L’esame di maturità è una pietra miliare che segna la fine di un percorso iniziato in un giorno di settembre, quando, con occhi pieni di curiosità e un grembiulino profumato di bucato ci siamo seduti in un banco troppo piccolo per contenere l’entusiasmo infantile. Se la vita fosse letteratura, la scuola sarebbe un Bildungsroman, un “Romanzo di formazione” che, in tredici anni trasforma un bambino in adulto, con salite e discese lungo il cammino che lo rendono pronto alla prova finale.

La maturità è l’ultimo scalino da affrontare, per godersi una nuova vista da un punto più alto, attimi di ebbrezza prima di scoprire che la vastità dell’orizzonte sa essere insidiosa e pesante da sostenere, piena delle nuove sfide e dei problemi del “mondo dei grandi”.

Bisogna esserne preparati, in modo da portare con sé un po’ di sicurezza e di forza per affrontare quello che il destino ha in serbo per noi.

Risulta palese comprendere che semplificare l’ultima prova di tale percorso, banalizzandone l’uso e il valore è dolorosamente rischioso. La scuola italiana ha sicuramente bisogno di un cambiamento, ma il vero problema non è la maturità, che al massimo è il riflesso di un sistema già di base mal funzionante.

Tra i geniali provvedimenti in merito alla nuova maturità, il primo riguarda l’ammissione all’esame: non sarà più richiesto avere sei in tutte le materie,  già fin troppo generoso visto il meraviglioso dilagare del sei politico, che permette anche a chi apriva libro l’ultima settimana di scuola di passare da quattro alla sufficienza, grazie ad un fantomatico “compito di recupero”.

Basterà avere la media del sei, comprendente anche il voto in condotta, il quale raramente scende al di sotto dell’otto. Il risultato delle prove Invalsi,  obbligatorie da svolgere durante l’anno, non influirà sulla media finale.

Addio terza prova, la più temuta di tutte. Sono ben consapevole di quanto fosse faticosa e pesante, più da preparare che da fare, ma eliminarla definitivamente evita che un ragazzo sviluppi la capacità di trattenere tante informazioni per poi esprimerle in maniera sintetica ed esaustiva e ad avere una panoramica generale dei fenomeni.

Ognuno di noi ha un universo dentro, che la scuola dovrebbe essere capace di tirar fuori e non inibire ogni interesse per tutto ciò che non sia materia di studio. Ebbene, dopo cinque anni in cui molti ragazzi si vedono costretti ad abbandonare ogni attività extrascolastica per concentrarsi solo sui capricci dei professori,  l’orale di maturità concedeva 10 minuti di orologio per parlare di un tema liberamente scelto e articolato dall’allievo: la tesina. Era comunque troppo poco tempo ma almeno dava, finalmente, l’opportunità di raccontarsi. Dal 2019 neppure più questo, si richiederà di articolare una relazione sulla propria esperienza di alternanza scuola-lavoro, un altro provvedimento che sta riscuotendo notevoli critiche e lamentele anche da parte degli studenti. Del resto,  perché raccontare di una passione alla commissione d’esame quando si possono illustrare 400 ore di servizio gratuito svolte in un McDonald’s, o trascorse facendo fotocopie in un ufficio, mascherate dal presupposto che saranno utili per trovare lavoro un domani?

Premiare personalità piatte capaci di svolgere un lavoro parcellizzato anziché di riflettere criticamente sull’esistenza. È dall’Umanesimo che la pedagogia ripete che il fine dell’educazione sia sviluppare spirito critico, siamo nel 2017 e ancora bisogna ripeterlo. Forse, arriverà un momento in cui si perderà la voce, e a quel punto la scuola diventerà un recinto di contenimento per capre al pascolo.

 

 

Valentina Basili