martedì, 21 Maggio 2024

La crisi del modello assimilazionista in Francia

I recenti fatti di cronaca avvenuti in Francia forniscono lo spunto per un’importante riflessione. Le rivolte a seguito dell’uccisione del giovane Nahel non hanno cause univoche o facilmente rintracciabili. Oltre alla pluri-dibattuta questione delle armi e del loro uso da parte delle forze armate, andando più a fondo, emerge una problematica radicata nella società francese: il modello assimilazionista è in crisi.

Prima di trattare di questo, però, è necessario delineare alcune delle differenze tra questi eventi e quelli avvenuti in passato. Diversamente dalle rivolte del 2005 infatti, queste non riguardano prevalentemente le banlieue, ossia i quartieri più poveri ed emarginati. Se al tempo le agitazioni potevano essere, comunque erroneamente, ricondotte solo a problematiche quali disoccupazione e povertà, oggi questo è, in definitiva, non più possibile. 

Rivolte in Francia dopo la morte di Nahel
Rivolte a seguito della morte di Nahel – Fonte: Ansa

Il modello di integrazione assimilazionista

Sin dal periodo coloniale, la Francia è stata emblema del modello assimilazionista. All’epoca, esso si concretizzava con l’istituzione di colonie ad immagine e somiglianza dello stato francese. Oggi, invece, vi è la volontà di creare una comunità di cittadini eguali, al di là della posizione sociale, economica e culturale dei singoli. Questo modello di integrazione può essere però analizzato da due prospettive diverse. Da un lato, c’è il carattere universalista ed egualitario; dall’altro, emerge la tendenza all’uniformazione e alla privazione della libertà culturale e religiosa dei singoli. Questo modello, unitamente alle politiche di cittadinanza estremamente generose che sono state portate avanti, ha creato nel tempo spaccature sempre più profonde nella società francese. 

La richiesta che viene fatta è quella di aderire al modello culturale francese e di fondersi nello “stampo francese”. La volontà integrativa alla base di questo ragionamento non sarebbe di per sé sbagliata, il problema nasce nel momento in cui tutto ciò diventa una privazione della propria identità culturale e religiosa. Tutto ciò, per esempio, è possibile rintracciarlo nel fondamento ideologico della legge n°228 del 2004 che proibisce qualsiasi tipo di simbolo religioso nelle scuole. A tal proposito è doveroso sottolineare che questa legge viene applicata in maniera particolarmente stringente e severa nei confronti dei simboli islamici.

Sentirsi stranieri in casa propria

Il non poter esprimere pienamente la propria identità porta inevitabilmente a sentirsi stranieri anche nel proprio Paese. Un divieto di questo tipo, contrariamente agli obiettivi iniziali, ha portato ad una progressiva ghettizzazione delle famiglie di origine straniera che popolano le banlieue. Questo termine, che letteralmente significa “sobborgo”, ha assunto con il tempo una connotazione negativa ed ha prevalso l’interpretazione come “ban lieu”, ossia “luogo bandito”. Con questa parola si fa riferimento a tutti quei quartieri periferici abitati principalmente da immigrati fino alle seconde e terze generazioni. Sono aree urbane prive di servizi adeguati, con scuole di scarsa qualità, male collegate e, di conseguenza, sempre più isolate. Qua i cittadini sono vittime di varie forme di discriminazione sia sul lavoro, che nelle scuole e, indubbiamente, da parte delle forze armate. 

Cecità davanti alle disuguaglianze

Gli eventi di Nanterre hanno anche riaperto l’acceso dibattito sulle statistiche etniche, regolato da una norma di fine anni ‘70 che le vieta. Le numerose deroghe, tuttavia, hanno aperto alla possibilità di condurre ricerche per comprendere come le origini sociali, geografiche e nazionali influenzano la vita dei cittadini francesi. Rimane comunque importante sottolineare che queste indagini sono quantitativamente e qualitativamente inferiori rispetto ad altri Paesi, oltre ad essere fortemente osteggiate da una grande porzione di accademici e politici. 

Le tesi a loro sfavore sostengono che queste andrebbero a minare l’universalismo della repubblica francese e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Il paradosso è però che sono proprio queste ricerche a rilevare come la Francia sia un paese afflitto da profonde disuguaglianze. Per esempio, nel 2017, un rapporto del Difensore dei diritti ha sottolineato come un giovane dall’aspetto arabo ha una probabilità 20 volte più alta di essere controllato dalla polizia. Esiste inoltre una legge, mai applicata, che obbligherebbe le imprese con più di 50 dipendenti ad esaminare esclusivamente curriculum anonimi per evitare di essere influenzati da bias. Per quanto l’obiettivo alla base sia l’uguaglianza, questa norma è un chiaro indicatore di una presente discriminazione. 

Crisi del motto rivoluzionario

L’uguaglianza rimane, quindi, un ideale puramente teorico, privo di concretezza. Nonostante il modello assimilazionista abbia come scopo la creazione di cittadini uguali davanti allo Stato e alla legge, è impossibile negare che in Francia vi siano cittadini di serie A e cittadini di serie B. È quasi inevitabile il fallimento delle politiche di integrazione, nel momento in cui queste ignorano le differenze etniche e culturali dei cittadini che, al contrario, dovrebbero “integrare”. Infine, si rileva oggi una forte tensione tra égalité e liberté, tra l’uguaglianza e la possibilità di esistere come cittadini senza privarsi del proprio credo. Notiamo come il motto rivoluzionario tende oggi a sgretolarsi sotto la pressione di questa sua contraddizione.

Elisa Vannucci
Elisa Vannuccihttps://www.sistemacritico.it
Classe 2001. Studio Scienze Internazionali e Diplomatiche all' Università di Bologna; mi piace osservare le persone attorno a me e imparare da loro cose nuove. Sono molto pragmatica e testarda, appassionata di buona cucina e sport acquatici; non a caso sono romagnola.

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