Haunt me, then! Be with me always.
Ad accogliere gli albori dell’attuale annata cinematografica sono le languide braccia fasciate in latex di Wuthering Heights, diretto da Emerald Fennell. La pellicola, presentata in première al Grauman’s Chinese Theatre di Los Angeles il ventotto gennaio, è stata poi distribuita nelle sale cinematografiche mondiali a partire dal tredici febbraio, suscitando un certo clamore e recensioni contraddittorie.
Il cast conta Margot Robbie, nel duplice ruolo di attrice e coproduttrice, che insieme a Jacob Elordi offre il volto agli amanti protagonisti: Catherine Earnshaw e Heathcliff, affiancati da Hong Chau, Shazad Latif, Alison Oliver, Martin Clunes e Ewan Mitchell. L’occhio esperto di Linus Sandgren (vincitore nel 2016 agli Academy Awards, ai BAFTA e ai Critics’ Choice Awards per la cinematografia di La La Land) modula le evocative nebbie dello Yorkshire per riflettere la violenta dinamica umana che si svela, suggellando una seconda collaborazione creativa con la Fennel dopo il successo di Saltburn (2023).
L’accompagnamento musicale, affidato a una frizzante cooperazione di Anthony Willis e Charlie XCX, ci introduce a un film che profetizza un CULT già solo dalle prime note. È tuttavia il dipartimento dei costumi a essere il cuore pulsante dell’opera. Grazie alla maestria di Jacqueline Durran (tra i suoi lavori più celebri figurano la versione di Orgoglio e Pregiudizio del 2006 e quella di Anna Karenina del 2013), l’abito diviene un attore.
A peace with you is worse than war.
Emotivo, turbolento, spontaneo, osso, sangue, capelli, chiffon, corsetti, spacchi di epidermide scoperta, nastri, milkmaid, opulenza, plastica, morte, bambole, merletti. La preparazione tecnica del design si avverte in ogni elemento. La psiche dei personaggi viene adagiata sui loro corpi con una sfrontatezza studiata.
Catherine la selvaggia, vanitosa, sadica e volubile, si libera e si imprigiona: dalle ampie gonne della giovinezza, seguendo la linea sanguigna dei nastri che le decorano i capelli e ne segnano il passaggio alla maturità fisica, si avvicendano gli elaborati abiti appartenenti a un’élite. L’oppressione sessuale si intuisce nei tessuti rigidi, nei tripudi di texture che enfatizzano ma non permettono. Prima della parola arriva la stoffa. Il modello simil-nudo, di ispirazione Mugler, utilizzato nella rappresentazione della prima notte di nozze, è uno degli esempi più riusciti di modulazione e di ammiccamento. Catherine non è mai nuda; è il cambio delle sue vesti a suggerirci l’eros.
Una palette rossa e nera che realizza quel leopardiano verso: Fratelli, al tempo stesso Amore e Morte. Heathcliff sboccia nell’ingabbiarsi: per lui, abiti fortemente realistici, suggeriti dal testo “The Costumes of Yorkshire”. Un uomo che gode nella propria rivalsa sociale, che si desidera ben vestito, al passo con le tendenze dell’epoca. Eppure quel dettaglio del dente d’oro lo rinchiude in una dimensione macchietistica: non appartiene alla serietà.
Le pareti di carne. I vetri appannati. Lo stridio dei muri in pietra, il gemito dei pavimenti. L’architettura ci seduce.

Whatever our souls are made of, his and mine are the same
Quell’anima condivisa non riesce, purtroppo, ad emergere come si vorrebbe. “Cime Tempestose” fatica a camminare, inciampa in uno strascico troppo lungo, si squarcia sotto un roboante eco. L’ispirazione è chiara, la resa meno. A smussare i contorni aguzzi di una figura si finisce per crearne un’altra. L’obiettivo della Fennell è esplicitato da lei stessa in un’intervista a Vogue: realizzare la visione di un’adolescente alla prima lettura del romanzo. Ma come pubblico, ci viene richiesto di indossare panni troppo stretti.
La dinamica del passaggio dalla fanciullezza all’età adulta tra Heathcliff e Catherine è, a mio parere, ben rappresentata. La presa di coscienza di un sesso diverso si diffonde come una sensazione aliena e morbida. Eppure, come si raggiunge una dinamica più adulta, i contorni dei personaggi sfumano. Il sadismo di Heathcliff è un pallido ricordo; Elordi fatica immensamente nel ruolo. La volubilità di Catherine assomiglia a un capriccio infantile, nonostante il bel lavoro di Margot Robbie. Edgar si spegne in un personaggio grigio, dimenticabile. Il credito va sia alla performance di Alison Oliver nel ruolo di Isabella Linton sia alla regia per aver costruito un personaggio impenitente e inaspettato.
Forse sono gli occhi innamorati di quell’adolescente che legge, a non curarsi della lotta di classe, del pregiudizio che deumanizza Heathcliff, dell’oppressione morale. Scardinando gli elementi vitali dell’essenza di un’opera, non si fa altro che impoverire il risultato. Viene in soccorso quel virgolettato che ci ricorda che l’opera è liberamente ispirata. Ma allora ci si potrebbe domandare: serviva riesumare la Brontë per raccontare di un travagliato amore in abito d’epoca?
“Catherine Earnshaw, I will love you ‘til the day that I die, and forever after”
Dunque, questo articolo sconsiglia la visione? Assolutamente no. Wuthering Heights è un film da vedere. Per quelle ombre che danzano dietro i vetri smerigliati, le cuciture sapienti dei pizzi, i primi piani sui dettagli dell’epidermide. Si consiglia di maneggiare la pellicola con cautela. Non consigliato agli accaniti lettori in cerca di veridicità. Godetevi un banchetto oculistico di colori e forme. Apprezzate l’arte della ripresa e degli abiti, se siete, anche solo di un po’, miei simili, ne uscirete ripensando alla vostra Barbie Happy Holidays e invidiando quel tripudio di gonne e paillettes che indossa. E poi, forse, una volta tornati a casa, cercherete di convincere chiunque sia davanti a voi ad afferrarvi per i lacci di un invisibile corsetto. Questo poi spetterà a voi raccontarlo.
