mercoledì, 17 Luglio 2024

Lacrime su water disinfettati: Perfect Days e l’Abitudine.

Perfect Days, il nuovo film di Wim Wenders, è film che ha il sapore dello sciroppo alla fragola: la vita di Hirayama, un normale impiegato in una ditta di pulizie, apre allo spettatore un mondo fatto di calma e riti quotidiani, e scende giù per la gola come un balsamo.

Comfort movie: un’analisi

Wenders crea un film dal sapore intimista perfetto per i nostri tempi, angosciati dal futuro e dall’ampia rosa di crisi in atto. La vita quotidiana di Hirayama, perfettamente distribuita fra lavoro, contemplazione, svaghi e hobby, crea un ritmo sonnacchioso e piacevole da seguire. In un panorama mediale in cui il drama è una presenza costante (the Bear e Oppenheimer hanno stravinto ai Golden Globe), un film con un tono pacato e rilassato come questo è riuscito a scalare e ottenere il primo posto al box office italiano.

Hirayama e Aya, ragazza del collega Takashi, ascoltano insieme una musicassetta

Se Wim Wenders abbia voluto o no fare il film con questa intenzione, all’occhio dello spettatore poco importa: il risultato è un oggetto affascinante, che estrania lo sguardo dall’ipervelocità digitale del presente verso un tempo analogico condito da musicassette, fotografia analogia, letture nella penombra, pranzi nell’atmosfera contemplativa di parchi silenziosi.

Hirayama e sua nipote Niko durante una pausa pranzo.

Perfect days, fra Occidente e Oriente

Nel 1985, Wenders gira Tokyo-Ga, film omaggio all’opera del maestro Yasujiro Ozu, famoso in giapponese per i film dalle storie intimiste, legate al ciclo delle stagioni e delle età (basti pensare ai titoli: Erbe Fluttuanti, Fiori d’equinozio, Tardo autunno) e in Perfect Days l’eredità del cinema di Ozu si raffina, in una storia che dialoga e crea il suo simbolismo fra la cultura di massa occidentale e lo stile di vita dell’Oriente: da una parte le influenze del minimalismo quotidiano di Ozu, dall’altra le continue references alla musica rock anni ’70 e al modernismo, fra Lou reed, Patti Smith e William Faulkner.

Presentato al festival di Cannes del 2023, il successo del film è senza dubbio stabilito dall’attore protagonista Koji Yakuso, che vince la Palma d’oro al migliore attore. Il film sembra, in alcuni momenti, voler muovere una sottile critica alla modernità, ma preferisce non scendere nel didascalico. Le giornate di Hirayama non si susseguono mai davvero uguali a sé stesse. L’illusione della routine è così ben congegnata che i piccoli eventi della quotidianità ci appaiono enormi, e svelano nuovi lati della personalità di Hirayama: il bacio sulla guancia di Aya, l’arrivo della nipote, il gioco delle ombre.

Hirayama nel finale.

Non ricercarla, ma viverla: una lezione sulla felicità

Il film di Wenders non dà una morale, né si propone di dare un messaggio: la sua forza è nella disincantata ma profonda lettura di una realtà semplice e quieta, sulla semplicità dell’attimo da cogliere con la macchina fotografica. Perché Hirayama piange, nel finale? Il protagonista ha appena avuto un’epifania? E se sì, cosa ha capito? La domanda e la risposta si compenetrano, nel finale che lascia con una dolce sensazione addosso.

Enrico Scarsella
Enrico Scarsella
Nato nel '98 a L'Aquila, italo-venezuelano, laureato in Lettere Moderne, studente di Italianistica a Bologna. Drammaturgo mancato dopo un testo fallimentare e uno censurato, ex co-conduttore di un podcast su serie tv, film e musica. Scribacchio per passione corti cinematografici che non vedranno mai la luce e racconti che non avranno mai lettori. Amante delle letterature straniere, anarchico nel midollo, appassionato tanto di Wagner quanto di techno, il mio più grande nemico è il Tempo.

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