La strage di Bucha attraverso le parole di Susan Sontag

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Il 1 aprile 2022 gli occhi di tutto il mondo sono rimasti sconvolti alla vista delle immagini arrivate da Bucha, la cittadina ucraina lasciata devastata dalle truppe russe dopo settimane di assedio. Fotografie che hanno profondamente scosso l’opinione pubblica e fatto nuovamente parlare di crimini di guerra per il conflitto ucraino.

Queste immagini testimoniano ancora una volta la centralità che ha oggi la fotografia, come mezzo di informazione, strumento di denuncia e prova giudiziaria. Da oltre un mese, televisione e social network, sono pieni di città bombardate, edifici rasi al suolo e corpi martoriati. Fino a che punto però possiamo considerare queste foto prove oggettive di crimini di guerra? Possono le testimonianze di un massacro porre fine a un conflitto? Lo shock che esse provocano in chi le guarda durerà, o è destinato a finire al prossimo scroll? E infine, come dobbiamo porci di fronte al dolore degli altri?

Su alcune di queste questioni riflette Susan Sontag, un’importante scrittrice e filosofa statunitense del ‘900, in “Davanti al dolore degli altri”. Si tratta di un saggio pubblicato per la prima volta in Italia nel 2003, quando la televisione costituiva il principale mezzo di informazione, ma che sembra perfettamente adattabile a un’epoca dominata dai social media.

Fotografie (s)oggettive

Da sempre consideriamo la fotografia una testimonianza oggettiva della realtà, ma è davvero così? Innanzitutto, riflette l’autrice, un’immagine nasce dalla scelta di un’inquadratura. Chi scatta seleziona e quindi esclude, una parte della realtà. Inoltre il fotoreporter raramente è imparziale di fronte al conflitto che sta testimoniando: l’inviato di una testata tedesca difficilmente sceglierà lo stesso soggetto o avrà lo stesso scopo di un giornalista russo.

La fotografia stessa poi non ha un significato in sé, ma lo acquista dalle didascalie, cioè dalle parole che la accompagnano. Attraverso queste può assumere un significato totalmente diverso rispetto all’intento originale del fotografo. Ed è così che noi, mondo occidentale, guardiamo a Bucha come a un crudele massacro contro dei civili inermi, mentre i media di Mosca come a un insieme di falsi, creati dalla propaganda ucraina con l’aiuto dei paesi occidentali, per accusare l’esercito russo di atrocità disumane. A smentire questa seconda ipotesi sono ancora delle immagini, quelle satellitari, diffuse dal New York Times. Esse sembrano infatti testimoniare che la strage è avvenuta durante l’occupazione russa, prima che le truppe lasciassero la città.

Nonostante i limiti evidenziati Sontag riconosce un’oggettività nelle fotografie, che per questo costituiscono oggi prove imprescindibili per avviare le indagini sui crimini di guerra.

Una fotografia può fermare la guerra?

Le fotografie hanno la capacità di rendere una guerra “reale” agli occhi di chi ha il privilegio di non averne l’esperienza diretta. Molti credono che mostrare le più crudeli atrocità dei conflitti, generi lo sdegno necessario affinché ci si mobiliti per fermare le guerre. In effetti proprio le immagini arrivate da Bucha e Mariupol potrebbero portare a un inasprimento delle sanzioni occidentali alla Russia. Ma avevamo davvero bisogno di queste fotografie per sapere cosa provoca una guerra condotta contro i civili? E quanto altro ancora non abbiamo visto?

Il ruolo di testimonianza di una fotografia è fondamentale, dice Sontag: ha un valore etico perché ci rende consapevoli della sofferenza che la malvagità umana può causare. Ma l’autrice mette in guardia da coloro che sembrano “esibire” queste atrocità. I profili di molti siti, influencer e attivisti si stanno riempiendo di anonimi corpi martoriati, mutilazioni, volti sfigurati, seguiti da post che denunciano quanto questa guerra sia atroce. Questa “compassione” verso l’altro rischia però di trasformarsi in un mero tratto voyeuristico. Se le immagini non vengono viste da chi è favorevole a questa guerra (non solo da chi già la condanna) e la combatte, o non sono raccontate nel modo giusto, non potranno mai davvero cambiare la situazione.

Dobbiamo quindi testimoniare, ma farlo con rispetto, consapevoli che un corpo per noi sconosciuto, aveva degli affetti, degli amici o una famiglia, che potrebbero un giorno vedere queste stesse fotografie. Sontag ci invita ad avere pudore e considerare l’altro non solo “qualcuno da vedere, ma qualcuno che (come noi) vede”.

“L’età dello shock” secondo Susan Sontag

La filosofa descrive i nostri giorni come “età dello shock”. Ai disastri che avvengono ogni giorno in tutto il mondo noi, europei e americani, assistiamo come spettatori attraverso degli schermi. Giornali e social network mettono costantemente in risalto il sangue e la violenza: la guerra è diventata una notizia “abituale” all’interno dell’intrattenimento domestico. Mai come oggi, dove gli aggiornamenti dall’Ucraina sono giustamente in prima pagina ad ogni ora, ce ne rendiamo conto. Si genera il cosiddetto “effetto CNN”, un flusso costante di immagini e notizie che ci dà l’illusione di essere informati su ciò che di importante avviene nel mondo.

Per crearsi uno spazio nella mente dello spettatore ed essere ricordata, la notizia di un conflitto ha bisogno di fotografie sorprendenti, che provochino appunto uno shock. Molti ritengono però che esponendoci continuamente a bombardamenti, distruzioni e uccisioni ci siamo “abituati” a queste tragedie e non reagiamo più per fermarle.

Sontag sostiene invece che l’indifferenza è dovuta al modo in cui le immagini sono usate. La televisione nel 2003 e oggi i social media, sono il principale mezzo di informazione. Noi “spettatori” per continuare a guardarli abbiamo bisogno di costanti sollecitazioni, che si traducono in spezzoni di video e immagini riproposti infinite volte. È questo che succede quando scorriamo le pagine di Instagram o Facebook. Rischiamo in questo modo di venire sommersi da un cumulo di testate che ci promettono aggiornamenti ventiquattr’ore su ventiquattro sulla guerra in corso. Spesso si tratta di dettagli e piccoli fatti che però non ci spiegano davvero le cause e le conseguenze di ciò che sta accadendo.

Infatti, questi stimoli continui ci portano ad avere un’attenzione incostante e a concentrarci solo sulle immagini, nell’indifferenza del contenuto. Un’ininterrotta informazione superficiale, che non richiede alcuno sforzo di comprensione, ma si legge in pochi minuti per poi venire dimenticata alla notizia successiva.

Come guardare il dolore degli altri?

Dovemmo invece darci più tempo per comprendere un fenomeno complicato come una guerra, selezionare le fonti che ci sembrano più affidabili, approfondire e riflettere, renderci veramente utili.

In conclusione, Sontag non mette in dubbio il potenziale che la fotografia possiede ancora nel risvegliare le coscienze di chi non vive una guerra in prima persona. Questo è possibile se le diamo il tempo di contemplarla, di lasciar fuoriuscire tutte le emozioni che essa ci provoca, per non banalizzarla.

“Alcune fotografie […] possono essere utilizzate come oggetti di contemplazione che permettono di rendere più profondo il senso della realtà; come icone laiche, se volete. Ciò richiederebbe l’equivalente di uno spazio sacro, o dedicato alla meditazione, in cui poterle guardare.”

Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri
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About Author

Mi chiamo Veronica e sono nata nel 2001. Sono una fuorisede un po' spaesata a Bologna, dove studio Lettere Moderne. Adoro l’arte in tutte le sue forme e appena ho un po’ di tempo libero mi intrufolo in qualche mostra o al cinema. Mi descrivono tutti come taciturna, ma quando si parla di politica e diritti civili non mi zittisce più nessuno. Per colazione bevo caffè e divoro un sacco di giornali. Se mi state cercando potreste trovarmi con un bel libro tra le mani, ma anche in qualche buon ristorante etnico.

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