Nel mare magnum di serie televisive che anche quest’anno hanno colonizzato i nostri schermi grandi, piccoli e piccolissimi, due show sembrano giocare una partita a parte. Entrambi prodotti da Apple TV, Severance (tradotto in italiano con il titolo Scissione) e Pluribus si distinguono per storytelling entusiasmante, cinematografia ottima e capacità di penetrare nell’immaginario contemporaneo con forza dirompente.
Dal momento che con ogni probabilità esiste da qualche parte un girone dell’inferno per chi si macchia di spoiler, non si intende qui inciampare in tale tremendo peccato. Piuttosto, si cercherà di riflettere su come l’impianto sci-fi che questi due show condividono riesca perfettamente a funzionare da modello metaforico di questioni spinosissime del nostro presente.
Altro che dischi volanti, direbbe qualcuno che conosco.

What if?
Uno degli aspetti più affascinanti dell’atto della narrazione è che la storia, ogni storia, si origina da una premessa così facile che ce la siamo trovata in bocca tutti fino a una certa età.
Facciamo finta che.
Da questo innocente modo di dire si innesca un cataclisma ontologico in grado di farci saltare dall’ordine delle cose che sono così come, indiscutibilmente, sono al marasma delle cose possibili. Per fare un esempio famoso, non c’è alcun dubbio (almeno per chi si annoia a sentire le vecchie teorie del complotto) che per andare sulla luna l’uomo abbia dovuto aspettare il XX Secolo e che in nessun caso -fino a prova contraria- questo movimento intergalattico sia avvenuto sulle spalle di un ippogrifo. Eppure, Ludovico Ariosto con un bel facciamo finta che ha spedito Astolfo sulla luna già nel Cinquecento, e noi tutti fortunatamente gli abbiamo creduto e ancora gli crediamo.
Se, potenzialmente, un facciamo finta che vale l’altro, nel senso che posso scrivere una storia tanto sul fatto che ieri sia andata dal fioraio quanto facendo finta che nel mezzo del cammin della mia vita mi sia ritrovata a esplorare l’aldilà, quando si entra in ottica produttiva, alcuni facciamo finta che valgono più di altri. Budget a sette o otto cifre hanno bisogno di una premessa narrativa a prova di bomba. E per a prova di bomba si intende che il what if –variante americana del nostro facciamo finta che– sia tanto originale e accattivante quanto semplice da capire.
Pluribus e Severance, mondi possibili
Operazione più facile a dirsi che a farsi, costruire una storia in grado di rivelare l’universale nel particolare sapendo parlare a un pubblico vastissimo è impresa ardua. Molti prodotti più o meno scadenti lo dimostrano. Ma non è questo il caso di Severance e Pluribus, serie destinate a fare scuola da questo punto di vista. Entrambe queste storie infatti, nonostante diano vita a universi stratificati che permettono di guardare al presente da prospettive inedite senza per questo banalizzare, poggiano su intuizioni narrative estremamente sofisticate ma altrettanto immediate.
Ma, soprattutto, entrambi questi facciamo finta che sono pertinenti all’universo sci-fi.
In teoria della narrazione si parla da qualche decennio di universi finzionali intesi come mondi possibili. Come si può facilmente intuire, alcuni mondi possibili sono più simili al nostro -il mondo reale che esperiamo come esseri umani- di altri. Secondo questa prospettiva, le opere che parlano secondo le leggi della realtà che tutti conosciamo producono mondi possibili realistici. Viceversa, quando in una storia c’è un qualsiasi elemento che viola queste leggi (un tappeto volante? una bacchetta magica? una creatura mostruosa?) il mondo possibile entra in uno spettro di alterazioni che si descrive con il nome pigliatutto di fantastico. Lo sci-fi o fantascientifico non è che una declinazione specifica del fantastico in cui l’alterazione della realtà è prodotta da elementi tecnico-scientifici come invenzioni, alieni o cyborg. A lungo bistrattato ingiustamente, il genere sci-fi ha nel corso degli ultimi decenni assunto dignità prima e prestigio poi, consacrandosi come una delle strategie di interpretazione più efficaci nel confrontarsi con le questioni etico-sociali sollevate dalle nuove frontiere del progresso.

Pluribus
Anche a voler rivelare qualcosa, nel caso di Pluribus sarebbe semplicemente impossibile dal momento che finora sono andate in onda solo poche puntate. La serie segna il ritorno alla TV del leggendario Vince Gilligan, creatore di quelle pietre miliari della serialità che sono Breaking Bad e Better Call Saul.
Per dirla con le parole di Gilligan, Pluribus è la storia della donna più triste del mondo che cerca di strappare via la felicità del resto dell’umanità. In effetti, uno degli aspetti più interessanti -e coraggiosi- di questa serie è la sua protagonista che, detta come va detta, è abbastanza antipatica. Scrittrice dalle ambizioni frustrate costretta a pubblicare romanzi rosa di bassa leva, sarcastica fino al midollo, nevrotica e aggressiva, Carol non è di certo un personaggio che si sa far voler bene. E probabilmente la sua vita sarebbe andata avanti nella sua maniera un po’ sopra le righe, tra un bicchiere di troppo e un altro snervante firmacopie per il suo pubblico di donne di mezz’età, se non fosse che all’improvviso tutti sono uno e lei no.
Nell’universo di Gilligan infatti, dal giorno alla notte, l’intera umanità si fonde in un’unica mente alveare che condivide conoscenze, ricordi e pensieri. Ma non è tutto. Loro sono tutti incredibilmente cordiali, sinistramente gentili e sempre dannatamente felici.
Tutti tranne Carol, misteriosamente e miserabilmente esclusa dalla straordinaria fusione.
Severance
Diverso il discorso per Severance, show per cui di spoiler se ne potrebbero fare e anche molti, visto che sono già state messe in onda le prime due stagioni. E si potrebbero fare molti spoiler anche perché Scissione è una serie con una mitologia complessissima in cui ogni dettaglio (e ci sono canali Youtube interamente votati a queste analisi) è la tessera di un puzzle mastodontico. Eppure, questa struttura poderosa poggia su un’intuizione semplicissima: cosa succederebbe se si potesse recidere la vita privata dal lavoro?
Ebbene, nell’universo di Severance questo è possibile grazie a un’operazione chirurgica al cervello.
Il risultato? I dipendenti di una grossa multinazionale varcano la soglia del loro ufficio perdendo ogni coscienza di chi sono al di fuori di quelle porte. Quando timbrano il cartellino d’uscita, invece, non hanno la minima idea di cosa abbiano fatto in quelle ore. In altre parole, non sanno quale sia il loro lavoro. Quello che potrebbe apparentemente sembrare il miraggio di un mondo in cui si realizzi finalmente appieno la speranza di una vita libera dalla produzione (dal momento che il soggetto esterno non ne ha alcuna percezione) si ribalta presto in una specie di inferno contemporaneo.
D’altra parte, il soggetto interno generato dalla scissione (ovvero il lavoratore) è nato in quell’ufficio e solo in quell’ufficio vive, non ha mai conosciuto altri che non siano colleghi e non ha idea di cosa ci sia fuori di lì. Il prezzo di una coscienza libera è, dunque, una parte del soggetto completamente schiava del lavoro perché solo nel lavoro essa esiste. Senza contare, poi, che neanche l’interno ha molto chiaro che cosa faccia mentre sposta strani numeri in altrettanto strane caselle sullo schermo del computer. D’altro canto, Il lavoro é misterioso e importante. Ma, come si è detto, qui non si anticipa nulla.
Fantascienza e paradossi attuali
Per i più affezionati al genere sci-fi (e, in generale, la speculative fiction tutta), il fatto che questo genere si presti così bene a rappresentare i paradossi delle ideologie contemporanee non è una novità. Senza andare troppo lontano, si pensi anche semplicemente al filone della fantascienza italiana degli anni 60 e 70 che, insieme a molti film ingiustamente considerati di serie B, ha prodotto un capolavoro come La decima vittima di Elio Petri.
Ma per restare anche solo in ambito televisivo, non si può non citare il classico dei classici, la serie antologica The twilight zone, che a partire dal 1959 ha esplorato le varie declinazioni dell’incontro dell’uomo con l’ignoto. É chiaro che la fortuna del genere proprio nei decenni in cui in Occidente si affermavano definitivamente consumismo, nuovi media e le innovazioni tecnologiche a portata di massa non sia un caso.
Si può dire che per tenti versi lo sci-fi sia un genere che, in virtù di quel salto ontologico che è il facciamo finta che, permette, tra le altre cose, di portare alle estreme conseguenze dinamiche, paure e contraddizioni insite in un’epoca storica. Questo accade rendendo possibile ciò che nella nostra realtà è (ancora) impossibile: in questo modo i racconti sci-fi agiscono da potenti modelli più o meno allegorici della condizione dell’umano nello scenario economico, sociologico e tecnologico attuale.
A questa tradizione sono debitrici serie complesse che hanno avuto un grandissimo successo come X-files (a cui peraltro Gilligan ha lavorato come sceneggiatore), Westworld e soprattutto l’acclamata Black mirror. E adesso questo albo d’oro vede protagonisti proprio Severance e Pluribus.

Uno contro tutti, uno sono tutti
Ma veniamo quindi al dunque.
Se da un lato, per quanto molti dei suoi misteri rimangano ancora nebulosi, nel caso di Severance è possibile fornire una lettura interpretativa di fondo ormai piuttosto chiara, nei confronti di Pluribus si possono fare solo delle ipotesi che ruotano intorno al nucleo indivualismo/massificazione. Infatti, lo storytelling della serie procede a esplorare la frontiera dell’isolamento del soggetto che non è uniforme al gruppo nel modo più estremo possibile: Carol è tragicamente separata dalla mente alveare che ingloba tutto il resto del genere umano. E la sua è una solitudine doppiamente drammatica perché non solo deve sopravvivere allo shock di questo processo che la esclude letteralmente dal resto dell’umanità, ma anche perché in nessun modo vuole integrarsi alla mente alveare rinunciando alla propria identità.
Ma quella che poteva essere la storia piuttosto scontata dell’eroina che vuole salvare il genere umano dall’omologazione più profonda immaginabile, viene mefistofelicamente ribaltata da Gilligan. Gli altri, tutti gli altri, sono felici come mai sono stati prima della fusione. E allora la disperata volontà di Carol di mettere i bastoni tra le ruote alla mente alveare, non è anche leggibile come l’ultimo atto disperato di una donna sola ed egoista ?
E pluribus unum
Il sottotesto di critica sociale della serie è inoltre presente fin dal titolo: Pluribus è una parola latina proveniente dalla locuzione latina e pluribus unum, che significa letteralmente “da molte cose una cosa sola“. Oltre all’evidente e sinistro richiamo alla mente alveare dello show, questa frase è celebre per essere presente sulle banconote americane.
Ecco dunque, che la dicotomia individualismo/massificazione viene immersa nello scenario della società tardocapitalista e iperconsumista degli USA, nella quale ha da tempo raggiunto una polarizzazione esplosiva. Senza contare poi che, a un livello di lettura ancora più astratto, la mente alveare di Pluribus, con i suoi modi affabili e la conoscenza condivisa delle menti, per molti versi ricorda una sorta di Intelligenza Artificiale con gambe, braccia e volto sorridente.
In questa visione delle cose Carol, anti-eroina da manuale, non è che l’ultimo baluardo dell’umano che rappresenta metaforicamente il senso di finitudine rispetto alle sconfinate possibilità dell’IA.
Non ci resta che augurarle buona fortuna.

Interno/Esterno
Se anche in Severance il conflitto rappresentato è quello tra soggetto e struttura, la mossa geniale della serie è stata quella di iniettare tale scontro direttamente nelle profondità del soggetto attraverso la manipolazione sci-fi. Il procedimento della scissione infatti ha come esito la creazione di un soggetto altro rispetto all’individuo di partenza. Questo soggetto, chiamato interno o innie, ha a sua volta una propria personalità altra, dei propri modi altri e soprattutto dei desideri altri rispetto al suo esterno.
E allora, quello che doveva essere un ordine gerarchico in cui l’interno è subordinato all’esterno che lo ha creato, è ancora accettabile in termini etici? Questo soggetto interno è o non è da considerarsi come una persona vera e propria? E se sì, perché mai un individuo imprigionato nell’inferno kafkiano del suo ufficio dovrebbe accettare la propria condizione? Ma soprattutto, che tipo di mondo è quello in cui l’unica a beneficiare davvero della drammatica scissione del soggetto è la multinazionale per cui lavora?
La genialità dell’impianto di partenza di Severance è quella di aver saputo distillare drammatiche problematiche del struttura socio-economica tardocapitalista quali alienazione, bilanciamento vita-lavoro e sfruttamento coatto in una formula fantascientifica tanto semplice quanto paradossale.
In ultima analisi, infatti, il piccolo dispositivo che viene impiantato nei lavoratori scissi non è che l’estremizzazione iconografica e disturbante del sogno di poter lavorare senza vivere e vivere senza lavorare. A prezzo di fare un patto col diavolo.
