martedì, 21 Maggio 2024

La risoluzione 2728 e i suoi effetti sulla politica internazionale.

Il 25 marzo, il Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 2728 per la richiesta di un immediato cessate il fuoco a Gaza. Si tratta del primo risultato concreto dopo numerose proposte di cessate il fuoco bloccate l’una dopo l’altra dal veto di USA, Cina e Russia. La risoluzione è stata presentata dai 10 membri non permanenti sotto la leadership del Mozambico e adottata con 14 voti a favore, nessun contrario e l’astensione degli Stati Uniti.

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Con tale risoluzione viene chiesta la cessazione temporanea delle ostilità a Gaza durante tutto il mese del Ramadan, terminato il 9 aprile. Si auspica l’accesso degli aiuti umanitari, delle cure mediche a Gaza ed il rilascio degli ostaggi catturati da Hamas il 7 ottobre. 

L’astensione degli USA, che finora avevano sempre posto il veto e sostenuto Israele, rappresenta un importante segnale politico. La riluttanza di Netanyahu per una tregua e la decisione di avviare l’offensiva a Rafah, hanno portato Washington ad un cambiamento di posizione. L’arroganza di Israele nel condurre guerra, il mancato rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario hanno influenzato negativamente il sentimento pubblico americano. Dunque dinanzi a queste pressioni pubbliche e mediatiche, il governo statunitense, ha lanciato il proprio segnale.

Il presidente Israeliano, in risposta all’astensione statunitense, ha annullato la visita di alti funzionari israeliani prevista a Washington per discutere l’offensiva a Rafah.

La risoluzione è legalmente vincolante?

La diplomatica statunitense Linda Thomas-Greenfield spiega che gli USA si sono astenuti dal votare la risoluzione per la mancanza di un’esplicita condanna di Hamas e degli attentati. Ella ha sottolineato come però gli USA supportassero pienamente alcuni obiettivi critici di questa risoluzione non vincolante e di come il rilascio degli ostaggi porterebbe ad un aumento degli aiuti umanitari. Matthew Miller, portavoce degli USA, ha adottato lo stesso punto di vista. Infatti la Casa Bianca ha annunciato che la sua astensione non rappresenta un cambiamento politico, proprio perchè si tratta di una risoluzione non vincolante. Detenendo un potere significativo sul CdS in quanto membri permanenti, gli USA vedono il passaggio della risoluzione come uno strumento politico più prezioso di un ordine vincolante. 

Come stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza (CdS), può adottare risoluzioni legalmente vincolanti. Secondo l’articolo 25 della Carta “I Membri delle Nazioni Unite convengono di accettare e di eseguire le decisioni del Consiglio di Sicurezza in conformità alle disposizioni del presente Statuto.” Cruciale, in tale articolo, è la parola “decisioni”. Essa preclude la presenza di un linguaggio coercitivo esplicito ai fini della validità legale di una risoluzione. Inoltre, nonostante l’ONU consideri le risoluzioni del CdS parte del diritto internazionale, gran parte dei giuristi internazionali ritiene vincolanti solo quelle adottate esplicitamente sotto il Capitolo VII dello Statuto. Nella risoluzione 2728 la frase “acting under Chapter VII” è assente, dunque coesistono opinioni contrastanti. I funzionari delle Nazioni Unite sostengono essa sia vincolante per Israele, altri paesi non sono d’accordo. 

Cosa dice il diritto internazionale?

Ma è davvero necessaria la presenza di un linguaggio coercitivo o la dichiarazione esplicita d’azione sotto il Capitolo VII affinché una risoluzione del CdS risulti legalmente vincolante? Considerando alcune la prassi della Corte Internazionale di Giustizia, la risposta è no. Nel caso del Sudafrica vs Namibia (Namibia Advisory Opinion, para.113-114), la Corte Internazionale di Giustizia afferma:

  • È stato sostenuto che l’articolo 25 della Carta si applica solo alle misure di esecuzione adottate a norma del capitolo VII della Carta. Non è possibile trovare nella Carta alcun sostegno a tale opinione. L’articolo 25 non si limita alle decisioni in materia di esecuzione, ma si applica alle decisioni del Consiglio di sicurezza adottate conformemente alla Carta […]” 
  • “Il linguaggio di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dovrebbe essere attentamente analizzato prima di giungere a una conclusione sul suo effetto vincolante.”

Su quest’ultimo punto ha fatto leva il rappresentante Sud Coreano in una conferenza stampa nell’affermare il carattere non vincolante della risoluzione. Egli sostiene che l’utilizzo del verbo “esigere, richiedere” (demand in inglese), al posto di “decidere” (decide), renda tale risoluzione non vincolante. Il testo della risoluzione ”chiede esplicitamente un cessate il fuoco immediato per il mese di Ramadan e la liberazione immediata e incondizionata di tutti gli ostaggi” è forte, inequivocabile. L’articolo 25 e l’assenza d’incertezza nel linguaggio lasciano poco spazio al dubbio. La risoluzione è vincolante per tutti i membri delle Nazioni Unite, incluso quindi Israele.

E Hamas? La risposta è più complicata trattandosi di un attore non statale. Nel Kosovo Advisory Opinion (para.117) la Corte Internazionale di Giustizia ha sottolineato che “Nell’interpretare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, la Corte deve stabilire, caso per caso, tenendo conto di tutte le circostanze rilevanti, per le quali il Consiglio di Sicurezza intendeva creare obblighi giuridici vincolanti”. Dunque la richiesta di rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi, presente nella risoluzione, non può che riferirsi ad Hamas, specialmente alla luce delle ulteriori chiamate per “tutte le parti” nello stesso paragrafo.

Gli effetti della risoluzione

Nonostante le speculazioni sul carattere vincolante della risoluzione, la sua efficacia dipenderà esclusivamente dalla volontà di Israele di rispettarla, dal momento che non esistono strumenti coercitivi validi per la sua attuazione. Il governo israeliano è rimasto molto scontento della risoluzione per l’assenza di una condanna esplicita degli attacchi di ottobre e per il fatto che il cessate il fuoco non sia stato subordinato al rilascio degli ostaggi. Dunque, Israele ha deciso di sfidare l’ONU ignorando la risoluzione.

Timori per un’espansione del conflitto

Dall’emanazione della risoluzione ad oggi non sembra essere avvenuto alcun cambiamento significativo nella campagna militare. Al contrario, ci sono fondati timori che la guerra possa allargarsi in Medio Oriente in seguito all’attacco israeliano all’ambasciata iraniana a Damasco. Avvenuta lunedì 1 aprile, ha rappresentato una grave violazione del diritto internazionale che considera ambasciate e consolati come luoghi “inviolabili”. Ha causato tredici vittime tra le quali Mohammad Reza Zahedi, generale delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane. L’ayatollah Ali Khamenei ha minacciato rappresaglie contro Israele, sollevando l’allarme dell’intelligence israeliana e dell’intera comunità internazionale per l’espansione del conflitto. Subito dopo l’attacco centinaia di manifestanti sono scesi in piazza a Teheran per manifestare sventolando bandiere dell’Iran e della Palestina e invocando vendetta. 

La situazione ha continuato a precipitare quando due giorni fa, un attacco aereo Israeliano ha ucciso sette operatori della World Central Kitchen. Una ONG con sede negli USA che si occupa di distribuire aiuti umanitari e che dopo l’accaduto ha dovuto interrompere le proprie operazioni nella Striscia. L’attacco è stato compiuto mentre uno dei convogli della ONG stava andando via da Gaza dopo aver scaricato più di 100 tonnellate di cibo. I loro veicoli sono stati colpiti nonostante i loghi ben visibili e nonostante le loro operazioni fossero state concordate con l’esercito israeliano. Secondo alcune fonti anonime l’attacco sarebbe avvenuto per uccidere un miliziano di Hamas visto salire in uno dei veicoli della ONG.

Tale episodio ha contribuito non poco a far crescere l’indignazione nei confronti di Israele e di Netanyahu il cui governo inizia a traballare anche internamente. Biden ha richiesto un’indagine indipendente per verificare le responsabilità e ha dichiarato di essere “indignato e addolorato”.

Unfortunately, in the last day, there was a tragic incident of an unintended strike of our forces on innocent people on the Gaza Strip. This happens in war”.

Netanyahu

Uno scorcio di speranza

Malgrado la risoluzione non sia servita neanche a garantire un cessate il fuoco temporaneo per il periodo del Ramadan, essa ha assunto un valore politico e morale importante. L’atteggiamento indisposto di Netanyahu, le sue dichiarazioni aberranti e le ultime azioni del suo esercito hanno spostato l’opinione pubblica mondiale e la comunità internazionale verso un sentimento generale di disapprovazione e disgusto nei confronti di Israele.

Il mancato rispetto all’appello delle Nazioni Unite fa traballare lo storico sostegno degli USA. Il Presidente Biden durante una telefonata del 4 aprile con Netanyahu, ha annunciato come il suo appoggio dipenderà da come Israele provvederà a proteggere i civili a Gaza e gli operatori umanitari. Queste dichiarazioni fanno parte di un apparente cambiamento politico del governo statunitense, che in vista delle elezioni e delle crescente pressioni internazionali e mediatiche, non può restare indifferente. Tuttavia queste critiche non hanno impedito all’amministrazione Biden di continuare a vendere ingenti quantità di armi ad Israele.

Probabilmente per il timore di rimanere isolato, il governo di Israele ha ceduto a parte delle pressioni internazionali decidendo di aprire il varco di Erez. Si tratta di una porzione di territorio che collega Israele alla Striscia di Gaza e che insieme all’utilizzo del porto di Ashdod, consentirà l’arrivo di aiuti umanitari nel nord di Gaza. Le Nazioni Unite hanno valutato positivamente, ma con cautela, poiché va prima visto come tale decisione verrà messa in atto. La minaccia iraniana e la perdita della protezione americana hanno fatto entrare questa crisi in una nuova e decisiva fase di cui solamente gli sviluppi successivi potranno determinarne gli esiti.

Rimane comunque la speranza che questa risoluzione possa rappresentare un primo passo politico verso un cessate il fuoco permanente e sostenibile.

“È arduo esagerare la dimensione della devastazione e della distruzione di questi ultimi mesi nella Striscia di Gaza. Buona parte del nord è stato distrutto e almeno l’85 per cento della popolazione è sfollata internamente. Molti palestinesi ed esperti di diritti umani ritengono che ciò sia la conseguenza di una strategia israeliana per rendere Gaza “invivibile”. A ciò si devono aggiungere dichiarazioni che hanno lasciato sgomenti da parte di alcune autorità israeliane in favore dell’espulsione illegale e del trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza, nonché l’aberrante uso di una retorica disumanizzante.
In attesa di una sentenza finale della Corte internazionale di giustizia che dichiari se il crimine di genocidio e altri crimini di diritto internazionale siano stati o meno commessi, un ordine urgente di attuare misure provvisorie sarebbe uno strumento importante per evitare ulteriori morti, distruzioni e sofferenze dei civili e servirebbe a segnalare ad altri stati che non devono contribuire al compimento di gravi crimini contro i palestinesi”

Agnès Callamard.
Irene Pernice
Irene Pernicehttps://www.sistemacritico.it/
Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche sono appassionata di geopolitica, ma mi interesso anche di psicologia e filosofia. Adoro la natura, fare fotografie, viaggiare, leggere e cucinare, non a caso vengo dalla Sicilia.

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