venerdì, 21 Giugno 2024

Calcio, alle origini del gioco della gente

Se la loro curiosità fosse destata ed effettuassero un’indagine sulle città umane intorno al globo, scoprirebbero rapidamente che quasi ogni grande zona del pianeta presenta almeno una grossa costruzione cava con un buco verde al centro, sul quale si potrebbero osservare, a intervalli regolari, dei colpi dati a un pallone.

In apertura del suo saggio The Soccer Tribe (1981), lo scienziato inglese Desmond Morris propone al lettore una situazione immaginaria, ma estremamente rivelatoria di un aspetto della nostra realtà: fantastica su quale possa essere la visione della Terra da parte di un gruppo di alieni a spasso nell’universo a bordo di un ufo. L’autore non ha dubbi: l’improbabile combriccola extraterrestre si imbatterebbe in un pianeta costellato da manti erbosi contenuti in strutture di notevoli dimensioni. Per quanto iperbolica, questa immagine racconta dell’incredibile capillarità di un gioco come il calcio, sport noto e praticato a qualunque latitudine, da Blackpool a Bari, da Almaty a Johannesburg. Ma perché il calcio è così amato, e in maniera così viscerale?

Stadio Giuseppe Meazza, Milano, 1960.

La tribù del calcio

Per rispondere a questa domanda, occorre riavvolgere il nastro della storia della nostra specie e riandare a quando l’uomo era solito procurarsi il cibo con la caccia. All’epoca, per fare un buon lavoro, ci si organizzava in squadre, gruppi capaci di cooperare organicamente per pianificare strategie d’attacco al fine di raggiungere la preda e mettere a segno il colpo letale con una lancia appuntita; e non finisce qui: col tempo ci siamo resi conto che avremmo potuto raggiungere risultati migliori chiudendo le prede in recinti, et voilà l’allevamento. Per dirla alla Desmond Morris, tra prey-killers a goal-scorer non poteva mancare lo stadio evolutivo del farming.

Dopodiché, una serie di tappe che hanno portato alla nascita della Football Association il giorno 26 ottobre 1863. Tra le molte, vale la pena ricordare la costruzione di arene da parte dei Romani – luoghi in cui lo scontro uomo-bestia era confinato all’interno di una struttura che accoglieva centinaia di spettatori. Oltre a ciò, va detto che attestazioni di giochi con la palla risalgono addirittura alla classicità ellenica e che Alessandro Magno fosse stato un precursore di attività ludiche con questo attrezzo. Passando poi per il Calcio praticato in età medioevale in Piazza della Signoria a Firenze e per le diverse declinazioni del proto-football nelle scuole del Regno Unito tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, si giungerà ai giorni nostri tra mutamenti del regolamento e modificazioni degli assetti base dello sport. Decisamente una storia a misura d’uomo.

Il Calcio, Firenze, XIII secolo.

Il calcio è l’ultimo dei riti antichi o il primo di quelli moderni

E non è solo un gioco. Esaminando attentamente una partita di calcio, sarà possibile notare la complessa simbologia che avvolge questo evento ludico della durata di circa 90 minuti. Oltre ai già citati elementi della caccia e dello scontro, infatti, il calcio presenta degli aspetti di carattere metafisico, a metà strada tra superstizione e religione. Lo diceva anche Pasolini: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro».

Chiunque è appassionato di questo sport può ritrovarsi in queste parole. Facciamo qualche esempio. La partita del weekend ha assunto un valore sociale analogo alla messa domenicale; i cori di hooligans e ultras echeggiano i ritmi di un rituale tribale; e poi la scaramanzia: ad esempio, si narra che Adrian Mutu, ex attaccante della Fiorentina, fosse solito mettersi delle foglioline di basilico nelle calze prima di scendere in campo.

Lino Banfi (Oronzo Canà) in “L’allenatore nel pallone” (1984).

E che dire della figura di Maradona per i tifosi del Napoli? “El pibe de oro”, protagonista assoluto dei due scudetti conquistati dalla squadra partenopea, è oggetto di una vera e propria venerazione da parte della gente della città. Vladimir Dimitrijević, nel suo libro La vita è un pallone rotondo (1998), nel raccontare l’euforia di quel trionfo popolare, sfrutta un paragone di memoria classica: «i colori ocra e blu cielo del Vesuvio, la folla in delirio, i canti, l’esuberanza, i travestimenti, i cavalli variopinti, una festa come quelle che solo antiche cronache riportano, in cui le divinità si mischiano agli uomini». Festa scudetto o rito bacchico?

Un’estasi percettiva

Inoltre, a guisa di un raduno religioso, questo gioco riesce a unire persone diverse sotto un solo credo, quello della squadra che si sostiene. È in grado di catalizzare l’attenzione dei presenti attorno a una sfera in movimento. Simon Critchley, autore di A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio (2017), parla di “estasi percettiva” per descrivere la sensazione di totale estraniamento dalla realtà esterna al rettangolo verde. La visione di una partita è un’esperienza catartica, un’attività che richiede di dimenticare se stessi in favore di ciò che si sta guardando.

In particolare, tra tutti gli attimi che compongono una partita, ce ne sono alcuni di particolare rilievo. Come ha messo in luce Desmond Morris, non c’è nulla che genera un’estasi (o uno sgomento) maggiore del goal, evento tanto raro quanto drammatico in questo gioco: forse è proprio l’estrema difficoltà a realizzare un punto che rende questo momento così eccezionalmente eccitante. Si pensi solo al fatto che ciascuna delle due squadre è in possesso della sfera per un numero di volte superiore a cento: ciò significa che quando un giocatore calcia il pallone ha una probabilità inferiore all’uno per cento di andare a segno. Ed ecco spiegata la spregiudicata devozione del pubblico per i grandi marcatori, veri e propri idoli che, in virtù di una inusuale prolificità, assumono i connotati di monstra (da intendere alla latina, ovvero esseri oltrepassanti i limiti della normalità).

Una forma di socialismo

Sebbene nel calcio svettino talenti mostruosi in grado di trascinare il gruppo alla vittoria, esso rimane uno sport di squadra e, in quanto tale, possiede una natura profondamente collaborativa. La storia di questo gioco è piena di episodi che testimoniano quanto l’azione collettiva sopravanzi di gran lunga quella del singolo. Secondo Simon Critchley, «il calcio è la forma in cui si organizza il socius, la libera associazione tra esseri umani, come descritta da Marx nel Capitale (sebbene, purtroppo, non stesse parlando del pallone)». In quest’ottica, si noterà come l’essenza di questo gioco assecondi uno spirito di cooperazione creativa, in cui le varie parti lavorano insieme come un gruppo solido: si tratta di una sorta di unità autarchica dove ciascuno conosce il proprio ruolo all’interno del meccanismo.

Perfino Jean-Paul Sartre ha riflettuto sul calcio. In Singolarità della prassi: esplosione del ciclo organico e avvento della Storia (1960), il filosofo francese ha sostenuto che la “prassi”, vale a dire la libertà di azione e d’iniziativa, del singolo calciatore è subordinata e, al tempo stesso, integrata alla squadra: di fatto, l’azione collettiva permette il progredire dell’azione individuale attraverso l’adesione alle strutture organizzate del gruppo.

Della festa anch’io son parte

La consapevolezza di essere parte di una collettività agente è qualcosa che può essere facilmente provato tanto dai giocatori in campo quanto dai tifosi sugli spalti. In merito a questa esperienza, nel corso dei decenni sono stati stesi fiumi di inchiostro da giornalisti e letterati. Tra le molte firme illustri, si distacca per qualità quella del triestino Umberto Saba che, nella poesia Goal (1934), concentra in alcuni versi la gioia sperimentata dal portiere in occasione di una rete realizzata dalla propria squadra.

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non vedere l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con la mano, a sollevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza- par trabocchi
nel campo: intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.

La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.

Esultanza del portiere.
Alessandro Dowlatshahi
Alessandro Dowlatshahihttps://www.sistemacritico.it
Classe 1998, ho conseguito la Laurea Magistrale in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano, chiudendo il mio percorso accademico con un lavoro di ricerca tesi a Santiago del Cile. Le mie radici si dividono tra l’Iran e l’Italia; il tronco si sta elevando nella periferia meneghina; seguo con una penna in mano il diramarsi delle fronde, alla ricerca di tracce umane in giro per il mondo.

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