venerdì, 23 Febbraio 2024

Milei: come si spiega la sua vittoria e cosa aspettarsi dal nuovo Presidente

Milei: come si spiega la sua vittoria e cosa aspettarsi?
Javier Milei durante un discorso in campagna elettorale. Fonte: AP Photo/Natacha Pisarenko

Chi è Javier Milei

Javier Milei, classe 1970, originario di Buenos Aires. Nonostante le sue radici da economista, è diventato famoso come opinionista televisivo ed è entrato in politica solamente alcuni anni fa grazie al personaggio mediatico che si è costruito. È entrato al congresso nel 2021 per il suo partito “Libertad Avanza” e, dal 19 novembre, è il nuovo presidente eletto dell’Argentina.
È sicuramente una delle figure più controverse degli ultimi anni, ha un atteggiamento aggressivo, prossemica e retorica tanto teatrali quanto inquietanti. Durante la corsa alle elezioni ha espresso idee radicali su qualsiasi argomento: dai diritti civili alla vendita degli organi, dalla privatizzazione dei servizi alla religione. Al centro della sua campagna elettorale ci sono soprattutto questioni economiche e una feroce critica alla “casta politica corrotta” argentina.
Tra le sue proposte si trovano: l’abolizione della legge sull’aborto, il commercio libero di armi da fuoco, il commercio legale di organi umani, e la dollarizzazione.
Al di là di un’analisi sulla legittimità o meno delle sue proposte è interessante capire come si spiega la sua vittoria e cosa aspettarsi dal nuovo Presidente.

La matrice populista latinoamericana

Per comprendere il fenomeno Milei è fondamentale capire cosa c’è stato prima. Il nuovo presidente è, infatti, frutto di una reazione all’attuale sistema politico ed economico argentino. I fenomeni populisti hanno alla base visioni messianiche; in particolare, quelli latinoamericani sono figli di una tradizione animista e illiberale estremamente antica. Culturalmente il costituzionalismo liberale, il liberalismo e la secolarizzazione sono nemici ed esiste una vera e propria ideologizzazione del pauperismo. La narrazione populista è fatta di dicotomie: c’è una realtà di bene contro male e buoni contro cattivi. In questo meccanismo non esistono vie moderate. Come ci mostra la storia, per vincere le elezioni in Argentina, il populismo è una conditio sine qua non. Questa volta ad averla vinta è stato un populismo diverso; sicuramente altrettanto lesivo, ma diverso. 

Il ventennio kirchnerista 

Dal 2002 al 2013 il peronismo kirchnerista ha avuto vita facile grazie al boom dell’export di soia che ha portato grandi ricchezze al paese. Ricchezze che furono sperperate tra investimenti fallimentari in spesa pubblica, assistenzialismo e corruzione. L’inflazione iniziò a salire e, finito il “miracolo della soia” il paese crollò rapidamente e la povertà ebbe un’impennata vertiginosa. Ad eccezione della finestra moderata di Macrì, il kirchnerismo e il suo castello di corruzione sono rimasti al potere per 20 anni. Se consideriamo ciò, diventano sempre più chiare le ragioni del successo di Milei. 

Il baratro economico

Analizzando l’economia la situazione è grave a livelli inimmaginabili. Il Paese è fermo da un decennio; l’inflazione sfiora il 150% e i prezzi si aggiornano quotidianamente. Ancora, un dollaro vale 1000 pesos: non sorprende se la proposta di Milei di dollarizzare è così attraente agli occhi degli argentini, soprattutto se lo sfidante alle elezioni era il ministro dell’Economia Sergio Massa. Analizzando i dati dei voti, emerge una preferenza per Milei nelle aree centrali più produttive, mentre le aree in cui spopolano i sussidi statali il prediletto è Massa. Ancora, non stupisce se buona parte della popolazione che paga le tasse è attratta da una privatizzazione della sfera pubblica, in una realtà dove non esistono una sanità e un’istruzione decenti. È diventata una questione di sopravvivenza.

Sergio Massa e Javier Milei. Fonte: Il Fatto Quotidiano

Per cosa hanno votato gli argentini?

Alla luce di tutto ciò è possibile leggere la scelta degli argentini non tanto, o comunque non completamente, come un sostegno a Milei, ma come un voto contro tutto quello che c’è stato prima. In questo voto si legge tutta la rabbia, la delusione e lo sfinimento verso quella classe politica che ha spinto il paese in una delle sue più profonde crisi. Milei, aiutato dal suo modo di fare, si è presentato come un salvatore, come il vero rappresentante del popolo. Con i suoi modi violenti ha incarnato la rabbia popolare e con i suoi discorsi si è presentato come alternativa alla crisi e alla classe politica che l’ha causata. Come già detto, si è semplicemente passati da un populismo all’altro. 

Cosa possiamo aspettarci

“Tra dire e fare c’è di mezzo il mare”. Questo detto è ancora più vero per Milei. Per quanto gravi e radicali le sue affermazioni e proposte siano state, è chiaro che non riuscirà a realizzarle se non parzialmente e anche in quel caso sarà un’impresa difficile. Lui stesso ha già affermato che passeranno anni prima che venga introdotto il sistema di incentivi tramite voucher nell’istruzione e sanità. La sua rappresentanza al Congresso è minima: il suo partito controlla solamente 38 dei 257 seggi alla Camera e 8 su 72 al Senato. Questo lo rende un presidente molto debole e costretto a negoziare molte, se non la totalità, delle sue idee. Per questo motivo è difficile che rappresenti una minaccia alla democrazia come tanti sostengono; d’altronde, la gravità delle sue affermazioni non è poi così lontana da parole e azioni dei leader precedenti. Basti ricordare che una figura come Cristina Kirchner ha sostenuto pubblicamente che la divisione dei poteri fosse solo una “remora” della rivoluzione francese. 

A questo punto è possibile che le ali più moderate del peronismo cerchino un’intesa con Milei. È ancora più probabile che il peronismo kirchnerista gli si opporrà con ogni mezzo possibile. Dal lato suo Milei è privo di esperienza in ambito politico. Per poter governare dovrà senza dubbio accettare innumerevoli compromessi e moderare di molto toni e teatrini. 

La vittoria di un personaggio omofobo, demagogico, reazionario e retrogrado come Milei può sorprendere, sì, ma fino ad un certo punto. Occorre analizzare e tenere a mente la profondità delle ferite argentine: le ferite di un Paese che, da un lato si sente tradito da una classe politica rimasta al potere un ventennio; dall’altro è ancora troppo legato e sensibile a retoriche populiste che nascondono troppa poca sostanza. Sicuramente questa non è una vera vittoria per gli Argentini ma, forse, non lo sarebbe stata nemmeno con un presidente come Massa. 

Elisa Vannucci
Elisa Vannuccihttps://www.sistemacritico.it
Classe 2001. Studio Scienze Internazionali e Diplomatiche all' Università di Bologna; mi piace osservare le persone attorno a me e imparare da loro cose nuove. Sono molto pragmatica e testarda, appassionata di buona cucina e sport acquatici; non a caso sono romagnola.

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