“Mentre gli oggetti si globalizzano, i soggetti si tribalizzano” questa citazione del filosofo francese Regis Debray sintetizza (e generalizza) efficacemente il sentimento dell’uomo tipo del 2017. In quest’epoca di incertezza per il futuro ci sentiamo costantemente minacciati dai nemici stranieri; non importa che siano precisamente delineati, possono essere i migranti coi barconi che alloggiano con i nostri soldi negli hotel, il governo tedesco che ci impone ordini da rispettare nascondendosi dietro le istituzioni dell’Europa, le multinazionali che impoveriscono le imprese locali… Di fronte all’apertura globale dei mercati e dell’informazione, l’uomo medio sente il bisogno di rinsaldare la propria identità nazionale. Da qui si spiega la rinascita dei movimenti populisti, nazionalisti, di estrema destra che stanno scalando le statistiche politiche e sono a un passo da conquistare il governo in numerosi Stati europei, e non solo. Il bisogno di tracciare dei confini che separino “noi” da “loro”, in questa accezione gli stranieri, è insito nella natura umana che teme le insidie di cui è portatrice la diversità.

Ma questa diversità è sempre e necessariamente un male? Ogni cultura è cresciuta e si è trasformata anche grazie alla condivisione di elementi provenienti da altre realtà, da tradizioni di altre popolazioni. In antropologia culturale questo passaggio di caratteristiche culturali viene definito diffusione. Questo fenomeno è talmente comune da ritenere, a ragion veduta, che la maggior parte delle caratteristiche riscontrate in ogni società ha avuto origine in un’altra. Un esempio lampante di questo melting-pot ci è fornito dall’Impero romano che è stato fortemente influenzato dalle usanze dei popoli con cui veniva in contatto: innanzitutto i greci, ma anche gli etruschi, i sabini e i latini, che preesistevano alla fondazione di Roma, nei territori laziali. I romani sono stati lungimiranti poiché non hanno annichilito la cultura delle popolazioni conquistate. La romanizzazione, seppur spesso forzata, non implicava l’obbligo all’uso della lingua, del diritto e della religione romana, ma lasciava ampio spazio alle consuetudini locali.

Per riuscire a superare la diffidenza con cui ci rapportiamo allo straniero bisognerebbe cominciare a vedere le differenze culturali non come un confine, ma come un arricchimento. Più che tolleranza, ci vorrebbe comprensione reciproca. Tuttavia, mentre mangiamo un kebab, solleviamo un sashimi con le bacchette, risparmiamo su Amazon, siamo cioè immersi in un villaggio globale, continuiamo a lamentarci di questa “invasione”.

La globalizzazione ci piace finché ci fa comodo.

 

Giulia Della Martera