sabato, 02 Marzo 2024

Il genocidio silenzioso del Mediterraneo

Dal 2014 ad oggi si stima che più di 26500 persone tra uomini, donne e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. Quest’anno già più di 200 sono rimaste vittime dell’attraversata, con oltre 70 morti in un solo naufragio al largo delle coste libiche. Non ho fatto nemmeno in tempo a terminare quest’articolo, che è più una mia riflessione, che un altro barcone è naufragato al largo delle coste crotonesi: 64 morti, destinate a salire.

I corpi senza vita che vengono trascinati dalla corrente e coperti con sacchetti di plastica nel crotonese hanno causato grida di oltraggio tra giornalisti e politici. Ma non inganniamoci, queste grida sono proporzionali alla vicinanza delle morti al nostro territorio. Quando i corpi toccano il suolo italiano, allora sì, sono meritevoli di una copertura mediatica. Ma le vittime di naufragi altrettanto tragici che non ce la fanno ad arrivare nel mare italiano non ce la fanno nemmeno ad arrivare nelle prime pagine della stampa. Sono, di conseguenza, non meritevoli delle condanne politiche. Le morti lontane 30 km vanno in sordina, quelle che riescono a superare la ‘distanza minima’ no. Eppure le cause che portano questi migranti a imbarcarsi, e in ultima istanza a morire, sono le stesse. Nessun partito però riesce a sollevare questo punto. Le opposizioni canalizzano tutte le loro energie nel richiedere le dimissioni di Piantedosi che, per quanto dovute, non risolveranno il problema. A meno che il problema non siano unicamente le morti sul suolo italiano e non il più largo genocidio che sta avvenendo nel Mediterraneo.

Ma perché è così difficile da vedere? O, con le parole di Paolo Di Paolo, giornalista di Repubblica, che nella prospettiva di future generazioni si chiede “come è stato possibile” che siamo rimasti spettatori inerti “di un male di nuovo assoluto?”

In fondo, in passato, la ‘civiltà avanzata’ del vecchio continente ha mostrato di saper reagire difronte a delle stragi. 24 anni fa la dialettica del genocidio in Kosovo è stata molto rapida così come l’intervento militare e, quindi, politico. In poco più di un anno, dal febbraio 1998 a marzo 1999 circa 2000 persone sono rimaste vittime del conflitto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso (ovvero che ha presumibilmente causato la decisione dell’intervento) è stato il massacro di Račak, con 45 albanesi kosovari uccisi. Le persone morte nel Mediterraneo in poco più di un anno, da gennaio 2022 ad oggi, sono più di 2500. Eppure, le oltre 70 morti nei mari libici e le altrettanti nel crotonese non hanno fatto traboccare il vaso. Perché non c’è nessun vaso da far traboccare.

C’è una differenza netta di percezione e reazione grazie ad un grande lavoro di depistaggio che ha un obbiettivo ben preciso: evitare riflessioni di più ampio respiro che chiamano inevitabilmente in causa la politica. Ma come avviare un lavoro di depistaggio di queste portate? Come portare milioni di persone ad essere ceche difronte a quello che è, se vogliamo essere coerenti con il passato, un genocidio?

Lavorare sulla responsabilità

Il primo passo è rendere le vittime dell’attraversata co-responsabili del loro destino. Un’idea implicita a diverse dialettiche come “questi sono migranti che vogliono entrare in Europa per trovare (o rubarci) lavoro”, o che “dobbiamo cooperare con i paesi limitrofi per bloccare il flusso dei migranti”. Queste dialettiche del “loro vogliono” e del “noi dobbiamo bloccare” implicano che dall’altra parte, quella del migrante, ci sia la volontà attiva e la scelta di compiere l’attraversata nel Mediterraneo secondo un rischio calcolato. In questa direzione vanno anche le dichiarazione di Piantedosi sull’ultima strage che, in maniera paternalistica, cerca di illuminare il migrante sui costi dell’attraversata. “In queste condizioni non devono partire”. Una cosa che lui sa perché a differenza dei migranti lui è stato “educato alla responsabilità”. Eccola lì, la responsabilità.

Ma non ne voglio fare un discorso di destra e di sinistra, perché è un discorso di politica in generale (nazionale e internazionale).

La Legge Minniti del 2017 aveva anch’essa lo scopo di bloccare i migranti in Libia, indipendentemente dalle miriadi di testimonianze di violazioni di diritti umani, tra cui torture e uccisioni, perpetuate dagli agenti libici. Secondo il diritto internazionale dei diritti umani nessuna persona può essere espulsa o trasferita in un Paese in cui, credibilmente, i suoi diritti umani potrebbero essere violati. Il Partito Democratico, in modo molto astuto, si è evitato ogni dubbio risolvendo la questione alla fonte: dare soldi alla Libia per bloccare prima i migranti in modo da non doverli espellere o trasferire poi.

Tuttavia, la cooperazione con la Libia trova legittimità con il diritto internazionale di più alto rango: le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La risoluzione 2240 approvata nel 2015 su forte spinta italiana addirittura “urge” gli Stati a “cooperare con il governo libico” per ristabilizzare la regione del Mediterraneo. La risoluzione ha il (de)merito di dipingere i migranti come una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale legittimando di fatto politiche restrittive ed elevando ad un ben più alto livello la responsabilità dei migranti. Non solo co-responsabili del loro destino, ma anche responsabili dell’instabilità internazionale e, di conseguenza, nazionale. E così il migrante su una barca fatiscente abbandonata a se stessa diventa la causa della “perdita culturale” italiana, diventa un ladro venuto a “rubarci il lavoro”. E per fermare questa onda pericolosa di criminali le Nazioni Unite concordano sulla necessità di derogare (violare) obblighi relativi alla protezione dei diritti umani e alla Convenzione sul diritto del mare, fornendo ulteriori poteri discrezionali agli Stati.

Chi completa l’assunzione di responsabilità del genocidio nel Mediterraneo, come si evince dalla risoluzione stessa e dalle varie dichiarazioni politiche, è lo smuggler, lo scafista.

È lo scafista infatti che effettua l’attraversata, o abbandona i migranti su gommoni galleggianti e barche fatiscenti. È lui il criminale per eccellenza, è lui il responsabile, insieme ai migranti chiaramente, che causa le stragi. E poco importa se numerosi studi mostrano come gli scafisti siano essi stessi ex migranti, e che siano solo un nodo della grande rete criminale che racchiude gruppi criminali, polizie e rappresentanti statali. Anzi, proprio queste caratteristiche li rendono gli unici candidati a completare la responsabilità. Sono il perfetto capro espiatorio, l’ultima ruota del carro (dopo il migrante, ovviamente).

La responsabilità affibbiata allo scafista è fuorviante. La co-responsabilità affibbiata al migrante è ingenua e/o disonesta. Il migrante sceglie di migrare, ma il perché, il quando, il come e il dove, sono scelte obbligate dal contesto. Il migrante che decide di tentare la via del Mediterraneo è perché non ha altre opzioni. Spesso ci si dimentica di come la stragrande maggioranza dell’immigrazione irregolare avvenga per via aerea. Sono stranieri che arrivano con il visto turistico e lo lasciano scadere rimanendo in modo irregolare in Italia. Chi si imbarca per un viaggio che potrebbe non arrivare a destinazione è perché sta scappando, e non ha avuto la comodità di preparare i documenti per entrare in Europa in aereo.

Ma la domanda è: perché l’unica opzione per queste persone è affidarsi a dei criminali?

Nessuno si è posto la domanda del perché migliaia di afgani sono fuggiti dall’Afghanistan nell’agosto del 2021 con navi cargo organizzati dalle forze militari dei Paesi NATO, mentre un anno e mezzo dopo gli stessi afgani abbiano ‘deciso’ di affidarsi ad uno scafista per attraversare il Mediterraneo d’inverno e morire al largo delle coste crotonesi. Eppure erano anch’essi potenziali rifugiati. Erano anch’esse persone che avevano il diritto di scappare da un Paese in cui i loro diritti erano violati. Ne avevano il diritto. Ma non l’opportunità. Ed è questa la grande differenza.

Queste persone hanno il diritto di emigrare. Noi abbiamo l’obbligo, morale prima che legale, di riceverli. Ma non c’è una volontà politica per creare dei veri corridori umanitari funzionanti. Al contrario, la volontà politica vuole che il migrante rimanga nel suo paese, indipendentemente dalle violazioni dei diritti umani. O al più, vuole che rimanga bloccato ai paesi di confine, indipendentemente dal fatto che il Paese di confine violi i diritti umani. E se proprio il migrante cocciutamente riesce ad imbarcarsi, allora vuole che muoia ben lontano dalle proprie coste, così che quei corpi non arrivino nelle prime pagine dei giornali e non sollevino troppa attenzione.

Ad alcuni di voi la parola ‘genocidio’ potrebbe non andare a genio. Eppure c’è la volontà politica di impedire a dei rifugiati di far valere i propri diritti. È stato creato un contesto per cui il migrante deve rivolgersi allo scafista mettendo in pericolo la propria vita. Questo perché, per assurdo, gli scafisti sono gli unici che, seppur lucrandoci sopra e effettuando queste attraversate in condizioni disumane, offrono la possibilità, il servizio, di poter arrivare in un paese dove poter far valere i propri diritti.

Un sistema che ha portato già a più di 26 mila morti. 26 mila morti che appaiono molto una distruzione etnica, razziale e religiosa.

Carlo Sapienza
Carlo Sapienza
Classe 1998. Nato nella bassa modenese, nel paesino di San Felice sul Panaro, dove la nebbia mi ha insegnato ad aguzzare gli occhi, e la pianura a spaziare con la mente. Qualità che mi servono nei miei studi di sicurezza internazionale.

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