Yeong-hye smette di mangiare carne e, con questo gesto apparentemente semplice, spezza la continuità della propria esistenza. Quella che potrebbe sembrare una scelta alimentare si trasforma progressivamente in un rifiuto di sé e del mondo. È da una violenza sottotesto che prende forma La vegetariana, il romanzo con cui Han Kang si è imposta all’attenzione internazionale. Nel 2024 l’autrice ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, diventando la prima scrittrice sudcoreana a ottenerlo. Nei suoi romanzi convivono poesia e denuncia, delicatezza e crudeltà: attraverso una scrittura essenziale e visionaria, Han Kang porta alla luce le zone più oscure dell’esperienza umana. Tra le pieghe delle sue pagine affiora ciò che la società tende a reprimere o nascondere: il trauma, la violenza, il desiderio, la fragilità. È proprio nella sensibilità della sua poetica che l’umano prende forma in tutta la sua complessità: vulnerabile e feroce, struggente e talvolta grottesco.
Smettere di mangiare carne: il corpo che dice no
Quando Yeong-hye decide di smettere di mangiare carne, nessuno riesce a comprendere che cosa stia accadendo. Non il marito, non la famiglia, non chi le vive accanto. Del resto, Yeong-hye non si racconta quasi mai da sé: la sua voce affiora nel romanzo in frammenti, come qualcosa che tenta di emergere da una profondità oscura. Il suo dolore sanguina lentamente tra le pagine, simile a una macchia d’olio che si allarga silenziosa e inesorabile. Tutto ha inizio con un sogno. «Ho fatto un sogno», dice al marito. Da quel momento decide di non mangiare più carne. È un gesto che appare inspiegabile agli altri e, forse, persino a lei stessa: una ribellione istintiva, nata da una sofferenza che non riesce ancora a nominare. Eppure, fino ad allora, era stata proprio lei a maneggiare la carne con disinvoltura, a tagliarla e prepararla con una naturalezza quasi automatica. Per questo la sua scelta appare tanto più radicale: non il rifiuto di qualcosa che le era estraneo, ma l’abbandono improvviso di una parte della propria esistenza. È come se, a un certo punto, avesse deciso di non mangiare e di non far più parte della sua stessa carne, segnata dagli abusi che in lei si erano dimessi per percorrere un’esistenza ordinaria, di aggrapparsi fugacemente alla normalità.
Yeong-hye, la donna che non ha voce
Non è un caso che la prima parte del romanzo sia affidata alla voce del marito. Fin dalle pagine iniziali, Yeong-hye viene descritta attraverso uno sguardo che cerca di ridurla alla sua ordinarietà assoluta. Il marito racconta di averla scelta proprio per questo: non era particolarmente bella né appariscente, non possedeva nulla che potesse turbare il tranquillo corso della sua esistenza. In lei aveva riconosciuto la rassicurante prevedibilità di una vita normale. L’unica eccentricità che le attribuisce è quasi insignificante: l’abitudine di non indossare il reggiseno. Un dettaglio corporeo che, letto retrospettivamente, appare come il primo segnale di un’insofferenza silenziosa alle costrizioni. Quando Yeong-hye smette di mangiare carne, il marito rimane interdetto e tenta, finché può, di preservare l’equilibrio del proprio ordine. Riconoscere la sofferenza della moglie significherebbe interrogarsi sulle crepe del loro matrimonio e sulla propria responsabilità: indagare una scomodità che rompe l’illusione del controllo. Eppure Yeong-hye trova finalmente il modo di parlare. Non sono le parole la voce, ma il corpo.
La violenza travestita da cura
Il rifiuto della carne diventa un linguaggio, una forma di espressione che gli altri non riescono a comprendere o non vogliono comprendere. Quando la famiglia si riunisce appositamente attorno alla tavola, il gesto viene percepito come una minaccia alla gerarchia domestica. Il padre pretende che mangi carne, i familiari assistono incapaci di comprenderla, e la violenza si traveste da preoccupazione. Ma Yeong-hye resta immobile, le labbra serrate anche dopo il pugno del padre. In quel rifiuto ostinato e silenzioso si concentra tutta la forza del romanzo: un corpo che, per la prima volta, si sottrae all’obbedienza. Sottrattasi alle parole, è nella decisione ferrea che tenta di fuggire. A seguito della violenza del padre, è lei a infliggere a sé stessa un’ulteriore violenza: si taglia il polso con il coltello da frutta, in un gesto subitaneo e improvviso.
Due sorelle, due forme di resistenza
Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è il rapporto tra Yeong-hye e sua sorella maggiore In-hye. Cresciute all’ombra dello stesso padre violento, le due donne incarnano due modi opposti di sopravvivere al trauma. In-hye appare più radicata nel mondo: è madre, lavora, si prende cura degli altri. Il suo corpo è pieno, femminile, ancora legato alla vita e alle sue responsabilità. Ha imparato a fare della cura una forma di sopravvivenza, ad assumersi il peso degli altri per continuare a esistere. Yeong-hye, al contrario, sembra abitare il margine. Più esile, quasi androgina, più fragile e insieme più radicale, non riesce a trasformare la violenza subita in una strategia di adattamento. Se In-hye continua a camminare nonostante il peso della ferita, è perché sente di doverlo fare: ha un figlio, un lavoro, delle responsabilità. Si costringe a rimanere nel mondo, ad abitare una vita che spesso sembra non appartenere più a lei. Yeong-hye compie invece il movimento opposto: si ritrae progressivamente dalla vita, dal desiderio, dal cibo stesso, fino a immaginare di poter esistere come una pianta. Laddove la sorella maggiore sceglie la sopravvivenza, pur al prezzo del sacrificio di sé, Yeong-hye si abbandona a una follia che diventa anche una forma estrema di libertà. Lì dove In-hye si aggrappa ostinatamente ai fili che la legano all’esistenza, lei li lascia cadere uno dopo l’altro.
La vegetariana: un romanzo atemporale
A quasi vent’anni dalla sua pubblicazione, La vegetariana continua a essere attuale perché mette in discussione il rapporto tra individuo e società. Tramite le due sorelle, Han Kang sembra mettere in scena due diverse risposte alla sofferenza: da una parte la resistenza quotidiana di chi continua ad andare avanti nonostante tutto, dall’altra il desiderio radicale di sottrarsi a un mondo che può essere molto crudele. Nessuna delle due sorelle trova una vera salvezza, ma è proprio nel loro contrasto che il romanzo raggiunge una delle sue verità più dolorose. In-hye, negli ultimi momenti di Yeong-hye, si ricorda che la sorella aveva smesso di sorridere da tempo e che da piccola le aveva proposto di fuggire insieme e lei non l’aveva capito. Han Kang non racconta semplicemente una storia di vegetarismo o di malattia mentale. Racconta il desiderio impossibile di sottrarsi alla violenza che attraversa la vita umana.
«Se quella sera fossero scappate di casa come aveva suggerito Yeong-hye, sarebbe stato tutto diverso?»
