L’antropomorfismo cinematografico: dalla Disney a BoJack Horseman

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La produzione disneyana

La Disney ha di fatto introdotto l’antropomorfismo sul grande schermo, facendo dell’animale il proprio protagonista. Pensiamo al mondo di Topolino, creatura figlia di Walter Disney, abitato da specifiche razze animali. Dopo i primi prodotti, concentrati particolarmente sulle avventure di Topolino e Paperino, l’antropomorfismo ha poi raggiunto negli anni una consapevolezza maggiore e più estesa. I primi film disneiani tendevano principalmente a rappresentare il regno animale corredato dalle proprie caratteristiche naturali. I personaggi del Re leone, di Lilli e il vagabondo o della Carica dei 101 ruggiscono ed abbaiano. Sono storie che emozionano e divertono proprio perché raccontano delle difficoltà dell’essere un animale, domestico o selvatico che esso sia.

L’antropomorfismo assunse invece tratti molto diversi nel caso di Robin Hood, dove non solo si voleva ricalcare quanto più fedelmente la società umana, ma addirittura un dato contesto storico. Il prodotto finale ottenne un grande successo proprio per la scelta stilistica di rappresentare personaggi realmente esistiti in veste animale.

Quali sono dunque i pregi dell’antropomorfismo?

Scena da Il Re Leone, classico Disney uscito nelle sale nel 1994.

L’antropomorfismo nell’infanzia

La scelta antropomorfica è innanzitutto simbolica: attribuendo ad un certo animale il proprio corredo di caratteristiche fisiche e comportamentali, il pubblico è già consapevole dei tratti principali di ogni personaggio.

Nel caso di Robin Hood, Giovanni senza terra viene rappresentato da un leone, quindi simbolo di virilità, forza e maestosità, in uso come metafora letteraria già dai tempi di Omero, ma privo di criniera, a riprova di una certa inadeguatezza del personaggio e di una debolezza fisica. Contrariamente, suo fratello, il legittimo sovrano, viene disegnato come un esemplare vigoroso dal folto manto.

Robin Hood conosciuto per la sua abilità e scaltrezza viene giustamente rappresentato dalla volpe (animale, insieme al leone, il cui ruolo simbolico è stato ampiamente trattato da Fedro).

Dunque il pubblico a cui si rivolge la Disney può comprendere velocemente il contesto della storia basandosi unicamente sull’immagine dell’animale (del quale ha sicuramente una certa consapevolezza).

In secondo luogo, il codice di valori che un personaggio animale potrebbe incarnare diventa estremamente funzionale. Un bambino accoglierà con maggior entusiasmo una morale espressa da un qualsiasi animale proprio per il fascino che questo esercita. L’animale ha un’autorità che non si mette in discussione.

Beastars e l’antropomorfismo negli anime

L’antropomorfismo non si limita alla solo sfera dell’infanzia e della favolistica, ma ha negli anni assunto una veste più adulta e consapevole. Nell’ambito della fumettistica giapponese l’antropomorfismo è un escamotage artistico spesso utilizzato, tanto che anche gli oggetti inanimati vengono umanizzati (si tratta del cosiddetto antropomorfismo moe). Un esempio è il manga di Paru Itagaki, Beastars, poi realizzato anche nella versione anime. L’ambientazione dell’opera ricalca una qualsiasi metropoli di nostra conoscenza assimilabile dal punto di vista socio-politico al mondo umano, ma al contempo estremamente differente per la costante tensione data da un’utopica convivenza tra carnivori ed erbivori. Mantenendo questo dettaglio, l’anime indaga le difficoltà sociali in un equilibro mantenuto tramite il forzato cambio di dieta dei carnivori. Questi si abituano dunque a consumare prodotti alternativi alla carne e a convivere con individui loro prede naturali.

Il genio dell’opera è proprio nel costante ricordare allo spettatore che quell’animale con cui possono aver empatizzato, in cui possono essersi a loro modo riconosciuti, nasconde una natura predatrice sempre in agguato. I bisogni primari dei personaggi sono inarrestabili finendo per mettere in discussione il delicato equilibrio di regole sociali costruito. Parliamo quindi di un antropomorfismo bordeline diverso da quello di Bojack horsemann, poiché si concentra su conflitti vicini agli esseri umani ma al contempo incomprensibili.

BoJack Horseman

BoJack Horseman è una serie animata statunitense, creata nel 2014 per Netflix

Particolare è la creazione del complesso sociale di BoJack Horseman, che presenta una convivenza tra esseri umani e animali antropomorfi. Anche qui viene da chiedersi perché ricorrere alla scelta stilistica di questa dualismo quando le tematiche della serie potevano essere tranquillamente presentate tramite personaggi puramente umani.

BoJack Horseman ci racconta di traumi, di alcolismo e dipendenza, della vita adulta e dell’opprimente senso di malessere intrinseco a suo modo ad ogni generazione. E mettere in bocca ad un cavallo una verità così allucinante rende il tutto ancora più patetico. Il mondo animale di BoJack mantiene ben poco della propria natura, fatta eccezione per certi comportamenti, questi animali sono star del cinema, produttori, disoccupati, spacciatori che bevono, imprecano e vivono una realtà perfettamente umanizzata.

Qual è in questo caso il contributo della parte animale?

La simbologia dell’animale

La simbologia animale riesce ad evidenziare la problematicità della società umana attuale. L’animale diventa la chiave di volta, veicolo di un messaggio ben preciso. Ci diverte, ci intriga anche per il taboo che è l’attrazione che potremmo avvertire verso un personaggio antropomorfo.

E se questi personaggi a metà tra animale e uomo ci colpiscono per la loro ambiguità e irrealtà, dall’altra parte sono la voce della verità. L’animale che diventa simbolo, ha in sé una saggezza naturale che non può essere messa in discussione.

Da una parte BoJack Horseman riesce a scuoterci così tanto perché annulla la distanza, si finisce per dimenticare che sia per metà un cavallo. Le sue parole e la sua intera esistenza sono il riflesso di noi stessi. Ma dall’altra parte quando riprendiamo coscienza del suo essere ibrido il peso emotivo si raddoppia.

Se nemmeno un uomo-cavallo, che potrebbe scegliere la sua parte animale e condurre un’esistenza differente, può scampare al dolore, alla sofferenza, alla solitudine e alla dipendenza, che speranza abbiamo noi esseri umani?

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About Author

Classe 1997. Sono iscritta alla magistrale in Lettere classiche dell'università Carlo Bo di Urbino. Classicista con ambizioni interdisciplinari. Incanalo i miei sogni ad occhi aperti nella scrittura. Ho un amore sconfinato per la mitologia, i musical, il cinema hollywoodiano degli anni '50 e l'Irlanda.

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