I baffi è uno dei primi romanzi di Emmanuel Carrère, scrittore francese che ha costruito la sua opera sulla sottile linea tra realtà e finzione. In poco più di centocinquanta pagine, Carrère racconta una storia che nasce da un dettaglio effimero: un uomo decide di radersi i baffi, quasi per scherzo. In lui si manifesta un’idea travestita da gioco: se, al ritorno della moglie, la sorprendesse senza baffi? E così, mentre Agnès scende a fare la spesa, lui coglie l’occasione. Si chiude in bagno, si mette davanti allo specchio sopra il lavandino e, con un gesto rapido ma esitante, prende le forbici. Inizia a radersi. Quando lei torna, in lui non c’è più la voglia di farsi trovare, ma una strana e nuova vergogna che lo spinge a nascondersi. Ecco che il gioco non è più solo gioco: dallo scherzo scaturisce qualcosa di nuovo, un’alterità inquietante, un sé che sparisce con i suoi baffi.
Dalla crepa all’abisso
Da un gesto innocente, la storia prende forma. La moglie, rincasata, non ha alcuna reazione: è come se lui non avesse fatto niente, se fosse rimasto sempre lo stesso, se non si fosse raso. Ecco che il protagonista pensa che lei gli stia facendo uno scherzo, mentre lui ha iniziato a risponderle con la stessa modalità di gioco. I pensieri si aggrovigliano: nemmeno gli amici reagiscono; nessuno nota niente. Il suo gesto è invisibile agli occhi degli altri. Che tutti lo stiano prendendo in giro? Che sia un qualcosa ordito dalla moglie, uno scherzo anticipato sul suo? I pensieri si aggrovigliano, le paranoie crescono, il senso d’identità sfuma. Al suo tentativo di porre fine allo scherzo, Agnès risponde inquieta: «Lui non ha mai avuto i baffi. Al centro della storia non c’è l’azione, ma lo scarto. Ed è nello scarto tra ciò che si vede e ciò che il mondo nega che la follia si insinua. Il protagonista si aggrappa alla realtà come a una prova da difendere, ma più insiste, più il mondo sembra non vederlo.
La crisi dell’identità: quando l’io non trova conferme
Il romanzo mostra una verità semplice e devastante: l’identità non è più soltanto interna, ma si costruisce nello sguardo degli altri. Senza conferma, l’io si sfilaccia. Il protagonista diventa un investigatore del reale, ma ciò che trova è solo la disparità tra ciò che sente e ciò che il mondo gli restituisce. Più il protagonista si sente tradito dagli altri, più le persone intorno a lui assumono tratti grotteschi ed emotivamente distorti. All’inizio è convinto che sia la moglie a essere fuori di senno, non lui. Poi il sospetto si allarga: esiste un complotto per farlo dubitare di sé, per renderlo folle. L’amore che lo lega alla moglie diventa qualcos’altro: la loro intimità si macchia della minaccia, della paura di essere da solo contro tutti. In lui cresce un impostore che vuole essere creduto, un estraneo che non sa più cosa sia reale o no: vive nell’ambivalenza, proteggendo i propri frammenti di verità o abbandonandosi all’altro, anche quando quest’ultimo distrugge l’idea di sé?
Da Carrère a Pirandello: la maschera che cade
Il legame con Pirandello è naturale: come in Uno, nessuno e centomila, l’identità collassa quando l’immagine di sé non coincide più con quella restituita dall’esterno. Carrère, però, spinge ancora oltre: non è soltanto il personaggio a vacillare, è la realtà stessa a incrinarsi. Il dubbio non è più soltanto “chi sono?”, ma “cos’è vero?”. In questa solitudine forzata, miseria e umanità diventano complici: il protagonista oscilla tra aggressività e resa, tra il desiderio di abbandonarsi al caos e l’urgenza di difendere ciò che gli rimane di sé.
I baffi: maschera e attualità
Nell’epoca dell’immagine, dei profili, delle versioni di sé continuamente esposte, la domanda è urgente: quanto di ciò che si è davvero proprio? Basta una smentita, uno scarto narrativo, un ricordo non condiviso, e la realtà sembra sfuggire. I baffi parlano con il presente perché raccontano la fragilità di sentirsi reali. Carrère non offre risposta. Lascia il lettore nel punto esatto in cui si trova il protagonista: sospeso. La verità non viene rivelata, la follia non viene diagnosticata. Ciò che rimane è una domanda che non si chiude: quanto del sé dipende dallo sguardo dell’altro? E cosa accade quando quello sguardo smette di corrispondere a ciò che si pensa di essere?
Carrère si chiese: cosa succede quando la maschera cade?
