sabato, 13 Aprile 2024

Plan 75: nella morte ho riscoperto la vita

Un plan contro la lotta generazionale

I raggi di una sedia a rotelle cigolano lenti spirando in un ultimo giro, debolmente illuminati da una lampada al neon. Un giovane uomo ci fissa attraverso la telecamera. Occhi di disperata violenza.
Fin dalle prime scene Chie Hayakawa non risparmia al suo spettatore una nota di brutalità, per poi guidarlo lentamente verso una dimensione dalle tinte angoscianti. Pellicola d’esordio alla regia per Hayakawa, che sceglie di approcciarsi al tema dell’invecchiamento demografico e del suo riverbero su di un paese come il Giappone. Il plan, nomen omen, è all’interno del film un’effettiva strategia governativa che si propone di offrire pacchetti “eutanasici” a tutti coloro abbiamo superato i 75 anni. L’estremo tentativo di alleggerire una società dalle fragili ossa.

Presentato in anteprima mondiale il 20 maggio 2022 alla 75ª edizione del Festival di Cannes concorrendo per la sezione Un Certain Regard, il lungometraggio si è aggiudicato una menzione d’onore alla Camera d’Or. A seguito di un’anteprima nazionale fuori concorso al quarantesimo Torino Film Festival, e di una buona ricezione da parte dal pubblico internazionale, Plan 75 è stato ulteriormente proiettato al Far East Film Festival, la più ricca rassegna di cinema dell’Estremo Oriente in Europa, dove Chieko Baishō, protagonista del citato film, è stata insignita del Gelso d’Oro alla Carriera.

L’adistopica crudeltà

La pellicola, nel corso della visione, assume i tratti di una distopia adistopica o forse ci porta a realizzare di esserlo sempre stato. Si viene proiettati in un futuro “che potrebbe essere” e questo è l’inquietante nocciolo che arriviamo a mordere. Potrebbe, o non potrebbe, essere questo l’avvenimento che ci attende: fatto è che il Giappone di Plan 75 non ha nulla di incredibilmente differente da una quotidianità in cui potremo riconoscerci. L’abilità di Hayakawa è quella di abituarci, in una graduale inconsapevolezza, a uno scenario a suo modo aberrante. Veniamo abituati dagli spot che scorrono in sottofondo, ai depliant luccicanti, alla coralità di conversazioni a riguardo, ai sorrisi pacati degli impiegati. Ne interiorizziamo la presenza. Il plan è una macchina industriale, un prodotto addirittura, che si fa forte di una gerarchica schiera di dipendenti.
L’offerta è strutturata non diversamente da quella di un qualsiasi stabilimento: mezza pensione o pensione completa, trascorri il tuo ultimo mese di vita ospite di una struttura dotata di ogni comfort, gustati piatti raffinati, vivi al meglio prima di compiere i tuoi ultimi passi. Il mantra del venditore ora si applica alla morte.

Copertina originale di Plan 75

Il singolo al servizio della comunità

Ad un occhio occidentale questo estremo sacrificio sociale appare alieno, distante. Ma Plan 75 è ben congetturato nel tessuto nipponico. Gli anziani riconoscono la necessità di alleggerire l’anagrafica nazionale. Ne vedono un dovere personale prima che pubblico. Il dovere di assicurare ai proprio eredi utili, beni immobiliari, un futuro più sereno. Vengono inoltre attratti dalle promesse di ultimi attimi vissuti nel lusso, di una fine degna perché scelta in maniera autonoma.

Autonoma si ma si tratta di una scelta effettivamente libera? Si viene spesso portati a chiederselo adocchiando gli stand informativi del plan ben esposti lungo le vie, e la continua esposizione a specchietti pubblicitari. Eppure i modi affabili dei giovanissimi impiegati, le loro mani curate e le voci soffici, non riescono a celare la completa disumanizzazione che il plan reca in seno. Questa bianca macchina industriale, in netto contrasto con le sfumature calde di cui si tingono le riprese esterne, disempatizza fino al midollo.
Ed i membri dello staff incaricati delle salme, la base della gerarchia aziendale, ne incarnano pienamente il motto. Hayakawa mostra, senza riserve, mani che rovistano dentro borse, tra valigie e cappotti e senza porsi alcuno scrupolo si intascano gioielli, contanti, capi di abbigliamento, accessori, depredando senza vergogna oggetti che all’improvviso divengono di tutti e nessuno. È come assistere alla violazione di una tomba, alla sua dissacrazione: l’oggetto torna alla fuga forma primaria perdendo ogni status di cimelio, si spoglia dei suoi ricordi per venire posto in grossi mucchi. Si gratta vai ogni tratto di coloro che alla fine dei conti sono solo clienti, attimi passeggeri senza più alcuna identità. Solo file di letti.

La stessa Maria, volto di una delle storie intrecciate, emigrata dalle Filippine in cerca di un salario stabile per necessità familiari, si abbandona a questo quasi primitivo istinto predatorio notando un collega appropriarsi con grande tranquillità di alcuni pezzi. Il plan culla sulle note di un’ideologia anestetizzante.

La dignità della vecchiaia

Nell’aberrazione del contesto del plan emerge d’altra parte, come fumo sottile, uno scorcio di una vecchiaia degna. Benché la pellicola segua una trama piuttosto lineare, forse fin troppo negandosi quasi del tutto peculiari risvolti di trama, prendendoci per mano ci porta a sbirciare in case che odorano di memoria. Viviamo esistenze placide, condotte nel silenzio di una cucina pulita, rinchiuse dentro cassetti e scatole di vinili. Una meravigliosa fotografia che si tinge di sottotoni dorati, tipica del cinema d’autore giapponese, svela un racconto di malinconia eleganza, intrecciando le stringhe di un cinica critica sociale alla dolcezza delle vite narrate. Ad una dignità individuale che come la ginestra leopardiana sboccia in un contesto aspro.
Mishi, protagonista della vicenda, svolge un’esistenza scandita dalle proprie scelte e dai propri ritmi. Lavora come donna della pulizia, va al karaoke con le amiche, si cucina e ricorda. Un’esistenza libera che si infrange contro la brutalità biologica: licenziata vista l’età avanzata e costretta a trasferirsi dato che il suo palazzo verrà demolito, la donna si trova inerme a rapportarsi con una società che per lei non ha più un posto. Fisico e spirituale.
Giunge a suo sostegno Plan 75, l’ultima e l’unica strada per molti, specie chi é ormai per diversi motivi senza fissa dimora. Ma è nel silenzio spezzato da rantoli e nel disgusto odore dell’anestetico che Mishi comprende di voler continuare un’esistenza degna. Libera.
Una verità quella della completo scardinamento di umanità del plan racchiusa in quell’unica lacrima versata dall’operatrice telefonica, Yoko, con cui Mishi si rapporta ogni giorno per un’ora. Un rapporto che si arrotola lungo i fili della cornetta per poi concretizzarsi in pochi incontri, che rafforza quello che sarebbe dovuto essere unicamente un servizio di supporto in attesa dell’ingresso in struttura e rivela la precarietà etica di coloro al servizio del Plan. L’orrore dell’alienazione colpisce parallelamente i personaggi e lo spettatore e per un attimo i nostri occhi si incrociano ed entrambi sussurriamo

No

Scappa

e iniziamo a correre.

Mishi interpretata da Chieko Baishō in una della scene di Plan 75

Il ricordo di altre vite ci invita a vivere

Nella morte ho riscoperto la vita. La scelta di questa titolazione nasce dalle mia esperienza visiva di Plan 75. Hayakawa mi ha stupito nella sua abilità di cantarmi un inno alla vita tramite la voce di chi spesso si abitua a pensare alla morte. Mishi sceglie di vivere, nella sua condizione di membro sociale non più ben accolto, perché vuole vivere. Per nulla altro che per poter continuare ad affacciarsi al balcone e odorare l’alba.
La vecchiaia di Plan 75 si colma di uno spirito nuovo, lontano dall’idea del non poter solo perché non si è più giovani. Ci racconta di nuovi stimoli nella ciclicità del suo finale: quello che dovrebbe essere l’ultimo tramonto di Mishi diviene la sua prima alba. Un incipit di rinascita, o di scelta. La prima scelta a cui assistiamo, dettata da un senso di amore personale e privato, che scatta in Mishi scorgendo le pupille vacue del suo vicino di letto nella penombra delle tende separé.
Plan 75 mi ha fatto comprendere l’assurdità di passare tramite la morte per sostenere i vivi, incuranti e incapaci di offrire maggiori infrastrutture e servizi alle nuove generazioni. La critica feroce di Hayakawa parte dalla regressione di un sentimento nazionale di disperazione e vivifica la terribile ipotesi di un’eutanasia anagrafica (di cui si critica il commercialismo, la pellicola non vuole in alcun modo criticare la libera scelta di un singolo di ricorrere all’eutanasia) la innalza, glorificandola nella sua strutturazione consumistica per poi portarci a realizzare l’impossibilità etica di poter effettivamente applicare una tale strategia.
Plan 75 mi ha colmato gli occhi di scorci nostalgici e infuso di un fiducioso senso di rinascita, mostrandomi come nella memoria altrui si possa riscoprire noi stessi.

Sofia Paolinelli
Sofia Paolinellihttps://www.sistemacritico.it/
Classe 1997. Laureata alla magistrale in Lettere Classiche attualmente lavoro in campo editoriale. Classicista con ambizioni interdisciplinari provo un amore sconfinato per i panorami scozzesi, i musical e il cinema hollywoodiano degli anni '50. Attualmente in possesso di circa una ventina di quaderni su cui periodicamente scrivo piccoli racconti. Per il blog mi occupo della sezione di cinema e letteratura.

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