sabato, 22 Giugno 2024

Víctor Jara: la giustizia ritrovata a cinquant’anni dal golpe cileno

Storia e musica si intrecciano continuamente. Ogni evento storico trova la propria colonna sonora nei canti popolari e nei brani di quegli artisti che hanno voluto raccontare le violenze e le ingiustizie. Ma poche volte un musicista è diventato egli stesso il simbolo di un avvenimento drammatico, che ha segnato la storia di un paese per i decenni successivi. Questo è certamente il caso dell’uccisione di Víctor Jara, cantautore divenuto martire della resistenza contro uno dei regimi militari più sanguinari della storia latino-americana.

A pochi giorni dal cinquantesimo anniversario del colpo di stato militare avvenuto in Cile l’11 settembre 1973, il caso di Jara ha avuto importanti sviluppi. Il 30 agosto 2023, sette dei carnefici che l’avevano torturato e ucciso allo Stadio Nazionale del Cile sono stati condannati a pene tra gli 8 e i 25 anni di carcere. Il processo era cominciato nel 2012 e oggi gli ex-militari in pensione hanno tra i 73 e gli 85 anni. Uno di loro, Hernán Chacón Soto, si è tolto la vita prima che gli venisse notificata la condanna definitiva.

La giustizia per Víctor Jara è stato un percorso pieno di ostacoli. Tra questi c’è stato il diniego degli Stati Uniti per l’estradizione dell’ex tenente Pedro Pablo Barrientos Núñez, il capo dei torturatori di Jara. Infatti, con i primi accenni a un ritorno alla democrazia, Barrientos è fuggito in Florida dov’è rimasto impunito per anni. Solo nel 2016 è stato ritenuto responsabile da un tribunale statunitense per i crimini commessi più di quarant’anni prima.

Murale dedicato a Víctor Jara nel quartiere Brasil di Santiago del Cile (Pinterest).

Víctor Jara, tra i padri della musica cilena

Víctor Jara nasce nel 1932 in una famiglia contadina e inizia a interessarsi alla musica in giovane età. Dopo essersi trasferito nella capitale Santiago ed essere rimasto orfano, comincia una prolifica carriera teatrale e diviene il direttore dell’Istituto del Teatro dell’Università del Cile. Sul versante musicale conosce la cantautrice Violeta Parra, altra icona fondamentale della musica folclorica cilena, e diviene il direttore musicale del gruppo folk Quilapayún.

Jara ha gettato le basi della Nueva Canción Chilena assieme ad altri autori importanti, come Violeta Parra, e gruppi immensi, come gli Inti-Illimani. Dagli anni ’60, questo movimento artistico e culturale ha avviato una grande opera di raccolta e valorizzazione dell’arte folcloristica del Cile. Ha portato in superficie quelle espressioni musicali che prima erano confinate nelle realtà rurali del paese. Jara le ha poi rielaborate con lo spirito della sinistra latino-americana, che in seguito alla Rivoluzione Cubana stava vivendo una grande fioritura in tutto il subcontinente.

Nel 1966 pubblica la sua prima raccolta solista dal titolo omonimo. Il suo lavoro d’autore fonde la ricerca nella musica tradizionale cilena, andina e di altri contesti latino-americani, la maestria per il suo strumento, la chitarra classica, e i testi di chiara ispirazione rivoluzionaria. I temi affrontati da Víctor Jara si concentrano sulle disuguaglianze sociali e sullo sfruttamento dei lavoratori nei campi, nelle miniere e nelle fabbriche. In El derecho de vivir en paz, una delle sue canzoni più celebri, ha affrontato il tema della guerra in Vietnam, mentre in altri brani ha voluto omaggiare figure politiche di spicco come il Che Guevara in El Aparecido. Non mancano poi composizioni interamente strumentali come la giocosa Cai Cai Vilú e le eteree Doncella Encantada e La Partida.

Talvolta indicato all’estero come il “Bob Dylan cileno”, Victor Jara è stato un punto di riferimento non solo per la musica del suo paese, ma anche per il cantautorato e la musica di protesta a livello internazionale. Vari musicisti hanno tributato la sua musica interpretando i suoi brani o citandolo nei loro testi. È il caso di Bruce Springsteen (Manifesto) e gruppi come The Clash (in Washington Bullets), U2 (in One Tree Hill), Ska-P (in No olvidaremos el valor de Víctor Jara), Modena City Ramblers (in Celtica Patchanka), i Nomadi (Te recuerdo Amanda) e moltissimi altri.

El Derecho de Vivir en Paz, sesto album di Víctor Jara tra canzoni di protesta, grandi esecuzioni di chitarra classica e brani influenzati dal folclore andino.

11 settembre 1973: gli ultimi giorni di Jara

Víctor Jara ha militato nel Partito Comunista del Cile ed è stato attivo sostenitore della presidenza di Salvador Allende. Da parte sua, il primo presidente marxista al mondo a essere eletto tramite un processo democratico lo nomina “ambasciatore culturale” per il governo cileno. Ma nel Cile dei primi anni ’70 la situazione politica precipita velocemente. L’esercito, la classe media e i proprietari terrieri mal sopportano le riforme economiche di Allende, come la nazionalizzazione dell’estrazione del rame, principale risorsa del paese. A seguito di una grave crisi istituzionale tra scioperi e instabilità economica, l’11 settembre 1973 il generale Augusto Pinochet rovescia il governo di Allende prendendo d’assalto il Palacio de la Moneda.

Per le strade della capitale iniziano i rastrellamenti. Tra gli esponenti dell’opposizione, i militari prendono anche Víctor Jara. Lo conducono allo Stadio Nazionale del Cile, nel frattempo trasformato dai golpisti in un campo di concentramento per gli oppositori politici. Qui Víctor Jara viene torturato brutalmente, mentre i militari lo scherniscono e lo costringono a cantare le sue canzoni. Gli vengono maciullate le mani. Secondo altre versioni gli vengono tagliate. Durante l’internamento nello Stadio Nazionale, Jara scrive Somos Cinco mil, “Siamo cinquemila”, poesia che passerà alla storia come sua ultima produzione artistica. Un disperato urlo di dolore e incredulità sulla situazione che il Cile stava vivendo in quegli attimi. Il 16 settembre 1973 Jara viene ucciso da 44 colpi d’arma da fuoco. Pochi giorni dopo, sua moglie ritrova il suo corpo sfigurato in una fila di cadaveri fuori dallo stadio, pronti per essere buttati nelle fosse comuni.

Dopo l’assassinio

Negli anni successivi all’assassinio del cantautore, il regime di Pinochet procede a distruggere le registrazioni e a censurare tutto il movimento della Nueva Canción Chilena. Alcuni strumenti tradizionali andini come il charango o la quena vengono banditi, così come l’utilizzo di parole vagamente di sinistra nei testi delle canzoni. Da quel momento, la musica di protesta e il folclore cileno continuano a sopravvivere nella clandestinità. Nel frattempo si forma un esodo di artisti in fuga dalla repressione, come gli Inti-Illimani in Italia, i Quilapayún in Francia (entrambi sorpresi dal golpe mentre erano in tournée fuori dal Cile) e altri tra Europa, America Latina e paesi del blocco comunista. Attraverso la musica popolare, la diaspora di musicisti cileni porterà all’attenzione delle opinioni pubbliche internazionali la situazione del proprio paese, sprofondato ormai in una feroce dittatura, e racconterà al mondo il vile omicidio di Víctor Jara.

Manifiesto, album postumo pubblicato nel 1974.

Il manifesto di un paese dilaniato dal passato

Il Cile ha vissuto con grande apprensione il cinquantesimo anniversario del colpo di stato. Questa ricorrenza a cifra tonda ha trovato un paese in una situazione politica delicata. Gli ultimi quattro anni sono stati turbolenti per la sua vita politica: a seguito delle imponenti proteste di piazza del 2019, nel 2022 i cileni hanno eletto Gabriel Boric, il presidente più a sinistra dai tempi di Allende. Ma soprattutto, tramite un referendum hanno espresso la volontà di scrivere una nuova costituzione, per sostituire quella del 1980 risalente agli anni di Pinochet. Tuttavia, il quadro politico si è complicato con la bocciatura della nuova costituzione e con il veloce aumento dei consensi dell’estrema destra.

A distanza di più di trent’anni dal ritorno alla democrazia, il numero di cileni convinti che la dittatura sia stata positiva per il paese, oppure una sorta di male necessario, è aumentato notevolmente. Ma dopo cinquant’anni, in questo quadro incerto e schizofrenico si è fatto strada uno spiraglio di giustizia. Quello contro i carnefici di Jara è un piccolo tassello verso il graduale rimarginarsi di una ferita che tuttavia continua a sanguinare, oggi più che mai.

Massimiliano Marra
Massimiliano Marrahttps://www.sistemacritico.it/
Di radici italo-cilene ma luganese di nascita, attualmente studio economia e politiche internazionali all’Università della Svizzera Italiana e mi interesso di storia e relazioni internazionali con un occhio di riguardo ai contesti extraeuropei. Nel tempo libero suono il basso elettrico e vado in burn out di musica.

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