martedì, 17 Febbraio 2026

Leopardi, il cristiano senza fede

Sensista, materialista, pessimista. Sono solo alcuni dei concetti normalmente impiegati per qualificare Leopardi, il poeta dell’Infinito e della Ginestra. Ma in questo quadro la religione cristiana (o la sua assenza) quale ruolo assume?

Incontro e abbandono

“Leopardi ricostruisce con il cuore ciò che ha appena distrutto con la mente. La celebre citazione dello storico e critico della letteratura italiana Gaetano De Sanctis risulta essere un illuminante punto di partenza per tentare di sviscerare una delle questioni più spinose della letteratura italiana. La pletora degli studiosi del poeta di Recanati, infatti, si interroga da sempre sul complesso rapporto che lega questo genio alla religione cristiana e, più in generale, alla fede.

In un’epoca spiritualista come fu l’inizio del 1800, frutto dei rigurgiti culturali legati alla delusione rivoluzionaria francese e non, il giovane Leopardi vive, all’apparenza, nei dettami del più profondo materialismo razionalistico. Non c’è da stupirsi se si pone attenzione alla sua biografia: la rigida educazione materna, improntata ad un cattolicesimo fervido, non lasciava spazio ad equivoci. E come accade spesso in questi casi, il voler imporre ai figli i dogmi familiari, quasi fossero un’eredità tangibile da preservare, ottenne l’effetto contrario a quello sperato.

Non basta, certamente, l’influsso negativo esercitato dalla famiglia, unito a una malattia che non diede pace a Leopardi nel corso di tutta la sua vita, a spiegare il perché di un rapporto così conflittuale con la fede. La voce grossa in questo senso lo fa, certamente, un’affiliazione al materialismo, seppur non troppo nascosta. Esso determinò dal 1818 il suo distacco dalla religione in favore della filosofia sensista, la quale giostra l’intera gamma delle emozioni umane nella dicotomia tra piacere e dolore, ed evoca un meccanicismo puro e limitante l’uomo entro il suo semplice corpo, materia pensante.

Leopardi tra fede e ragione

La teorizzazione del pessimismo storico, cosmico ed eroico appare una naturale conseguenza di queste premesse. Tuttavia, esiste anche un Leopardi che affronta in modo profondo la religione ed il rapporto che la ancora alla ragione. La cosiddetta “fede ragionevole” deve per lui spiegare il perché l’uomo debba avere fiducia in un qualcosa oltre la vita terrena. Numerosi passaggi dello Zibaldone, il diario intellettuale del poeta, si addentrano in questa ricerca. In essi Leopardi sostiene che le sue idee si completino vicendevolmente con il cristianesimo, che può spiegare quella parte della storia del mondo che, nella sua filosofia, rimane ignota. Si parla della nascita dell’umanità e, soprattutto, della sua sconfitta nel peccato originale.

Un’altra ipotesi la fornisce un esperto di fede e ragione come Divo Barsotti: egli, nel suo testo La religione di Giacomo Leopardi, arriva ad ipotizzare che l’ateismo di Leopardi sia quasi una sfida all’ignoto affinché gli si palesi davanti. La fede sarebbe dunque il fine più segreto del poeta, ma la sua posizione intellettuale non gli lascia, all’apparenza, alcuno scampo per credere in Dio. Questo apparato ideologico appare per Barisotti palese nella produzione poetica leopardiana, definita come una delle più splendide testimonianze religiose della sua epoca. La stessa definizione di poesia, d’altro canto, è fin dall’antichità quella di preghiera a cui nessuno risponde.

Che fai tu luna in ciel?

La vita di Leopardi è comunque da sempre pregna di una tensione verso l’infinito, non quello legato alla celeberrima poesia (la cui matrice cristiana, fomentata dallo stesso De Sanctis è stata smentita dalla teoria dell’infinito laico di Walter Binni) ma quello che riguarda il senso della vita, sia pure essa breve e piena di dolori, come fu in effetti quella del poeta di Recanati. Non si dimentichi, infatti, la domanda che pone l’Islandese alla Natura matrigna nel celebre dialogo delle Operette morali, la stessa che pone alla luna il pastore errante dell’Asia, protagonista del Canto notturno: qual è il senso della vita? Senza cercare la risposta, ci si potrebbe semplicemente domandare: esiste una domanda più tendente alla religione e alla fede di questa?

Il testo dell’Infinito di Giacomo Leopardi

Si aggiunga poi il rapporto con la Vergine Maria, esaltato in numerose composizioni leopardiane. Il 23 novembre 1825  il poeta scrive in prosa una preghiera alla Madonna per la sorella Paolina:

A Maria. È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo; siamo tanto infelici. È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie. 

Leopardi, inoltre, lascia due preghiere dedicate alla Madonna. La prima è l’invocazione contenuta nel quinto canto del poemetto in terzine dantesche, Appressamento della morte, scritto nel dicembre 1816, a 18 anni: 

O Vergin Diva, se prosteso mai /caddi in membrarti, a questo mondo basso,/ se mai ti dissi Madre e se t’amai,/deh tu soccorri lo spirito lasso/quando de l’ore udrà l’ultimo suono,/deh tu m’aita ne l’orrendo passo”.

Un’invocazione alla Madonna, ispirata da Dante,  perché si chini su di lui, nel momento difficile della morte. Forse sarà tornata in mente al poeta mentre stava preparando al “grande salto” verso l’infinito.

Una difficile conversione

La ginestra, testamento poetico e spirituale di Leopardi, ha aperto un lunghissimo dibattito su una possibile conversione del poeta appena prima della sua morte. Questa ipotesi, tuttavia, resta priva di solide fondamenta. L’estrazione cristiana legata al concetto di social catena è ormai stata quasi del tutto smentita, in favore di una direzione completamente opposta. Luporini, ad esempio, in un lavoro del 1947 intitolato Leopardi progressivo, ipotizza piuttosto una natura di stampo socialista legata a questo concetto. Anche questa teoria, a dire il vero, risulta, esattamente come la precedente, di par suo estrema.

Comunque, se si voglia prendere la questione, si può certamente affermare che il rapporto tra Leopardi e la fede fu più complesso di quanto si sia potuto ipotizzare fino a questo momento. In attesa di ulteriori lavori critici che possano far luce sull’argomento, si tengano presenti le parole di Rondoni:

“Noi non abbiamo il problema di cristianizzare Leopardi. Abbiamo il problema di essere cristianeggianti Leopardi, i farfar sìe che questa lettura faccia giustizia a Leopardi, come comprendendolo meglio degli altri. Si capisce la differenza? Non è che non c’è una risposta da parte sua, altroché, se c’è. Ma quello che mi consegna è la domanda più ancora che la risposta, è l’urgenza alla domanda.”

Matteo Moglia
Matteo Moglia
Di marca bellunese dal 1994, laureato in Lettere Classiche e Storia Antica all'Università degli studi di Padova. Professore di greco e latino, giornalista e speaker radiofonico, lavoro tra Belluno e Padova. Plasmato della storia e della scrittura, oscillo tra il mio carattere perfezionista ed il mio pensiero relativista (non a caso sono un grande fan del maestro Battiato). Appassionato di politica, liberale convinto.

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