venerdì, 21 Giugno 2024

Frammenti di un discorso amoroso, cos’è l’innamorato?

In Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes riporta l’esigenza dello scritto a una sintetica considerazione: “il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine”. Il saggio dell’autore è un’esplorazione dell’esperienza amorosa nelle sue molteplici sfaccettature. Nel libro non c’è una trama lineare, ma una serie di voci elencate alfabeticamente, ove sono soventi riportati riferimenti intellettuali e letterari. Da Goethe, a Platone, a Nietzsche: ecco che si delinea il profilo dell’innamorato.

Quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale: esso presenta una collocazione di parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla.

Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino 2014.

Il linguaggio dell’innamorato

In Frammenti di un discorso amoroso c’è una forte attenzione al linguaggio, al modo in cui l’innamorato non parla all’oggetto d’amore ma al proprio Sé. L’amato non ama l’innamorato, ma l’idea dell’amore. E in un meccanismo di proiezione il linguaggio ha un ruolo centrale: è ciò che permette il discursus amoroso. Nel riconoscimento di un simbolo, di una scena, di un qualcosa che è archetipico, si delinea una figura e questa “è fondata se almeno una persona può dire «Com’è vero tutto ciò! Riconosco questa scena di linguaggio»”. Il discorso dell’innamorato è “un discorso orizzontale”, di non integrazione, di veicolazione senza fine e, come dice Barthes, “la storia d’amore (l’«avventura») è il tributo che l’innamorato deve pagare al mondo per riconciliarsi con esso”. 

La dimensione della parola

Roland Barthes si preoccupa della “collocazione della parola”. Quanto è importante la parola, dunque, l’elemento terzo, nella dialettica d’amore? In Otello, di William Shakespeare, è tramite la parola che Desdemona s’innamora di Otello: sono i discorsi delle sue imprese a creare un sentimento d’amore in lei. Similmente a Paolo e Francesca nel quinto canto dantesco, che schiudono la passione tramite un terzo elemento: la lettura di Lancillotto e Ginevra, una scena già riconosciuta d’amore. È come se l’innamorato avesse una propria decodificazione, un proprio sentimento linguistico, che è estraneo da sé ma riconduce a sé stesso.

Com’erano i rituali d’amore?

Ella Vouz, in Perché l’amore fa soffrire, propone un’indagine sociologica relativa al ruolo dell’amore nell’età contemporanea. Per dimostrare quanto e come la cultura affettiva sia cambiata, pone in contrapposizione, attraverso exempla letterari, i rituali di corteggiamento che erano in vigore nelle epoche precedenti. A questo riguardo, i romanzi di Jane Austen si caratterizzano, secondo l’autrice, quali modelli da prendere in analisi: offrono un riflesso dell’Inghilterra borghese e della condizione femminile in tale contesto. Allora vi erano, sottilmente e non, precise pratiche a cui rispondeva una determinata reazione:

In questo ordine ritualizzato le emozioni erano conseguenti (o strettamente concomitanti) alle azioni e alle dichiarazioni, ma non ne erano un requisito indispensabile. Definisco tale organizzazione delle emozioni regime di performatività delle emozioni, in cui cioè le emozioni vengono indotte da azioni ed espressioni dei sentimenti ritualizzati.

Ella Vouz, Perché l’amore fa soffrire, società editrice il Mulino, 2021.

L’amore oggi

Come denota Ella Vouz, la donna rimarcava un proprio status sociale ed economico dalla relazione amorosa e “il fatto che l’amore fosse fortemente ritualizzato proteggeva le donne dall’universo delle emozioni, che poteva travolgerle”. L’amore che la donna provava era un amore che si estendeva alle reti sociali, all’approvazione, alla sicurezza che permetteva una dignità che altrimenti era negata. Ma come si vive l’amore oggi? In Perché l’amore fa soffrire Ella Vouz adopera uno studio: l’obbiettivo è comprendere i sottotesti culturali inseti nelle relazioni moderne. In un’era ove l’ideale di responsabilità individuale è considerato prioritario rispetto al collettivo, l’autrice stila un’analisi che non si sofferma sul singolo, ma che ricerca la base sociale posta in ante. Ella Vouz parla, quando tratta dell’amore nella modernità, di “regime di autenticità”, indipendente e aldilà di regole precostituite.

In una centralizzazione e psicoanalisi del Sé, cos’è l’innamorato?

Francesca Garavalli
Francesca Garavallihttps://www.sistemacritico.it/
Laureata al corso di laurea "culture letterarie europee", a Bologna, dove si studia letteratura con un pizzico di français. Mai interrompermi durante una lettura, il resto della giornata, però, so anche essere gentile.

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