Generalmente il romanzo Orwelliano, 1984, è presentato ai più come una grande metafora, profezia di quello che ci accadrà in un futuro neanche poi così prossimo. E niente, viene spiegato così, almeno a scuola, da non so quanto tempo, con una sottile e nascosta minaccia retorica: attenzione, c’è sempre il rischio che finiremo sotto il controllo di un grande dittatore centrale. Esso farà di noi delle pedine, senza un volere, piegate al suo servizio. Saremo controllati in ogni cosa e non potremo nemmeno più pensare liberamente. Totalmente agonizzati, apatici, impossibilitati alla ribellione, ridotti a non accorgerci di quello che ci sta succedendo.

 

 

Orwell descrive nel 1948-49 un mondo grigio e lo colloca nel 1984. La visione dell’autore era, quindi, sicuramente impregnata degli eventi della seconda guerra mondiale, ancora freschi nelle menti di tutti, data la prossimità dei fatti. George Orwell, come dicevo, ipotizza un pianeta in cui il dittatore di turno, l’Hitler o Stalin che sia, abbia fatto centro, abbia conquistato tutto, rendendo il prossimo suo, schiavo. Oggi, noi diamo ancora del romanzo una lettura dispotica, post- apocalittica, sempre e comunque futura, detto altrimenti, lo consideriamo un avvertimento per ciò che potrà accadere. Ci sentiamo al sicuro nelle nostre democrazie.

 

 

Solo pochi hanno il vago sentore che quanto profetizzato sia, si una metafora, ma soltanto per estremizzare un processo in corso da sempre. Da molto tempo viviamo nel 1984, perché ogni gesto che facciamo non ha senso se non rapportato a quello che noi chiamiamo normalità, ossia ciò che ripetuto all’infinito è solo apparso comune ai nostri occhi, abituati e rassicurati dal fatto che, funzioni abbastanza per preservare la nostra esistenza. Di conseguenza, i concetti di giusto o sbagliato, bene o male, non hanno più valore alcuno se estrapolati da questo contesto. Certo che per sopravvivere, a partire dalla preistoria ci si dovette ingegnare per trovare dei metodi al fine di risolvere i problemi, garantire la sussistenza, fino al raggiungimento della civiltà (società civile). Ad esempio avevamo bisogno di mangiare, abbiamo cacciato e pescato. Successivamente abbiamo creato un business intorno a queste attività, per far si che fruttassero beni di altra necessità. Via via fino ad arrivare alle abitudini odierne.

 

 

Il sistema che l’uomo si è creato per sopravvivere e quindi la società stessa, sono il 1984, la tanto temuta gabbia. La democrazia non basta (senza entrare nei meriti politici di chi governa, intendo democrazia come il più alto metodo per garantire libertà, come ciò che l’uomo si è inventato per mantenere la sua individualità), non basta, dicevo, perché fa parte del sistema. (forse si, al massimo è la cosa migliore per restarci, in sistema, il male minore). Ogni giorno ci svegliamo e compiamo azioni, ma se ci guardasse qualcuno di esterno a tutta questa convenzionalità, non capirebbe perché ingenti masse fanno quella stessa identica cosa. Probabilmente chi c’era prima di me ha cercato di creare uno stile di vita che risultasse il più comodo possibile, non metto in dubbio che ci sia anche riuscito. Quel che dico è che la maggioranza è totalmente parte di questa alienazione e non si interroga più, accetta passivamente di fare ciò che gli è stato tramandato, senza chiedere il perché. Ecco come la realtà è passata da essere relativa a essere considerata, indiscutibilmente, assoluta. Ecco da dove deriva, poi, la paura del diverso. La massa si fida ciecamente, da per scontato che sia giusto così, perché è sempre stato così. Invece, gente, bisogna dubitare; questo non vuol dire che facendolo, tutto debba poi risultare sbagliato. Siamo già degli automi, controllati e perfettamente vittime del sistema che ci siamo costruiti attorno.

 

 

 

Chi arriva a questo punto è perché non ha saputo adattarsi alla condizione di non pensiero che ci vogliono affibiare, non ha saputo tacere davanti all’insensatezza di masse e masse di persone, le quali fanno proprie ripetitive azioni e simbologie, come robots. Per questo diffido dalle istituzioni parte integrante di questa struttura e che continuano a sussistere in funzione di essa (religione, tradizione…). Mettete in dubbio le spiegazioni che vi danno, i dogmi che vi impongono di accettare. Nessuno sa rispondere alle domande esistenziali (Dio, morte, senso della vita) e questo va semplicemente accettato, coloro che vi promettono soluzioni certe, sono ciarlatani. La società è un compromesso fatto di regole a cui l’umanità ha dato vita per andare avanti e vivere meglio possibile -verso il progresso (dopo si può discutere per chi fosse vantaggioso, ma io non sto criticando se e come il sistema funzioni al suo interno, bensì sto cercando di mettervi a conoscenza della sua esistenza in quanto tale, come un terzo esterno alla situazione e non come un anticonformista che a quel metodo voglia sostituirne quell’ altro. E ancora perchè il mio scopo è passare il messaggio del “poteva andare altrimenti”, connesso al discorso sulla relatività ) – anche di fronte alle sfide che la natura presentava .

 

 

 

Voglio, con questo, dire che ci siamo dovuti arrangiare e adattare. Io non sono poi così anarchica da non partecipare a questo gioco, nonostante tutti i suoi difetti, solo: se vi sembra tutto assurdo, se vi sorgono delle domande, se dentro di voi si fa spazio un sempre più ampio divario tra quello che siete e dovreste essere, tenete presente che la verità assoluta e la normalità non esistono, che ogni cosa che nasce all’interno di questa società non è altro che una realtà già interpretata da tale visione e in nome della quale, soltanto, esiste.