“Sei stato reclutato dal team Delta. La tua missione è riportare il movimento delle truppe nemiche e supportare lo squadrone nelle manovre offensive. Fornisci le seguenti informazioni: numero di truppe nemiche e numero di veicoli, geolocalizzazione e prove fotografiche. Grazie per il tuo contributo: insieme sconfiggeremo il nemico!”
No, questo non è l’intro di un nuovo videogame RPG di guerra, ma un messaggio tipo che potremmo incontrare in uno dei tanti bot Telegram creati durante la guerra in Ucraina. Bastano pochi click e potremmo passare informazioni di intelligence militare alle forze armate e assistere all’attacco aereo nel luogo da noi segnalato, facendo parte della kill chain a tutti gli effetti. Sembra fantascienza, ma è la realtà del conflitto, arrivato ormai al suo quarto anno.
Partecipazione dal basso: intel militare prodotta dai civili
Nelle prime settimane dell’invasione russa, lo scontro era caratterizzato da un rapido avanzamento nelle zone rurali da parte delle forze armate russe provenienti da oriente e nord-est del territorio ucraino e da numerosi combattimenti urbani in città più o meno grandi, dove gli ucraini concentravano gli sforzi per sconfiggere o rallentare il nemico. In uno scontro che aveva molto l’apparenza di una blitzkrieg, le armate russe attraversavano case e centri urbani sottovalutando lo spirito patriottico del popolo ucraino.
Così, quando l’esercito ucraino ha messo a disposizione strumenti per canalizzare la resistenza del proprio popolo, si è trovato improvvisamente con centinaia di migliaia di sentinelle pronte a trasmettere informazioni sulla posizione, sul numero di soldati e sul tipo di equipaggiamento del nemico. Il civile non solo può fornire queste informazioni, ma può anche inviare la geolocalizzazione, l’orario e fotografie dei nemici, informazioni che valgono oro durante un conflitto armato.
In un Paese in cui il cellulare è ormai un bene comune (il 91% della popolazione ne possiede uno) e in cui il territorio è ampiamente connesso (il 100% del territorio ucraino è coperto da connessione internet, l’82% con una connessione 4G), questo è diventato uno strumento di partecipazione militare non armata da parte della popolazione civile a un conflitto armato.
Il popolo ucraino possiede inoltre un alto livello di alfabetizzazione digitale, in parte anche grazie alle politiche del governo Zelensky, che nel 2019 ha istituito il primo Ministero della Trasformazione Digitale nella storia del Paese, promettendo politiche volte ad aumentare la digitalizzazione dello Stato e facendogli guadagnare l’appellativo di e-government. È proprio sotto il governo Zelensky che viene lanciata l’applicazione Diia, un’app con più di 90 servizi statali digitalizzati e che funge anche da carta d’identità digitale. Nel caso italiano, potrebbe essere paragonata alla nostra applicazione IO.
Diia si è rivelata strategica per la partecipazione del popolo ucraino agli sforzi bellici. Diversi bot governativi su Telegram richiedono infatti l’accesso all’identità digitale per poter inviare qualsiasi informazione, così da poter verificare l’identità dell’informatore e prevenire il flusso di notizie false.
Tra i bot più famosi e utilizzati figurano eVorog (“nemico” in ucraino), Stop Russian War e Ukraine Avenger bot. Un bot (abbreviazione di robot) è un software che esegue azioni automatizzate sulla base di comandi stabiliti dal programmatore. In tutti e tre i casi, il primo messaggio automatico è una chiamata alle “armi digitali”, in cui viene esplicitamente dichiarato che le informazioni fornite saranno utilizzate per “colpire”, “uccidere” o “neutralizzare” il nemico.
Ma i bot esistenti sono in realtà molte decine. Alcuni servono per organizzare azioni di resistenza non armata, come quello di Yellow Ribbon, un gruppo di attivisti che opera nei territori ucraini occupati. Altri sono dedicati alla raccolta di prove di crimini di guerra. Altri ancora permettono di denunciare possibili collaboratori o segnalare il sorvolo di droni russi.
Capire il reale impatto di questi bot è difficile. Gli unici dati ufficiali sono quelli forniti dal governo ucraino. Secondo i numeri ufficiali, eVorog è stato utilizzato più di 450.000 volte nei primi dieci mesi del conflitto, con alcune rivendicazioni di operazioni militari riuscite con successo grazie alle informazioni acquisite tramite il bot. Tra queste vi sarebbe la distruzione di un sistema di guerra elettronica russo, probabilmente un R-330Zh Zhitel, un jammer in grado di disturbare comunicazioni e GPS fino a decine di chilometri.
Altri casi di rivendicazione di attacchi militari basati su informazioni fornite dai civili includono l’attacco a un convoglio militare russo alle porte di Kyiv nei primi giorni della guerra e la distruzione di circa 500 unità di equipaggiamento nella regione di Kharkiv, operazione in cui, secondo alcune comunicazioni ufficiali, “sono stati messi a dormire gli occupanti”.
Tutte le informazioni inviate vengono controllate e verificate prima di essere aggiunte a Delta, un network digitale aggiornato in tempo reale. Questo sistema, definito dagli addetti ai lavori “il Google dell’esercito”, rappresenta probabilmente uno degli sviluppi tecnologici più rilevanti dell’esercito ucraino ed è frutto di una stretta collaborazione con la NATO.
Ogni informazione disponibile sul campo viene inserita e visualizzata sotto forma di mappa, che mostra la posizione delle unità amiche e nemiche, il numero delle unità, gli spostamenti in tempo reale e qualsiasi informazione verificata ritenuta utile, incluse quelle ottenute tramite i chatbot. Ciò dimostra come le informazioni fornite dai civili siano effettivamente integrate nelle operazioni militari ucraine.
Per funzionare, Delta necessita di una connessione internet che, nelle zone più difficili del fronte, è garantita dai satelliti Starlink di Elon Musk.
L’utilizzo di civili nella raccolta di informazioni militari sensibili produce due grandi conseguenze: una operativa e una legale.
Operatività: la fine della guerra lampo?
Dal punto di vista operativo, l’integrazione di intelligence militare proveniente dai civili ha contribuito a compensare l’inferiorità militare ucraina rispetto alla Russia, trasformando quello che i russi pensavano sarebbe stato un conflitto di poche settimane in una guerra di attrito che ha superato, questo febbraio, il suo quarto anno.
L’utilizzo di chatbot su Telegram, il riconoscimento tramite Diia e l’integrazione delle informazioni in Delta hanno permesso di creare un sistema informativo a basso costo basato sul contributo degli utenti e con un forte impatto tattico-operativo.
In Europa, un sistema simile potrebbe mettere fine al blitzkrieg, ovvero la guerra lampo, una tattica militare basata su attacchi rapidi e travolgenti, sviluppata dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale. Infatti, gran parte del territorio europeo risponde già a due condizioni necessarie per il funzionamento di un sistema di questo tipo: una connessione internet diffusa e una popolazione altamente digitalizzata. La quasi totalità dei Paesi europei dispone già di sistemi di autenticazione digitale dei cittadini, mentre il sistema Delta è ben conosciuto negli ambienti NATO.
È quindi probabile che anche la definizione di infrastrutture critiche evolva, includendo sempre più infrastrutture civili e favorendo la diversificazione e la decentralizzazione delle reti, in modo da garantire maggiore resilienza e ridurre la dipendenza da attori privati stranieri per servizi fondamentali, come avviene oggi nel caso dell’esercito ucraino con Starlink.
Attualmente l’Ucraina sta fungendo da grande laboratorio per questo sistema che integra azioni civili e operazioni militari, il quale viene osservato con grande attenzione dai paesi NATO e, in particolar modo, dagli Stati scandinavi. Infatti, paesi come Norvegia, Svezia e Finlandia stanno rivedendo la loro strategia di Difesa Totale, un approccio alla difesa che coinvolge l’intera società, sia attori militari sia civili, nella difesa del Paese da minacce esistenziali. La Difesa Totale è una dottrina storica di questi paesi, sviluppata durante la Guerra Fredda a causa della vicinanza geografica alla Russia.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il coinvolgimento dei civili potrebbe evolversi ulteriormente, includendo forme di supporto sempre più attive alle operazioni militari, e non soltanto attività difensive o di resilienza.
La distinzione tra combattenti e non-combattenti
Questo sviluppo solleva però importanti conseguenze giuridiche, in particolare in relazione al diritto internazionale umanitario.
Il diritto internazionale umanitario, noto anche come legge della guerra (jus in bello), comprende l’insieme delle norme che regolano i conflitti armati e ha come obiettivo principale la riduzione delle vittime civili.
Uno dei principi fondamentali di questo sistema giuridico è il principio di distinzione, secondo cui le parti in un conflitto armato internazionale devono distinguere tra combattenti e civili.
Tuttavia, la partecipazione “digitale” dei civili contribuisce a offuscare tale distinzione, esponendoli a un rischio crescente. I civili sono infatti protetti dagli attacchi salvo nel caso e per il tempo in cui partecipano direttamente alle ostilità.
Un’azione costituisce partecipazione diretta alle ostilità se sono soddisfatte tre condizioni cumulative: condizione di danno (l’atto deve essere tale da incidere negativamente sulle operazioni militari o sulla capacità militare di una parte nel conflitto oppure provocare morte, ferite o distruzione di persone o beni protetti); causalità diretta (deve esistere un nesso causale diretto tra l’atto e il danno che ne deriva) e nesso belligerante (l’atto deve essere progettato per causare tale danno a favore di una parte in conflitto e a detrimento dell’altra).
È quindi plausibile sostenere che l’invio di informazioni militari sensibili che entrano nel processo di identificazione e attacco di un obiettivo possa costituire una forma di partecipazione diretta alle ostilità, esponendo il civile al rischio di essere considerato un obiettivo militare legittimo da parte della controparte.
Questo fenomeno contribuisce ad aumentare l’incertezza nella distinzione tra combattenti e non combattenti, andando potenzialmente contro gli obiettivi fondamentali del diritto internazionale umanitario.
Di fronte a uno sviluppo militare così rapido e fluido, potrebbe rendersi necessario anche un aggiornamento del quadro normativo dello jus in bello. Una possibile soluzione potrebbe essere l’introduzione di un obbligo di avvertenza, secondo cui la parte belligerante che incentiva la partecipazione dei civili ad attività che potrebbero configurare una partecipazione diretta alle ostilità dovrebbe informare chiaramente i cittadini delle conseguenze giuridiche e dei rischi connessi.
Una guerra più difficile ma più pericolosa
In definitiva, la creazione di una rete digitale di informatori civili integrata nelle operazioni militari e, più in generale, l’uso del mondo digitale civile come strumento militare hanno modificato profondamente il modo di combattere e di vivere la guerra. Lo sviluppo tecnologico consente nuove forme di partecipazione non armata alla guerra, ma, allo stesso tempo, sottopone i cittadini a rischi maggiori.
In scenari simili a quello ucraino, la protezione o la distruzione delle infrastrutture civili digitali diventerà sempre più una precondizione per un’invasione terrestre. La neutralizzazione dei siti militari potrebbe non essere più sufficiente a garantire la superiorità operativa di un esercito: sarà necessario anche indebolire le infrastrutture digitali e impedire forme di resistenza della popolazione.
Ciò rischia di aumentare ulteriormente il pericolo che i civili diventino bersagli diretti del conflitto.
