mercoledì, 14 Gennaio 2026

Anatomia del mestiere: satira sul Paese che non vuole insegnanti

Il Paese e la sua università dell’assurdo

Diventare insegnante nel nostro Paese, in Italia, non è un percorso professionale: è una prova iniziatica, una scalata mistica, una malattia cronica dell’anima. Si comincia con entusiasmo e si finisce con un foglio Excel pieno di sigle.
Ogni governo annuncia la “riforma definitiva”, ma nel frattempo cambia le regole del gioco. C’erano i 24 CFU, poi i 60 CFU, poi i 30 CFU, poi i concorsi straordinari, poi gli ordinari, poi i bandi per chi aveva già vinto ma non poteva entrare.
La scuola italiana è un labirinto in costante aggiornamento: per accedervi servono una laurea, due master, la fede e la capacità di decifrare un linguaggio amministrativo degno di un esorcismo.

Le università, fiutandolo, hanno trasformato la formazione in un mercato. I corsi di abilitazione costano quanto un viaggio in Giappone e offrono la stessa probabilità di rientro. È nata una nuova professione: l’insegnante potenziale, figura mitologica che studia all’infinito per un lavoro che non arriva mai.

Il concorso come liturgia di Stato

Ogni tanto, nel cielo della scuola, si apre la nuvola del concorso. Migliaia di aspiranti docenti si radunano in palazzetti e scuole fatiscenti, armati di penne blu, documenti e di fede nel futuro.
Si parla di meritocrazia, ma il vero esame è di sopravvivenza: vincerà chi non impazzisce di fronte a piattaforme che non funzionano e a graduatorie che si aggiornano come oracoli inaccessibili.
Il concorso non si vince, si subisce. E chi lo supera scopre di non aver finito nulla: serve un’altra abilitazione, un altro tirocinio, un’altra dichiarazione di servizio, un’altra vita.

È la burocrazia come religione: si crede, si spera, si prega.
E nel frattempo, la scuola si regge su supplenti che fanno lezione in paesi che non sanno nemmeno pronunciare, aspettando che lo Stato si accorga di loro. Ogni settembre è un purgatorio ricominciato: stesso caos, stessi sogni, nuove sigle.

La burocrazia nel Paese dei balocchi

L’istruzione italiana è un corpo che si autodistrugge con metodo. Produce norme che si contraddicono, decreti che annullano i decreti precedenti, concorsi sospesi da ricorsi infiniti.
Chi tenta di insegnare deve imparare un linguaggio parallelo, fatto di piattaforme, scadenze, autocertificazioni e circolari che si smentiscono da sole.
Nel resto d’Europa si diventa insegnanti in un anno. In Italia, in un decennio, se il decreto non cambia nel frattempo. Il sistema si ammira mentre si corrode. La lentezza è diventata una forma di estetica, la precarietà una virtù morale, la burocrazia una liturgia di purificazione.
La scuola non è più un luogo di conoscenza, ma un museo dell’attesa, dove il sapere si misura in protocolli e il talento si disperde nei file Excel del Ministero.

La cultura come peccato veniale

Nel 2025, voler insegnare le lettere è considerato un vezzo d’altri tempi, come scrivere a mano o leggere Proust a colazione.
La cultura è tollerata solo se non disturba, solo se non pretende di essere pagata.
Chi parla ancora di vocazione viene guardato con pietà, come chi crede ancora alle vecchie stagioni. Eppure, è proprio in questa marginalità che sopravvive la parte migliore di chi tenta. Gli aspiranti insegnanti, i veri resistenti, continuano a studiare, a sperare, a scrivere programmi di letteratura in attesa di un’aula che non si apre mai.
Sono gli ultimi umanisti di un Paese che ha smesso di credere nell’umano, i superstiti di un’idea nobile e scomoda: che insegnare significhi liberare, non compilare.

Il Paese dei crediti infiniti

Ogni riforma nasce con la parola «semplicazione». Poi arrivano i nuovi CFU, i nuovi tirocini, le nuove piattaforme. Il risultato è un labirinto perfettamente calibrato, che non conduce da nessuna parte.
La conoscenza è diventata una valuta a termine, il sapere un modulo scaricabile.
Non si chiede più di saper insegnare: si chiede di saper cliccare. L’educazione non forma, aggiorna; non ispira, allinea.
Chi vuole insegnare deve aggiornarsi costantemente come un software, con la differenza che, per i docenti, ogni aggiornamento costa.
È questa la nuova pedagogia nazionale: l’educazione alla rassegnazione.

Epilogo per una generazione in sospeso

Diventare insegnante, oggi, significa attraversare l’Italia invisibile dei corridoi universitari, dei portali in tilt, delle graduatorie introvabili. Eppure, nonostante tutto, qualcuno continua. Per ostinazione, per amore, per follia.
Perché insegnare, o tentare di farlo, è l’ultima rivoluzione possibile in un Paese che ha dimenticato come si pensa.
E forse è proprio questo, in fondo, il mestiere impossibile: non smettere di crederci, mentre tutto intorno ti insegna a rinunciare.

Asia Vitullo
Asia Vitullohttps://www.sistemacritico.it/
Asia Vitullo, abruzzese, classe 1997. Laureata in Filologia Moderna ad Urbino, proseguo il mio cammino tra i letterati, un po’ come il protagonista di Midnight in Paris, sorseggiando un tè e sognando la Torre Eiffel. Adoro il cinema, il teatro e gli ossimori. La mia più grande fonte di ispirazione è Pier Paolo Pasolini e vivo nella speranza di poter dare ancora una voce alle sue parole.

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