri del 50%, una stima probabilmente conservativa, le 2.439 tonnellate sequestrate corrisponderebbero comunque a circa 1.220 tonnellate di cocaina pura, ossia a circa un quarto della produzione mondiale stimata.
Se invece si utilizza una stima della purezza più vicina ai valori osservati nel mercato all’ingrosso, ricavata dai dati disponibili dell’UNODC, la quantità di cocaina pura sequestrata salirebbe a circa 1.700 tonnellate, pari a oltre il 40% della produzione globale stimata.
Questi calcoli non dimostrano che le stime dell’UNODC siano errate. La produzione, i sequestri e il consumo non coincidono necessariamente nello stesso anno e una parte della droga di anni precedenti può rimanere stoccata. Tuttavia, il confronto tra questi valori evidenzia una discrepanza. Da un lato, negli ambienti investigativi è diffusa l’idea che le forze dell’ordine riescano a intercettare solo una quota relativamente limitata della cocaina trafficata, spesso indicata nell’ordine del 10-20%. Dall’altro, il confronto tra le stime ufficiali di produzione e i dati sui sequestri suggerisce percentuali sensibilmente più elevate.
Una questione resa ancora più complessa se si considerano anche le perdite di cocaina che si verificano durante i processi di trasformazione e occultamento, e che riducono ulteriormente la quantità effettivamente disponibile sul mercato.
Una questione politica più che metodologica
Stimare la produzione di un mercato illecito è, per definizione, un esercizio imperfetto. A differenza dell’economia legale, non esistono registri, dichiarazioni fiscali o dati amministrativi su cui basarsi. È anche per questo che il World Drug Report pubblicato nel 2026 si riferisce ai dati del 2024. Raccogliere, verificare e armonizzare le informazioni provenienti da decine di Paesi richiede, infatti, inevitabilmente tempo. Lo stesso vale per molte delle variabili utilizzate nelle stime, come la resa delle foglie di coca o l’efficienza dei processi di estrazione della cocaina, che vengono aggiornate solo periodicamente.
Tra gli strumenti principali utilizzati dall’UNODC vi è il monitoraggio satellitare delle coltivazioni di coca. Una metodologia solida ma tutt’altro che infallibile. Le piantagioni possono essere occultate, frammentate, coltivate sotto copertura vegetale o in aree remote dell’Amazzonia, rendendo il rilevamento estremamente complesso.
Il limite più grande, tuttavia, potrebbe non essere la metodologia, bensì il perimetro entro cui questa viene applicata.
Ufficialmente, i Paesi produttori di coca riconosciuti dall’UNODC sono soltanto tre: Colombia, Perù e Bolivia. Eppure la realtà sul terreno appare molto meno netta delle cartine politiche. Brasile, Venezuela ed Ecuador condividono migliaia di chilometri di frontiera con i Paesi produttori, spesso attraversando foreste tropicali, fiumi e territori nei quali il controllo statale è discontinuo e il concetto stesso di confine ha ben poco della rigidità con cui siamo abituati a immaginarlo in Europa.
Pensare che la coltivazione della coca si interrompa esattamente dove termina una linea tracciata su una mappa appare, quantomeno, poco realistico. Le organizzazioni criminali non riconoscono i confini amministrativi e operano in uno spazio transnazionale nel quale persone e merci attraversano quotidianamente le frontiere. È difficile immaginare che una pianta coltivata per decenni sul versante colombiano di una foresta non possa essere coltivata anche pochi chilometri più in là, sul lato brasiliano o venezuelano.
Del resto, negli ultimi anni non sono mancati segnali in questa direzione. Operazioni di polizia, sequestri e il rinvenimento di piantagioni hanno documentato la presenza di coltivazioni di coca anche in Paesi che, ufficialmente, non vengono considerati produttori. Eppure queste evidenze continuano a occupare un ruolo marginale nelle stime globali.
Il perché è da ritrovare da valutazioni di natura politica piuttosto che da limiti metodologici o da difficoltà operative. Infatti, benché essere riconosciuti come Paese produttore non comporta sanzioni automatiche nell’ambito delle Nazioni Unite, una simile classificazione ha conseguenze politiche e reputazionali. Può aumentare la pressione diplomatica internazionale e incidere sulle relazioni e finanziamenti internazionali. È quindi evidente che nessun governo abbia interesse a essere inserito tra i Paesi produttori di coca.
Il risultato è che una parte del fenomeno rischia di rimanere fuori dal campo di osservazione a causa di una geografia della produzione incompleta. Di conseguenza anche le stime rischiano di fotografare solo una parte della realtà.
Ed è proprio questa, forse, la questione più importante. Le stime sulla produzione mondiale non sono un semplice esercizio statistico: orientano le politiche internazionali, determinano dove concentrare le risorse investigative e influenzano le strategie di contrasto al narcotraffico. Se la fotografia di partenza è incompleta, anche le decisioni costruite su quella fotografia rischiano di esserlo.
