venerdì, 18 Settembre 2026

Posticipare la fine del mondo: una prospettiva indigena

Il cambiamento climatico è un processo e, in quanto tale, è in continua evoluzione. Gli effetti, però, li vediamo e li sentiamo già sulla nostra pelle. Per citarne alcuni, lo scioglimento dei ghiacciai e l’aumento delle temperature, incluse quelle delle acque, con la conseguente trasformazione degli ecosistemi marini, e la sempre maggiore frequenza di eventi atmosferici eccezionali.

Questi fenomeni hanno un costo, sia in termini di vite umane e animali, sia da un punto di vista economico. L’Unione Europea ha stimato perdite economiche per gli Stati membri, dovute a eventi atmosferici eccezionali, superiori ai 40 miliardi di euro nel 2024, mentre quest’anno sono state registrate circa 35.000 morti in più durante le ondate di calore rispetto alle proiezioni basate sugli anni precedenti.

C’è, poi, El Niño, un fenomeno climatico naturale e ricorrente che si forma nell’Oceano Pacifico tropicale e che ha ripercussioni sul clima globale. Quest’anno, però, sarà ‘super’ a causa delle elevate temperature oceaniche, contribuendo a rendere ancora più estremi alcuni effetti del riscaldamento globale, come ci avverte l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM).

Questi fattori ed eventi ci impongono di chiederci, in modo sempre più frequente, la stessa domanda: come possiamo cambiare rotta prima che sia troppo tardi per l’umanità? Prima di cercare una risposta, però, dovremmo chiederci anche: quale umanità vogliamo salvare? E in quale modo?

Almeno, questo è ciò che auspica Ailton Krenak, leader del popolo indigeno Krenak, in Brasile. Nel suo libro Idee per posticipare la fine del mondo, infatti, ci pone di fronte a una serie di domande provocatorie che ci costringono a riflettere sul significato del “noi”: un “noi” inteso sia come relazione con altri popoli, culture e società, sia come relazione con la natura.

Idee per posticipare la fine del mondo

Krenak ci obbliga a partire da un’ontologia differente per cercare la risposta al problema iniziale: cosa dobbiamo fare per sopravvivere? In questo esercizio critico, quindi, dobbiamo prima chiarire qual é la nostra idea di “sopravvivenza”.

La sopravvivenza del popolo Krenak, così come quella degli altri popoli indigeni sudamericani, è iniziata più di cinque secoli fa, con la colonizzazione europea, e continua tuttora con la lotta contro i garimpeiros (i cercatori d’oro), i latifondisti e, più in generale, contro quell’ideologia che pone l’interesse economico davanti alla loro vita e all’ambiente: due elementi che, in particolar modo per i popoli indigeni, combaciano.

Il libro Idee per posticipare la fine del mondo ci presenta infatti un modo diverso di concepire la natura. Per gli indigeni brasiliani, come per altri popoli in Asia e in Africa, la natura fa parte della loro comunità. Il fiume è una zia, la montagna un padre. Il popolo indigeno Munduruku, per esempio, conserva un legame ancestrale con i pesci, che considera parte del popolo antico della propria comunità. Immedesimarsi nella visione indigena non significa solo cambiare prospettiva, ma anche cambiare cosmologia.

È proprio su questo che Krenak ci invita a riflettere: che idea abbiamo dell’umanità? Include anche la loro, così diversa dalla nostra, o continuerà a essere considerata una “sub-umanità”, come dice Krenak?

Il suo timore è che i loro popoli periranno a spese della nostra sopravvivenza: una sopravvivenza, però, solo apparente. Sostiene, infatti, che le “nostre” strategie contro il cambiamento climatico risiedano nello stesso modello che lo ha causato: prima quello industriale, poi quello del capitale. Un capitalismo che è il prodotto di quella civiltà colonizzatrice che ha quasi sterminato il suo popolo. In questo modo, ogni decisione politica, scoperta scientifica e modello di produzione più “green” non sarebbero altro che strumenti di autoconservazione di quel modello. Nella sua prospettiva, è un assurdo: sforzarsi tanto per salvare lo stesso modello che ci sta portando alla rovina.

Questo, però, continua, secondo l’autore, perché il sistema ha la capacità di catturare ciò che lo circonda. La ricerca scientifica, alla quale ci affidiamo tanto per posticipare la fine del mondo, non sarebbe altro che un prodotto dello stesso sistema. In questo scenario, le idee sono “libere” nella stessa misura in cui sono “produttive”. Una ricerca scientifica, così come una politica pubblica, non vedrà mai la luce del sole se non risponde ai requisiti di crescita economica e di miglioramento dello stile di vita, anche se potrebbe essere la ricerca o la politica più adatta ad affrontare il cambiamento climatico.

Krenak non ne fa una colpa individuale. Si chiede, piuttosto, fino a che punto riusciamo a separare completamente il nostro stile di vita dalla vita stessa, dalle piante, dagli animali e dagli insetti che ci circondano. La sua invettiva contro il nostro modello economico si concentra proprio su questo aspetto: la separazione culturale ed etica che ha prodotto tra società e natura. Sempre più bambini crescono senza aver mai visto una mucca, un maiale o una gallina, al punto che non riescono più a stabilire un collegamento immediato tra il pezzo di carne pulito, tagliato e confezionato in involucri tutti uguali e l’animale da cui proviene. Un modello che ci spinge a vivere in ambienti artificiali sempre più simili tra loro e sempre più distanti dalla natura.

In definitiva, Krenak ci provoca portandoci a porci una domanda scomoda: e se la fine del mondo, inteso come il mondo in cui possiamo vivere, ci spaventa così tanto, non è forse perché l’unico modo per evitarla è la fine del “nostro mondo”? Forse, allora, loro potranno festeggiare, perché questo vorrà dire che smetteranno di sopravvivere e inizieranno a (ri)vivere.

Carlo Sapienza
Carlo Sapienza
Classe 1998. Nato nella bassa modenese, nel paesino di San Felice sul Panaro, dove la nebbia mi ha insegnato ad aguzzare la vista, e la pianura a spaziare con la mente. Qualità che mi servono nella mia carriera di relazioni internazionali.

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